Roots! n.556 ottobre 2022 I Refuse It – Retrospettiva

I Refuse It - Retrospettiva

I Refuse It – Rerospettiva

by Tommaso Salvini

Inizio a scrivere sugli I Refuse It e mi rendo conto che non so nulla sugli I Refuse It; nulla eccetto la loro musica: un concentrato che per comodità viene definito Punk ma che, per scomodità, riassume in sé momenti e frammenti della storia della musica tutta, dal garage ossessivo dei Sonics, passando per le bizzarrie di Trout Mask Replica di Captain Beefheart And His Magic Band, sostando nella No Wave degli Arto Lindsay e Lydia Lunch e schiantandosi definitivamente in un’insolenza Punk Rock che ne stabilisce la cifra artistica ma, sicuramente, non la categoria. Hanno ragione coloro che, in corso d’opera e anche a posteriori, definiscono la musica prodotta dai protagonisti del Granducato Hardcore, tra i quali gli IRI figurano come agitatori, iniziatori e tra i picchi massimi, come l’unica, nell’italia dei primi moti di Hardcore politicizzato, influenzata dagli Stati Uniti: un’influenza gestita più in modo filosofico che come fonte di ispirazione nella composizione; gli I Refuse It non sentono il bisogno di individuare nel Punk un punto di rottura ma, caso mai, un potenziale per ricostruire il Rock’n’Roll , renderlo pericoloso e nocivo e portarlo avanti fino a farlo schiantare contro un muro (magari proprio quello di Berlino) e, dai suoi cocci rotti, farlo partire di nuovo, sempre più pericoloso e nocivo; sempre più tagliente, come i cocci e i frammenti sanno essere. Come gruppo prendono vita all’inizio degli anni ottanta a Firenze, loro città natia. La loro sala prove è a pochi km di distanza dal Duomo e diventa un punto di riferimento per tutti i personaggi del GDHC, tra i quali i CCM che incideranno con loro il primo vero passo di una scena formidabile ed irripetibile:

Permanent Scar (Split MC con CCM)

(1983, Belfagor Records)

Del lato dei CCM ne ho già parlato qui, un concentrato di rabbia, violenza, invenzione ed invettiva; come fare di nichilismo arte e di arte una bomba molotov. Del lato degli IRI si può dire tranquillamente che sia un’opera dadaista, un approccio dove il comodo rifugio in soluzioni standard non è assolutamente contemplato: è un teatro di suoni che diventano rumori e di parole in totale libertà ma che, messe in fila, suonano come un duro j’accuse all’esistente tutto. Sulla musica poi c’è l’imbarazzo della scelta, tra Dead Kennedys portati alle estreme conseguenze, un vaudeville internazionalista dove la lingua italiana si intervalla con l’inglese, con il russo e con la musica che pare imporsi come lingua vera e propria, risultando più esaustiva e inclusiva: Boz LaPinsky, qui in una delle sue prime incarnazioni (collaborerà con altri progetti, in seguito alla sua esperienza negli IRI, perennemente sospesi tra il serio, il faceto ed il tremendamente teatrale), modifica cassette, stende rumorismi e strozza ogni possibile melodia. Il prog e la psichedelia militanti del decennio precedente qui trovano la loro sintesi scoprendosi a parlare linguaggi più ruvidi ed immediati. Verrebbe voglia di non prenderli sul serio, tra quei fraseggi naif di chitarra in Sacrifici Umani, ma la frase “il civile è aberrante, aborriamo il civile” riporta immediatamente coi piedi per terra: una terra segnata dalla guerra fredda, dalle connivenza stato-mafia, dalle bombe della stazione di Bologna, dal neo-liberismo da importazione UK/USA. L’angoscia per un futuro sempre più buio per chi ha occhi per vedere e non si lascia intrappolare dalle visioni di benessere glitterato generate da una consapevole speculazione sul debito pubblico; gli IRI sono tra quelli dotati di occhiali speciali, come in Essi Vivono di Carpenter, che riescono a scorgere la verità dietro ai manifesti pubblicitari e a titoli di giornali perfettamente allineati col sistema e usano la musica come mezzo per potervelo comunicare; tra frenetichee fughe ai limiti dell’assurdità (Nuove dal Fronte, Chocu Umeret) e disperati affondi in un pantano angosciante e senza appigli per salvarsi (la bellissima Spread of Disease e Fall Down). Questi sono gli I Refuse It e questo è il loro bellissimo biglietto da visita, un inizio che lascia ben sperare e che, effettivamente, saprà dare solo gioie a chi da ascolto pretende anche sostanza e non solo intrattenimento.

