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Roots! n.82 gennaio 2021

Iron Maiden-Iron Maiden
Judas Priest-British Steel

Iron Maiden (Iron Maiden) -Vs- Judas Priest (British Steel)

by Simone Rossetti

Anche per questo Vs non ci interessa scegliere quale sia l’album migliore o il peggiore, è un Vs puramente “esistenziale”, un modo come un altro per metterci (e mettervi) alla prova; Iron Maiden e British Steel sono due album che hanno, ciascuno a loro modo, definito le coordinate stilistiche della allora nascente scena heavy metal; entrambi usciti nello stesso anno, 1980, nello stesso mese, aprile, nel medesimo giorno, il 14 ed entrambi, ovviamente, inglesi; un puro caso? Un destino? Chissà, sta di fatto che avranno entrambi un successo ed un influenza nell’universo metal non paragonabile a nessun altro gruppo (o forse si ma qui stiamo parlando dell’abc, delle fondamenta, dello spirito, di un attitudine); molte cose in comune eppure due album diversissimi, sopratutto due approcci diversissimi, i Judas Priest già forti di cinque album alle spalle avevano un suono più “quadrato”, più pulito, se vogliamo più moderno ma anche in qualche modo legato alle origini del rock, per contro gli Iron Maiden avevano un approccio, un attitudine ed un suono completamente diversi, più istintivi, più grezzi, “di pancia”, non riconducibili ad un genere predefinito, si potrebbe dire con una predisposizione naturale derivativa del punk (non come genere). Due album che sono lì a ricordarci come (e dove) tutto ha avuto inizio e diciamolo chiaramente (ma è solo un opinione e non ha valenza di giudizio), un grande album quello dei Judas Priest ed un album immenso quello degli Iron Maiden; senza timori reverenziali e senza dover compiacere nessuno noi li mettiamo a confronto, singolarmente e alla pari (come è giusto che sia). Buona lettura. 

   

Iron Maiden-Iron Maiden

by Simone Rossetti

C’è un detto qui da noi molto semplice e riassuntivo e dice così “per i bischeri un c’è paradiso”; non basta avere un dono, un talento naturale enorme, bisogna anche saperlo coltivare, farlo crescere, disciplinarlo ed è più difficile di quanto possa sembrare, il rischio è quello di sprecarlo ed infine di perdersi; questo è il destino che la vita riservò a Paul Di’Anno, voce degli Iron Maiden nei primi due album pubblicati dalla band (questo Iron Maiden e Killers del 1981) e di cui negli ultimi anni si sono perse le tracce; abbiamo detto “voce” ma non basta a spiegare il suo “talento naturale”; voce e soprattutto anima degli Iron Maiden nonostante la vera mente creativa (e amministratrice) del gruppo fosse  Steve Harris (bassista), ma Paul Di’Anno aveva quel qualcosa in più (genio e sregolatezza) che in quei giorni del 1980 lasciò un impronta definitiva che in confronto quella del primo uomo sulla luna era “cacca”. C’è da aggiungere anche un altra cosa, nella musica come nella vita serve anche un altra cosa (non necessariamente ma nel caso si voglia arrivare lontano e in alto), un occhio lungo ed una certa scaltrezza, cosa che non aveva assolutamente Paul Di’Anno ma aveva ben chiara Steve Harris che probabilmente si rese conto prima di tutti che i tempi stavano cambiando, che era finito il momento di giocare, che il successo richiedeva un prezzo da pagare in termini di “professionalità e mainstream” e fu così che dopo la pubblicazione del loro secondo album Paul Di’Anno verrà estromesso dal gruppo a favore di Bruce Dickinson, da qui inizierà un altra storia (tutta un altra storia, che poi possa piacere o meno è del tutto irrilevante). Ma torniamo a questo Iron Maiden, anno di pubblicazione 1980, mese aprile, giorno 14, giorno in cui nulla fu più come prima ma soprattutto un giorno in cui “un prima” non esisteva affatto; con questo album è nato l’heavy Metal così come lo conosciamo oggi e lo conosceremo domani, uno stile musicale, uno stile di vita, ma anche un attitudine (quella vera e quella che anche i Maiden perderanno con la fuoriuscita di Di’Anno). Un album immenso arrivato in un momento in cui imperversava il punk, il post-punk, la prima new-wave, il rock più o meno classico e poi questo album, questa musica, grezza, sporca, violenta (ma non solo), tecnica (ma non fine a se stessa come nel progressive rock), spazzò via tutto, ovviamente in senso metaforico ma da leggersi come “nuovo”, come urgenza espressiva e creativa che accomunò migliaia di ragazzi che in quella musica e in quel momento stavano scoprendo il loro “presente”. Prowler è il brano che apre l’album ma sono i primi accordi quelli che contano, il primo impatto con questo nuovo mondo, poi il brano spiccherà il volo verso lande fino ad allora sconosciute, difficile descriverlo ma qui c’è tutta la “purezza” di quello che viene creato per “la prima volta”; ma considerate questa prima traccia come solo un “antipasto”, è nella successiva Remember Tomorrow che vi perderete completamente e senza ritorno, scritta da Paul Di’Anno e dedicata a suo padre “Unchain the colours before my eyes, yesterday’s sorrows, tomorrow’s white lies. Scan the horizon, the clouds take me higher, i shall return from out of fire”, ma non vogliamo rovinarvi la sorpresa di un primo ascolto o di un ri-ascolto nel caso lo aveste dimenticato (impossibile), segue Running Free, brano roccioso con il basso di Harris pulsante e potente ma a nostro modestissimo e umile parere fin troppo statico; ma arriva il brano che forse è il più rappresentativo del loro “sentire la musica” Phantom Of The Opera, una vera e propria concept-song sviluppata su almeno tre movimenti che si interscambiano e si rincorrono in un crescendo d’intensità senza pari, la prima parte affonda nei riff potenti della coppia di chitarre di  Dave Murray e Dennis Stratton, poi il brano si dispiega in una seconda parte più morbida che lascia spazio ai soli delle chitarre ma è solo un momento per poi tornare a crescere sulle linee incombenti del basso; Transylvania (strumentale) mantiene le stesse coordinate stilistiche, buona ma inferiore alle precedenti mentre il finale introduce la successiva Strange World e qui siamo dalle parti del capolavoro assoluto, solitamente questi termini non li usiamo, è tutto troppo soggettivo, la musica è soggettiva, sta solo a voi percepirne la bellezza, perchè alla fine la domanda è questa, è un pezzo metal? No, si, forse, ma ha una qualche importanza? E’ Musica (con la m maiuscola) e “fatta bene”, il resto non conta; pochi arpeggi di chitarra, un basso profondo, poi il volo fin dove solo pochi possono arrivare e la voce di Di’Anno che dire immensa è dire poco; Sanctuary riprende a spingere sostenuta da una sezione ritmica potente ma è troppo scontata rispetto a quanto ascoltato prima; menzione a parte per Charlotte The Harlot, pezzo sottovalutato ma uno fra i più belli mai scritti dai Maiden, testo amarissimo (Charlotte era il nome di una prostituta), brano che parte veloce e duro ma tutto abbastanza anonimo, questo fino al primo minuto e trentaquattro secondi, da qui in poi saremo catapultati in un altro universo, come sparire in un buco nero di immensa bellezza e allo stesso tempo straniante, è intuizione, è il momento, è tecnica, che dire, è tutta una vita; chiude l’album la titletrack, tirata al massimo da sezione ritmica e riff velocissimi ma mai scontata e con un basso che pesta al massimo delle sue possibilità. Siamo così arrivati anche alla fine, ma fortuna vuole che sia solo un inizio, gli Iron Maiden sopravviveranno al trascorrere del tempo e a loro stessi (sigh! Ma ciascuno è libero di pensarla come meglio crede), a questo album di debutto seguirà Killers con ancora Paul Di’Anno alla voce, poi sarà tutta un’altra storia, d’altronde così va la vita. (qui)

