Crea sito

Roots! n.20 settembre 2020

James Brown-The Payback

James Brown-The Payback

by Simone Rossetti

Ladies and Gentlemen…..The Soul Brother Number One!!! o se preferite Mr. Dynamite o The Godfather Of Soul o semplicemente Funky President, comunque lo si voglia chiamare sempre di lui stiamo parlando, del grande e unico James Brown; un talento naturale enorme, uno che la musica, (ogni singola nota, ogni singolo nervo) la sentiva (e la faceva) con “le palle” e con il cuore, uno che ha suddiviso equamente i giorni della sua vita tra i palcoscenici di tutto il mondo e l’entrare ed uscire da un carcere (per i più disparati e facilmente intuitibili motivi); James Brown non era certo uno stinco di santo, ma come si sa la linea di confine tra inferno e paradiso è labilissima e magari una volta arrivato “lassù” se l’è cavata facendo uno dei suoi leggendari “passi” o accennando l’intro di Sex Machine, chissà, non sappiamo come sia andata ma siamo ottimisti. Una vita non certo facile, fin dall’inizio, da raccoglitore di cotone a lustrascarpe a procacciatore di clienti per un bordello, rapina a mano armata e via discorrendo, poi la musica, no, prima di tutto, come un fuoco che arde dentro, una missione, il soul come la bibbia e nel 1956 il primo successo con Please, Please, Please; la baracca del South Carolina dove era nato nel 1933 apparteneva ormai al passato, da quel momento in poi solo uno straordinario successo, donne, premi, riconoscimenti, droga, armi, istituti penitenziari e chi più ne ha più ne metta, purchè sempre all’eccesso, come era nella sua natura. Dal gospel al rhythm and blues, al soul, al funky degli anni d’oro, sempre un passo avanti, proprio come uno dei suoi passi “teatrali”; scegliere un album all’interno della sua oceanica discografia è stato quantomeno arduo, abbiamo così ridotto le ricerche ad un periodo, quello degli anni 70 che forse è stato musicalmente e compositivamente il più maturo ma anche qui non è stato semplice e così dal nostro cilindro magico abbiamo tirato fuori questo The Payback, un album potente, duro, funky al 100% ma anche attraversato da sonorità acid-jazz, afro-beat e soul (ma in misura minore rispetto ad altri album), comunque è solo un inizio e ci ritornaremo su. Per questo album James Brown si fa accompagnare dai più grandi musicisti jazz del periodo e il risultato finale si sente eccome, è un suono pieno, concreto, maturo, moderno, senza concessioni, Maceo Parker al sax contralto, Fred Wesley al trombone, John Starks alla batteria, Fred Thomas al basso, Jimmy Nolen alla chitarra, tutti musicisti con le contropalle e in un periodo (siamo nel 1973) dove essere “nero” e “consapevole” richiedeva le contropalle come accessorio minimo (non che oggi le cose siano cambiate molto). Un album duro dicevamo e la prima traccia, la titletrack, mette subito le cose in chiaro, un mid-tempo fisso con poche o zero variazioni, solo un basso pulsante monocromo e una chitarrina funky che tiene il tempo, anche la voce di Brown è “severa” e cupa, un atmosfera chiusa e opprimente, solo un breve stacco della sezione di fiati a rilanciare il tutto in un continuum ciclico, sparatevela al massimo volume e l’effetto sarà devastante. I toni si ammorbidiscono con la successiva Doing The Best I Can, un pezzo di grande soul, morbido ed elegante, sontuoso, con la voce di Brown che recupera le sue radici più profonde in un crescendo di intensità e bellezza come capita raramente di ascoltare, gustatevelo perchè sarà solo un momento poi le sonorità torneranno a cambiare nuovamente con  la lunga suite di Take Some…Leave Some, un urban funk introdotto dalla sezione fiati e da un ritmo piuttosto “blando”, “ You gotta take some… then leave some” canta James Brown  (chissà a cosa si riferisse), sembra voler spiccare il volo da un momento all’altro ma resta sempre in questa sorta di limbo pregno di soul e jazz modale; Shoot Your Shot torna a spingere su atmosfere più spesse e funky, un incedere anche qui ossessivo, peso, grandi assoli di Maceo Parker al sax e Fred Wesley al trombone e con le note di un hammond a dare spessore al tutto; ci si rilassa finalmente con Forever Suffering, un bel pezzo soul-blues dalle sonorità anni 60, forse niente di eccezionale ma necessario per tirare il fiato; Time Is Running Out Fast ha un suono quasi afro-beat, un pezzo complesso che si sviluppa fra intuizioni jazz, ritmi funky e la ricerca di sonorità tipicamente afro, difficile ed ambizioso ma un bel brano, segue Stone To The Bone, l’ABC della musica “black”, del funky, del sentirsi “neri” dentro, un pezzo teso, nervoso, scostante, pulsante, vitale, dal suono avvolgente; chiude l’album Mind Power, “Now, brothers need jobs, if you don’t work you can’t eat, if you don’t work you can’t eat”, c’è consapevolezza, c’è storia, qualcosa che va al di la di un “colore”, è un brano tosto, un funky che di solare ha ben poco ma è soul in tutta la sua anima; qualcuno una volta ha detto che il funky è quella musica che ti dice “ hey fratello, se vuoi buttarti di sotto da una finestra fallo pure ma nessuno se ne accorgerà” (più o meno), ed è quello che ci racconta questa musica, quello che ci dice, e non è poco, soprattutto di questi tempi dove sembra più facile uscire da una finestra che dalla porta. Amen fratelli. (qui)

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!