Sogni A Doppie Vie

(1984, 7” – Totò Alle Prese Coi Dischi)

Inizia con due fughe disperate, finisce in un delirio a metà tra psichedelia marcia e schizofrenie assortite. Un punk rock incomprensibile ed alieno, più figlio di un Frank Zappa ospite nella comune di Epping dei Crass per una settimana che dei Clash e dei Sex Pistols. C’è stato un periodo, tra la fine dei ’90 e i 2000, nel quale si venerava la scena di San Diego in California; nomi come Locust, Camera Obscura, Milemarker, erano sulla bocca di tutti. L’indubbio merito di queste compagini era la capacità di mettere insieme Punk Rock con synth d’avanguardia e atmosfere allucinogene e metropolitane con idilliaci paesaggi possibili solo in menti agitate da psicotropi di natura sintetica; ecco, chissà che sorpresa scoprire che tutto questo gli IRI lo facevano già nel 1984 e con la massima disinvoltura. Scalciano e picchiano i fiorentini, ma lo fanno con precisione e chirurgia, dando vita ad un Frankenstein sonoro perfetto: il paragone che ci pare più prossimo è quello coi Can del primo Monster Movie ma, come è facile dedurre, mandato al doppio della velocità. Rigore geometrico che nega l’approccio blues di tanto rock, e di rimando di tanto Punk Rock a loro coevo, e che si proietta in una dimensione altra, dadaista, appunto. In tutto questo spiccano certamente i Synth e i nastri di Boz ma anche il sax impazzito di Vincenzo 33%, elemento esterno ma presente anche nei dischi successivi, che col suo vagabondaggio in odore di free jazz risolve e rende indimenticabile la canzone che da il titolo al singolo. Migliora la qualità audio, pur mantenendo una necessaria immediatezza, e migliorano di parecchio anche le idee del gruppo: per quanto il principio base rimanga quello di sovvertire la forma canzone, dargli nuovo significante e significato, e disperderne il senso compiuto in favore di una ricerca che riesca ad andare oltre il sin troppo facile gioco dello “strofa-ritornello”, gli I Refuse It si rivelano ben compatti ed allineati. Quando le idee son ben congeniate e condivise, così è anche il risultato finale.

M (Mini LP)

(1986, Belfagor Records)

Gli I Refuse It si sono espressi esclusivamente per split LP, 7” e Mini LP, non hanno insomma “Il Disco” e cioè quel contributo che, per lo meno fino a qualche tempo fa, era ritenuto necessario come contributo ad un periodo, una sorta di pietra miliare atta a segnare la fine di un periodo e, magari, l’inizio di un altro. Non hanno mai avuto il tempo (o forse neanche la volontà), i nostri, di registrare un Full Lenght. Forse questo ha danneggiato un po’ l’immagine del gruppo sancendone l’esclusione dai grandi nomi, come Indigesti/CCM/Negazione/Kina, ma in tempi come questi, dove meno si lascia da ascoltare più viene la voglia di non passare oltre, forse è il momento di riagguantare ogni loro singola uscita e farla propria. Primo fra tutti questo M, che cita ogni piè sospinto l’arcinoto capolavoro di Fritz Lang (nel titolo, nella copertina, nell’intro, nel testo e nel fraseggio finale di chitarra dell’iniziale M appunto ), e al pari del film è una scheggia post moderna di decostruzione e avanguardia. Stessa qualità sonora del precedente 7”, né troppo sporco né troppo pulito, l’equilibrio perfetto per un disco che di fatto è punk. Già basterebbe l’iniziale M, un gioco di citazioni, tra testo, musiche e atmosfere noir, del film di Fritz Lang: un Cut Up Burroughsiano vero e proprio, un taglia ed incolla, che riscrive il film del 1938 donandogli una nuova vita artistica e nuove ragioni d’esistenza per la fine del secolo. Sax impazziti (sempre il solito collaboratore aggiunto Vincenzo 33%) e synth alieni di Boz LaPinsky. Un capolavoro di canzone, una delle migliori aperture di cui si possa aver contezza (non è un’esagerazione, questo baccanale sonoro è tangibilmente un lavoro intellettuale e strumentale notevole, provare per credere…) e il resto del mini non è davvero da meno! Frecce Avvelenate Sul Comitato Disastri e Agguato proseguono e chiudono il lato amplificando, se possibile, le doti già espresse in apertura: velocità, sintesi, piglio cinico, un’elettronica fredda, un andamento forsennato di una struttura destinata a frantumarsi. Ma non si frantuma. Sul secondo lato si parte esattamente da dove si era lasciato: il suono di pacemaker impazziti per cuori che pompano adrenalina fuori controllo; ma non è quell’incedere spedito ma calcolato di molto Hardcore a loro coevo, è sperimentazione e suoni risicati all’osso per scoprirne la vera essenza: angoscia, ansia, tachicardia. E poi, finalmente, il pantano, la melma dentro la quale abbandonarsi e lasciarsi inghiottire. Ci avevano già avvertiti nello split coi CCM: agli I Refuse It piace correre ma sono Punk e, nell’essere Punk, amano deludere Punk. Oltre che correre i nostri sanno anche fermarsi e creare sabbie mobili soniche; l’avevano fatto con Fall Down e Spread of Disease e qui portano il tutto all’atto finale, all’ultimo gesto del disperato: Questo E’ L’Inferno, Questa E’ Eleusi una marcia lenta verso l’oblio, dove chitarre sabbathiane si scontrano con rumori lancinanti e synth sci-fi “Il mio scopo è l’inferno” canta o, meglio detto, salmodia Stefano e, per lo meno a livello rappresentativo, ci riesce: pare quasi di vedersi scorrere in loop davanti agli occhi il finale de Il settimo Sigillo di Bergman (giusto per chiudere rimanendo sul tema cinematografico). Questo M è un disco perfetto, un’opera che conosce pochi eguali; il fatto che sia solo un Mini non deve distogliere o fare pensare all’opera incompleta: il disco funziona bene così e sarebbe stupido volerlo allungare o scorciare ulteriormente. Si trova ancora bene e a dei prezzi civili. Non perdete tempo.