 

Judas Priest-British Steel

by Simone Rossetti

Nel 1980 i Judas Priest pubblicavano questo British Steel, l’album che li porterà definitivamente nell’olimpo della NWOBHM, e va detto, meritatamente; un percorso compiuto a piccoli passi ed iniziato con il loro primo album Rocka Rolla del 74, a seguire Sad Wings Of Destiny del 76, il buon Sin After Sin del 77 ed i successivi Stained Class e Killing Machine del 1978, ma il momento della vera e propria consacrazione arrivò con questo British Steel; una formazione finalmente stabilizzata con Rob Halford alla voce, Glenn Tipton e K.K. Downing alle chitarre, Ian Hill al basso, Dave Holland alla batteria ed un suono “definitivamente” heavy metal, potente, roccioso, riff veloci con l’uso della doppia chitarra ed un estetica “nuova” (almeno in ambito rock) fatta di pelle e borchie che definirà i canoni dell’HM; non basta, c’è anche dell’altro, British Steel arrivò nel momento giusto, erano i primi tempi di MTV e ricordo bene il videoclip di Breaking The Law che era in rotazione praticamente fissa, un grande pezzo, metal certo ma anche con un approccio molto semplice e diretto, a suo modo “radiofonico”, fu amore a prima vista (per la verità dovrei dire quasi), comunque un successo immediato, uno di quei brani che entreranno di diritto a far parte della storia dell’HM, Rapid Fire è invece la traccia che apre l’album, più violenta e veloce, i riff gemelli si fanno più aggressivi ed anche la sezione ritmica pesta duro con ottimi stacchi di ricamo, siamo così entrati nei territori dell’heavy metal più classico, segue Metal Gods, un mid-tempo trascinante con un altro bel refrain sempre molto “easy”, Grinder profuma di AC/DC ma il refrain se ne distaccherà per farsi vero e proprio metal; discorso a parte per Living After Midnight, puro e semplice rock’n roll (anche se il suono resta roccioso) ma è un brano “centrato” (cioè perfetto) per quei camionisti che attraversavano le spolverose strade degli States, c’è il quasi blues tiratissimo di You Don’t Have To Be Old Be Wise e quella che consideriamo un pò il capolavoro di questo album, The Rage, un intro reggae che lascia il posto a riff pesantissimi e ad un “climax” più cupo dove svetta la voce di Halford in una interpretazione di grande intensità (e un guitar-solo non indifferente); che altro aggiungere, British Steel è metal ma anche molto rock’n roll e tutto sommato non difficile da ascoltare (da non leggere come un difetto), quello che diventerà il loro marchio di fabbrica e che gli renderà merito e fama (come è giusto che sia); tirando le somme è un ottimo album, non tutti i brani sono allo stesso livello ma questo è relativo, quello che conta è che con questo lavoro gettaranno le coordinate stilistiche per un nuovo suono, metal ma non solo, soprattutto riuscirono ad interpretare il rock (il metal) con un approccio diverso, che poi possa piacere o meno è soggettivo, quello che conta è che nella realtà musicale (e generazionale) avrà un’importanza enorme. (qui)

 

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