Roots! n.508 agosto 2022 Janis Joplin – Pearl

Janis Joplin - Pearl

Janis Joplin – Pearl

(1971, Columbia)

by Alessio Impronta

Premessa: Se qui ci siamo sentiti in dovere di chiedere prima un “permesso” in questo caso non ce n’è stato bisogno…..un grazie ad Alessio. (Roots!

Maledizione, Janis. Te ne sei andata troppo presto. Te ne sei andata con una fiammata, come era stata tutta la tua vita. Piena di amori mal corrisposti. Piena di eroina e Southern Comfort, il bourbon dolciastro ad altissima gradazione che tanto ti piaceva. Te ne sei andata da tragica perdente e nello stesso momento da splendida vincente, col lavoro più bello della tua carriera, con una band che finalmente non risentiva del tuo essere così star – come era successo coi Big Brother – e nettamente più talentuosa degli altri e che ti assecondava nei tuoi vocalizzi e nel tuo canto dolceamaro, forte e delicato insieme. E te ne sei andata con un lavoro, Pearl, che più degli altri è destinato all’immortalità. Dopo i Big Brother and the Holding Company, classica band di medio cabotaggio di San Francisco, gran cuore ma mediocre nelle esecuzioni, e che oltretutto risentiva molto del (giusto) status di star di Janis, dopo la Kozmic Blues Band del secondo lavoro, per lo più live, molto più soul e “Staxiana”, la Full Tilt Boogie Band, ragazzi canadesi portati dal produttore Paul Rotchild, famoso per aver lavorato alla maggior parte dei dischi dei Doors, sembrava proprio perfetta, capace di partire per rock infuocati ma anche di assecondare l’anima più sentimentale, più soul e dolce di Pearl, che oltre a titolo del disco, era anche il nickname della texana. Già, era nata in Texas, a Port Arthur nel 1943: una comunità piccola ed abbastanza gretta, che la accoglierà freddamente al suo ritorno in città per una rimpatriata scolastica, già famosa. Forse era andata lì per una rivincita personale, dopo anni di prese in giro e bullismo per il suo essere fuori dagli schemi, in un posto così provinciale, per il suo essere antirazzista in una cittadina dove il KKK regnava indisturbato, e per il suo essere non esattamente la classica bellezza all’americana, da spiaggia assolata. Eppure, quando cantava o forse dovrei dire quando canta ancora per noi, così viva nei video diventava irresistibile. Andatevi a vedere, sul “Tubo”, il video di Get It While You Can, dal Dick Cavett Show del 1970. Colore allegro nei vestiti, ma la voce ci parla di una tristezza di fondo, un blues dell’anima che grida per un amore da afferrare “finchè si può”.  Ma la biografia di Janis è nota, ci sono articoli e libri, alcuni davvero impietosi, come quello della sua amante Peggy Caserta, presente al suo fianco anche a Woodstock, che si concentra sul lato prettamente scandalistico e “hot”, in un esempio di vergognoso sfregio fatto per soldi. E allora, concentriamoci sulla musica e su Pearl: vediamolo, questo disco. Fin dalla copertina di Barry Feinstein (Beggars Banquet degli Stones, All Things Must Pass di George Harrison ed altre foto famose). Il colore dei vestiti contrasta col blu nero del fondo, il sorriso sembra solare, ma lo sguardo non lo è. La sigaretta e l’immancabile bottiglia fra le mani, creano una scena di decadente ed apparente allegria. Un po’ come il contenuto del disco. Un disco che parte subito a palla, con Move Over, scritto da Janis stessa. “Please don’t you do it to me babe, no!/Please don’t you do it to me baby/Either take this love I offer/Or honey let me be…” già in questa partenza c’è la sintesi della vita di Pearl. La voglia struggente e lancinante di essere amata, le mille storie con chiunque e senza futuro, l’atteggiamento da star dissoluta ma anche umanamente disperata che in un melodrammatico attimo brucia tutto. Senza un domani. Il disco è uno dei dischi da avere per la vita, questo è inequivocabile. Con tutto il rispetto per tante belle opere, per tante belle voci, per tante stelle del passato e del presente, questo lavoro non fa concessioni. Non si può odiare o amare: si può solo adorare. Tanto nei pezzi scritti dalla Joplin (Mercedes Benz è l’altro, una sorta di spiritual dai toni ironici) quanto nei pezzi datele da altri, fra cui l’unico, postumo n.1 della sua carriera, Me & Bobby McGee, scritto da Kris Kristofferson, con cui aveva avuto una relazione poco tempo prima. Sono le parole di un uomo indirizzate ad una donna ormai lontana, ma di cui è vivo e caldo il ricordo. Nel testo originario, il nome della protagonista raccontata era “Bobbie”. “One day up near Salinas/ Lord, I let him slip away He’s lookin’ for that home, and I hope he finds it /But, I’d trade all of my tomorrows, for one single yesterday /To be holdin’ Bobby’s body next to mine /Freedom is just another word for nothin’ left to lose /Nothin’, and that’s all that Bobby left me /But feelin’ good was easy, Lord, when he sang the blues/ That feelin’ good was good enough for me/ Good enough for me and my Bobby McGee…” Scambierei tutti i miei domani per un solo ieri. Parole dolciamare che poi si riveleranno profetiche quando, all’indomani del 4 ottobre 1970, dopo la morte di Pearl in un’anonima stanza di albergo per un ritorno di fiamma con la vecchia amante mortale, l’eroina, Kristofferson si ritroverà ad ascoltare la canzone per giorni e senza sosta, ripensando al suo vecchio amore ormai volato via. E di cui restano lampi di bellezza negli altri brani di questo disco, diventati classici nella sua interpretazione come Cry Baby di Jerry Ragovoy, autore anche della succitata Get It While…e di My Baby e poi Trust Me di Bobby Womack, che ci suona anche la chitarra, o la strana e sinistra Buried Alive In The Blues, unico pezzo strumentale del disco. Janis avrebbe dovuto incidere le parti vocali il 5 di ottobre: un altro appuntamento mancato con un pezzo di vita. Alla sua morte, la comunità di San Francisco le tributerà onori e concerti, i suoi amici Jefferson Airplane, in particolare Grace Slick la ricorderanno mille volte, Jerry Garcia le dedicherà Bird Song dal suo primo disco solista che poi diventerà un classico dei concerti dei Grateful Dead, così come la stessa Me And Bobby McGee. Ma questa è un’altra storia. Ciò che rimane davvero è questo capolavoro, uno dei dischi più belli di sempre, con la voce di Janis Joplin ad entrare nei nostri sentimenti più intimi, da non mancare per nessun motivo al mondo. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

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