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Roots! n.170 maggio 2021

Il Capolavoro (e l'arte di non esserlo)

Il Capolavoro (e l’arte di non esserlo)

by Simone Rossetti

Se ci avete fatto caso oggi è più facile trovarsi davanti ad un capolavoro che pestare la “cacca” sul marciapiede che il solito imbecille non raccatta (e vi assicuriamo che questi ultimi non sono pochi); cosa sia peggio non lo sò ma un’idea ce la siamo fatta ed è da questa che partiamo. Parola stra-usata e stra-abusata, sulla bocca di un predicatore televisivo qualsiasi o sulla penna di un rivenditore di auto usate buone solo per arrivare in fondo alla strada; ma è una strada lunga e impervia quella del cosiddetto capolavoro, una parola che almeno qui su Roots! non amiamo, ma su questo ci ritorneremo, non siamo esperti d’arte nel senso classico (ma anche meno classico), non c’è alcuna pretesa di insegnare niente a nessuno, al massimo solo suggerire delle riflessioni; rigorosamente in ordine sparso, senza una logica ben precisa, ad intuizione ed a seconda dell’umore del momento; se poi preferite dipendere dai soliti altri vi basterà cercare in rete o accendere la televisione per trovare il solito esperto in materia che vi svelerà cos’è l’arte, il capolavoro e come fruirne; non entreremo quindi nel merito della pittura o scultura dove la nostra ignoranza si fa oceano, ci limiteremo a parlare del capolavoro nel senso più pop-olare (e discutibile) del termine; non essendoci una sola verità ne troverete di svariate, dai colori più invitanti e dalle forme più diverse, ciascuna pronta all’uso e secondo le vostre esigenze, l’unica verità ed oggettivamente quella quella più sincera, quindi più giusta, la potrete trovare solo in voi stessi ed in modo del tutto “naturale”. L’uso del termine “capolavoro” nasce in Francia, più precisamente a Parigi nel tardo Medioevo; serviva a definire in campo lavorativo-artigianale la bravura di un apprendista, una specie di esame attraverso il quale si doveva dimostrare le proprie competenze e abilità manuali creando appunto un ”chef d’oeuvre”; non si trattava solo di una consuetudine popolare ma di un’abilitazione regolata e vincolata da una precisa legislazione nel Livre des métiers (libro delle libere professioni artigianali o corporazioni). Da apprendisti quindi si diventava maestri, questo valeva per pittori, scultori, incisori e miniatori, stiamo parlando comunque di ambito prettamente lavorativo. Solo nel Rinascimento mutò il senso di “chef d’oeuvre” passando dalla sua natura artigianale a quella di carattere umanistico (arte) distaccandosi cioè dalle esigenze “economiche e politiche” delle corporazioni (rivendicazione di arte libera). Qui in Italia ci si arriverà più tardi, nel 18° secolo compare per la prima volta l’uso del termine capolavoro (o capodopera) inteso come la migliore opera di un artista, un’eccellenza; arrivati però a questo punto, non essendo personalmente un esperto in materia, devo fermarmi, credo comunque sia più che sufficiente come base di partenza per alcune riflessioni e considerazioni. Come nasce un capolavoro; il solo genio può bastare? No, spesso si tratta del classico “colpo di fortuna”, il più delle volte l’essere geni non serve; è tutto un insieme di fattori che contribuisco e danno vita al cosiddetto capolavoro, la nostra storia, le nostre esperienze, un preciso momento della nostra vita, la nostra cultura, una diversa sensibilità ed una diversa percezione del mondo e della vita; il semplice bisogno di raccontare una storia. Hotel California degli Eagles è senza dubbio un capolavoro ma se avessi chiesto un parere a mio nonno probabilmante mi avrebbe risposto di non sapere come era la terra in California ma che qui era “bassa” abbastanza e con questo avrebbe chiuso il discorso, immagino avrebbe detto lo stesso per un dipinto del Caravaggio, e questo senza nulla togliere a mio nonno (fatto di terra e bestie da governare); la verità è che “il capolavoro” è materia quanto mai soggettiva; esisteranno pure dei canoni trascritti e standardizzati (mi piacerebbe crederci) ma resta sopratutto una questione “con se stessi”. Bisogna essere infelici per creare un capolavoro? Non c’è scritto da nessuna parte, si può scrivere un capolavoro pur essendo in totale armonia con il mondo e con il proprio Io; non è necessario il suicidio se non a dare fiato a chi ha interesse a specularci sopra e nella peggiore delle ipotesi vi assicuriamo che si può continuare a vivere “bene o male” anche senza averne scritte uno; sicuramente serve una sensibilità particolare, un riuscire a leggere e a decifrare le dinamiche di un mondo che a noi comuni mortali sfuggono, serve il mettersi completamente a nudo di fronte alla propria opera ed a se stessi, un andare oltre o il restare immobili; il capolavoro spesso e volentieri è involontario ed ancor più spesso decretato dai posteri, la storia ne è piena, ma allora, vi e ci, staremo domandando, cosa serve per decretare un opera come capolavoro anzichè come un semplice “buon lavoro”? È una