Roots! n.279 ottobre 2021

J. Sintoni - Backroads

J. Sintoni – Backroads

by Simone Rossetti

Bisogna partire da lontano per parlare della musica di J. Sintoni, lontano nel tempo e nello spazio; Monte San Pietro, Emilia Romagna, non propriamente il Tennessee ma è quel luogo “altro” di una piccola ma interessante etichetta indipendente italiana, la Go Country Records, un nome non casuale che ha radici (musicalmente) profonde, contry, blues, folk, in parole povere roots, radici appunto. J. Sintoni, non l’ultimo arrivato (una dedizione a questa musica quasi trentennale) e no, non è nato in qualche minuscola contea fra paludi e campi di cotone del Mississippi ma nella più “civile” ed urbanizzata Cesena, non importa, le distanze sono solo georgrafiche. Backroads è il suo ultimo lavoro (Go Coutry Records, luglio 2021), 10 tracce di pura, come si usa dire oggi, Americana; meglio traditional, quel misto di blues, country e folk (in una rivisitazione o rilettura qui più moderna) che è storia e patrimonio della cultura, musicale e non, americana. Premessa, qui su Roots! non solo “recensiamo” ma soprattutto ci piace parlare di musica, che si tratti di hardcore, heavy metal, post-punk od elettronica non fa alcuna differenza, è il piacere di un confrontarsi e di semplice passione; questo Backroads è un bell’album (poi ciascuno di voi avrà le sue preferenze di genere comunque non discutibili) ma non si tratta solo di questo; Cesena non è Memphis nel Tennessee né la città di Tupelo dello stato del Mississippi ma è il viaggio che conta, l’approccio, un’attitudine ed ecco che le distanze si riducono fino ad annullarsi. Insieme a J. Sintoni ci sono ottimi musicisti che ci sembra giusto menzionare, Marco Pandolfi all’armonica, Angelica Comandini alla batteria e percussioni, Rickard Alerstedt alla pedal steel guitar, Elisa Semprini al violino, Buford Popo al banjo, Gianluca Morelli al piano, Corky Hughes alla lap steel, Katrina Miller al fiddle, Thomas Guiducci al banjo e Cary Hudson alla chitarra elettrica e piano; J. Sintoni ci mette la sua voce, la sua chitarra ed il basso e lo fa splendidamente bene. Difficile non perdersi fra locali che puzzano di fumo e whiskey distillato alla meno peggio, strade che attraversano paesaggi che sembrano non trovare una fine, vecchie insegne al neon, polvere, tramonti, lo sferragliare in lontananza di un treno merci che si perde nell’orizzonte, fattorie, distese di terra dai colori pastello e poi uomini e donne, le loro storie. La musica di Sintoni parla di quell’America “sorvolata” che generalmente è “fuori dai giochi che contano”, quelle zone più rurali che ancora conservano tradizioni musicali che affondano le radici nelle varie cotaminazioni fra il blues e la musica popolare europea (quella dei primissimi immigrati); a ben vedere (cioè sentire) Sintoni non suona blues ma si limita ad accarezzarlo in qualche nota, accordo, respiro ma la sua musica è più folk, country-folk, melodica, tutto sommato anche ballabile (sempre balli tradizionali), ma se da una parte manca di quell’“asprezza” innata che ha il blues dall’altra ne acquista in un linguaggio più moderno (ed accessibile). Sono tutte tracce di ottimo livello, a partire dalla malinconica The Lighthouse, la bella Hope (fra Van Morrison e Woody Guthrie), gli accenni blues di When I Go Home, uno spiritual musicalmente corale che tanto di cappello; c’è Country Af dove si viene proiettati in un mondo solo all’apparenza lontanissimo, quello dei rodei, dei cowboys, delle mandrie di mucche, delle feste di paese a base di musica e barbecue ma c’è anche la più intima The Gold Digger per sola voce e slide guitar, il classico pezzo per le sere di fine estate quando seduti sotto la veranda ci si raccontano quotidiane gioie e miserie. Viaggio che lasciamo a voi il piacere di scoprire da soli, come è giusto che sia e perchè lo merita; Sintoni non solo è bravo ma ha classe e conosce bene quello che suona (cosa non da poco), ha tecnica ma fortunatamente evita virtuosismi vari fini a se stessi ed ha anche una bella voce (senza dubbio piacevole, pulita), voce che in qualche passaggio potrebbe risultare, forse, un pò timbricamente “forzata” ma ciascuno ha il proprio stile per cui va bene così e noi non solo ci accontentiamo ma ne godiamo. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui). 

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