Mind The Gap (Mini LP)

(1989, Wide Records)

Uscito di fatto già nel 1988, su Inward Collapse, come lato dello split con gli Ultima Thule, gli I Refuse It si congedano con il disco più Rock normalmente inteso della loro carriera (una delle due cover presenti, giusto per dire, è Atto Di Forza N°10 dei nostrani e psichedelici Ragazzi del Sole, un classico mai divenuto classico poiché in Italia, quando si parla di “classico”, c’è solo da aver paura). Boz LaPinsky non c’è più e, con lui, anche il batterista Wally Dread e il bassista Sandro Favilli (ormai, dopo un foglio di via da parte del comune di Firenze, trasferitosi a Pisa ma che, con la sua Wide Records, licenzierà questo disco); alla batteria ora troviamo il Vipera (Andrea Salani per il mondo dei burocrati) già con la prima formazione dei CCM e nei Putrid Fever di Firenze, al basso Fernando Del Regno, già negli SDP di Grosseto, ed un secondo chitarrista, Marco Cesare, già attivo nella scena fiorentina con un gruppo immenso per quanto dimenticato: i Juggernaut (qui tributati con una cover della bellissima Tomorrow). Il risultato di tutto questo rimescolio, per quanto interrompa in maniera piuttosto brutale il percorso stilistico del gruppo, è comunque di livello; certamente non c’è più quella voglia di ricerca (anche se Cosa Posso Fare Di Erotico e Paradiso Zero son sempre due bei numeri in odore di psichedelia rock piuttosto smaliziata e acida), ma le canzoni ci sono e si fanno ammirare. Un certo senso Hard Rock copre le divagazioni Kraut di un tempo, le armonie blues si affacciano per la prima volta tra le trame sonore del gruppo. La componente più sperimentale del gruppo (Boz LaPinsky) se n’è andata ma gli I Refuse It sanno adeguarsi a questa perdita e tirano su una rappresentazione di ottimo livello: mentre la vecchia guardia dell’hardcore arranca, gli I Refuse It , sul limitare degli anni ’80, sanno reinventarsi in maniera costruttiva e ammirevole (cosa sarebbe stato se il grande pubblico avesse preferito questo a El Diablo dei Litfiba?) e lo fa nel modo migliore possibile: riprendendo dalla tradizione (la già citata Atto di Forza n°10) e proiettandola dritta nei ’90. Forti delle loro origini Kraut Punk e di una collezione di dischi invidiabile, gli IRI operano una sterzata che a pochi sarebbe riuscita rendendosi credibili e affidabili per il passaggio al nuovo decennio…Cosa che purtroppo non avverrà: il gruppo si scioglierà da lì a poco; una parte di questo confluirà nel gruppo ragamuffin’ Il Generale E La Ludus Dub Band, altri si butteranno sul Garage Rock (come Salani) e chi addirittura nell’Heavy Metal (Del Regno).

Molte, troppe, volte, parlando della Firenze si tende a dare gran risalto alla sua scena New Wave: Diaframma, Neon, Litfiba e troppo spesso ci si dimentica del vero diamante di quel periodo, gli I Refuse It; un gruppo che, in soli quattro dischi di breve minutaggio, riuscì a fare convivere in sé vari linguaggi con metodo, sintesi e ottima scrittura. Gli I Refuse It, a risentirli oggi, suonano meno databili dei protagonisti di quella Firenze sonora e, per certi versi, molto più motivati sia politicamente che poeticamente. Sarebbe un vero peccato che il tempo e l’incuria ne relegassero le gesta ad un sempre più ingiusto oblio. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui in ordine sparso e godete!).

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