linea sottilissima ed invisibile quella che separa due concetti completamente diversi, prendete ad esempio You Can’t Always Get What You Want dei Rolling Stones, quanti vi diranno che è un capolavoro? Noi si, ed è perfetta, come costruzione melodica, come armonia, come crescendo, come intensità emotiva, allo stesso tempo suona naturale, senza forzature, inutili appesantimenti e crea un interazione speciale con l’ascoltatore, un climax unico nel suo essere un pop quasi epico; ci stiamo ovviamente muovendo su libere sensazioni ed interpretazioni, il restante 99.9% vi dirà che è solo un buon brano, un ottimo brano ma certo non un capolavoro. Perchè; perchè un capolavoro “vero” deve, giustamente, riuscire ad elevarsi ad un livello più alto, deve staccarsi da una mentalità terrena per abbracciare il mondo intero, deve avere un respiro universale che travalichi religioni, credi ed umani miserie, qualsiasi uomo o donna di questo mondo deve potersi riconoscere; Johnny B. Goode di Chuk Berry è riconosciuto all’unanimità come un capolavoro perchè è un brano (stilisticamente, compositivamente e tecnicamente) completamente innovativo rispetto all’epoca in cui nacque e che diventerà fonte d’ispirazione per migliaia di chitarristi a venire e non solo in ambito rock; come paradosso però potemmo citarvi Helter Skelter dei Beatles, un brano proto-metal notevolmente avanti per il suo tempo ma che nessuno vi indicherà come capolavoro, eppure; State Trooper di Springsteen, solo chitarra e voce, nient’altro, perchè nient’altro serve, talmente semplice da risultare quasi banale, nessuno vi dirà che è un capolavoro tranne il sottoscritto; un ultimo esempio, Bohemian Rhapsody dei Queen, era ed è ancora (per me) un piccolo capolavoro nel suo genere, c’è stato un momento dopo l’uscita del film biografico (2018) che questo brano era sulla bocca di tutti, chi aveva visto il film non cantava altro, questa storia andò avanti per un paio di mesi, poi improvvisamente, come per magia, dimenticato, solo allora è tornato ad essere quel piccolo capolavoro che era, perchè è anche una questione di “dimensione”; per contro troverete chi vi racconterà che un capolavoro assoluto della musica è Thriller di Michael Jackson (e ritenetevi fortunati, siamo stati buoni); come avrete intuito, alla fine non esistono dei canoni oggettivi di valutazione, non lo può essere il semplice riscontro di massa (vendite) come non lo possono essere le classifiche di settore (ri-vendite); ma allora chi “scrive” un capolavoro, l’artista o il mercato? Sicuramente l’artista lo crea ma senza una “produzione” resterebbe un qualcosa di inascoltato, se va bene di nicchia, altrimenti destinato a restare sconosciuto quindi inesistente; da questa relazione amore-odio con tutti i suoi pro e contro non è possibile uscirne, oggi vengono super pubblicizzati anche prodotti-cesso, ma questo non ne fa dei capolavori e nemmeno dei capolavori-cesso, sta solo a noi saper distinguere, però una riflessione nasce spontanea; un successo di massa determina un capolavoro? Sembrerebbe di si, non siamo noi a dirlo ma il presente in cui viviamo, la realtà però è un altra, sulla lunga distanza questi pseudo-capolavori cadranno nel dimenticatoio di una nuova quotidianità e verranno a loro volta sostituiti con dei novi presunti “capolavori”, suona triste ma è così; non potendo (ma volendo, senza pretesa alcuna) esservi di aiuto vi lasciamo due titoli, che almeno spero, non possano lasciare adito a dubbi sul termine capolavoro, ma non vi daremo alcuna indicazione o suggerimento, i brani (anzi, gli album) in questione sono A Love Supreme di John Coltrane ed il Concerto d’Aranjuez di Joaquìn Rodrigo. Un capolavoro è tale perchè trascende dallo scorrere del tempo, vero, ma prima è necessario che il tempo scorra; se si tratta di un reale capolavoro lo scopriremo forse fra qualche decennio o magari fra un paio di secoli, praticamente quando da buoni e comuni mortali avremo già oltrepassato la cognizione stessa del tempo; non resta quindi che accontentarsi dei capolavori che il passato ci ha tramandato o nel nostro piccolo di saper riconoscere e godere di quei piccoli capolavori “minori” che viviamo tutti i giorni. Capolavoro, parola troppo immobile, statica, fissa ad un tempo precedente ma lontana da un presente che necessariamente viviamo; eppure il capolavoro esiste, esiste sotto diverse forme e modalità, esiste in quanto materia, essenza, tradizione, nostalgia di un qualcosa che non c’è più ma al quale continuiamo a restare indissolubilmente legati. Oggi dove tutto viene spacciato come capolavoro (bastano due lustrini, un paio di tette ed un culo, in realtà anche senza lustrini) qui preferiamo cercare altrove, fuori dal chiasso, dalle luci patinate, dagli aggettivi superlativi e dai riconoscimenti mediatici, perchè una cosa è comunque certa, del capolavoro, del piccolo vero capolavoro, ne avremo sempre bisogno. E da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto e buona lettura.

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