Roots! Il Numero Che Non Avreste Mai Pensato Di Leggere (parte terza) settembre 2021

LA STORIA IN 10 LAVORI DI STUDIO

by Alessio Impronta

  1. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – the Beatles (Parlophone/Capitol 1967).: il disco che ad un certo punto tutti hanno voluto o creduto di imitare. Si legge spesso “…questo è il loro Sgt. Pepper’s…” Ma non succede mai. Musicalmente c’è di meglio? Forse, Ma l’importante è il ruolo che questo disco ha avuto: un flash di colore che nell’estate del 1967 fu lo shock per chiunque stesse ascoltando la radio. Inimitabile. Consigliatissima la versione remaster uscita qualche anno fa.
  2. Music from Big Pink – the Band (Capitol Records 1968). Un anno dopo “il Sergente”, ecco il contraltare. Si torna al folk, a sonorità più basiche. Ma fatte da veri Maestri, con la benedizione di Dylan (The Basement Tapes fanno parte dello stesso calderone). Se ad un certo punto, tutti avevano cercato l’astronave per lo spazio, dopo questo in tanti si incamminano per canyons. Il padre putativo del movimento country/folk americano dei primi anni 70.
  3. King of the Delta Blues Singers Vol. I – Robert Johnson (Columbia 1961). Ecco un altro monumento vero e proprio. Il disco che porta a scuola tutti, Clapton, Page, Jeff Beck e chissà quanti altri. Led Zeppelin e Cream ancora ringraziano.
  4. Are You Experienced? – the Jimi Hendrix Experience (Reprise Records 1967, per gli U.S.A.). Il responsabile della nascita di tantissime band, dell’amore per la chitarra di milioni di ragazze e ragazzi, la rivoluzione a sei corde. Tante se ne sono dette e tante se ne potrebbero dire, ma questo disco va semplicemente messo sul piatto o nel lettore e fatto girare. Come minimo, air guitar e posa da rocker da stadio garantita per l’ascoltatore.
  5. Van Halen – Van Halen (Warner Bros 1978). Se Hendrix è il Re, il n.1 di sempre e per sempre, l’altro Maestro che cambia le carte in tavola è lui, Eddie Van Halen. La chitarra moderna, tagliente, ipertecnica nasce qui. Un disco che apre con Runnin with the devil e poi Eruption è l’ennesima, fondamentale, rivoluzione in musica.
  6. Elvis Presley – Elvis Presley (RCA Victor 1956). Un passo indietro: questo è il vagito mondiale. Quello che è il segreto più custodito del mondo, in quel momento, beneficio di pochi in piccoli scantinati, diventa patrimonio dell’umanità. Elvis libera gli ormoni di una generazione, scalza dalle classifiche i crooners, fa ingelosire Sinatra e diventa la prima vera rock star. E, aggiungo, che voce. Ancora oggi IL cantante rock per eccellenza. Con una band poi che porta a scuola chiunque, specialmente coi chitarristi Scotty Moore e James Burton.
  7. Chuck Berry is on Top – Chuck Berry (Chess Records 1959). Il terzo album di colui che una volta disse “non facciamo nulla che Mozart non abbia già fatto”, chiudendo il cerchio – o forse aprendolo a nuove prospettive – di una storia d’amore in musica che partendo da una percussione in una grotta e passando per i Canti Gregoriani e per Eine Kleine Nachtmusik arriva a Johnny B. Goode e, ironia della sorte e delle citazioni, a Roll Over Beethoven, entrambi presenti in questo grandissimo disco che insegna ancora oggi l’arte del riff a chiunque.
  8. Led Zeppelin I – Led Zeppelin (Atlantic Records 1969). La nascita dell’hard rock? Forse no, forse si potrebbero citare i Blue Cheer, sicuramente gli Steppenwolf (a cui va attribuita la paternità della frase “heavy metal” in Born to be wild) Però questo disco, decisamente biasimato dalla critica, piace tantissimo ai giovani. Meglio ancora: a quelli che, al tempo, sono “più giovani” dei fan dei Beatles e degli Stones. Gli Zeppelin rappresentano “il nuovo”, il sound che spacca i muri e che, pubblicato ad inizio 1969, già introduce agli anni 70. Tutti quelli che lo ascoltano, ad un certo punto, voglio “essere i Led Zeppelin” ed è così che vengono fuori band come i Black Sabbath o si trasformano band già esistenti come i Deep Purple.
  9. The Dark Side of the Moon – Pink Floyd (Capitol Records/Harvest Records 1973). Che si può dire del disco più longevo in qualunque classifica e che ogni tanto, in occasione di ristampe etc, ancora si fa vedere? Si narra che in qualche parte del mondo, ogni giorno e ad ogni momento, ci sia sempre qualcuno che ascolta DSOTM. Credo sia vero o mi piace comunque crederlo. Per alcuni è il suono perfetto, per altri sono i testi di Waters o la chitarra immortale di Gilmour o magari i vocalizze di Clare Torry sul capolavoro di Rick Wright. Per me, è un disco fatto con amore, passione ed identità musicale e personale. E viene amato per questo, e per tutto il resto ovviamente. Un consiglio: procuratevi la versione “Experience”, in 2CD. Contiene DSOTM live at the Empire Pool, Wembley, 1974 ed è davvero spaziale, per usare un concetto caro ai fan della band.
  10. Never mind the bollocks, Here’s the Sex Pistols – Sex Pistols (Virgin Records/Warner Bros 1977). Il primo ed unico lavoro delle Pistole. Un urlo primordiale, un assalto sonoro senza delicatezze e senza romanticismi. Quasi un manifesto politico in musica: dopo le elucubrazioni del prog, ci riprendiamo le chitarre al massimo volume e con quattro accordi torniamo nelle strade, fra la gente. Il punk durò poco, pochissimo (chi dice che “non è morto” mente sapendo di mentire, soprattutto in musica), quello che bastava per trasmettere l’impulso a tornare alle basi, quasi a quel rock primordiale che faceva pensare poco e faceva muovere molto. Qui c’è poco da sceverare: il disco parte e si viaggia senza filtri. Oltre a loro ed a pochi altri (come i Damned, non certo i Clash che di punk hanno poco o niente) quel movimento non saprà esprimere ne’ talenti ne’ bei lavori e l’industria musicale, disperata per i risultati praticamente nulli ottenuti negli States, verrà salvata ancora una volta dai Led Zeppelin ed dal loro fin troppo sottovalutato In through the out door. Ma non si faccia di tutta l’erba un fascio: questo disco è oro vero.

LA STORIA IN 10 LAVORI DI STUDIO

by Simone Rossetti

Poche parole, le radici prima di tutto, senza queste non sarebbe stata possibile alcuna evoluzione, tutto nasce qui, il resto è storia.

1. Abbey Road – The Beatles (Apple 1969). Non tanto per la qualità delle composizioni, volendo anche discutibile, ma per un suono ed un approccio totalmente moderni, dalle classiche sonorità rock fino ad allora conosciute ad una nuova concezione “pop-rock” e scusate se è poco.

2. King Of Delta Blues Singers Vol. 1/Vol. 2 – Robert Johnson (Columbia Records 1961/1970, recorded 1936/37). Un “vecchio” bluesman nato nel 1911 in una piccola cittadina persa nel sud del Mississippi, Hazlehurst e morto troppo presto, era il 1938. Qualcuno ne ha sentito parlare?

3. Woody Guthrie Sings Folk Songs – Woody Guthrie (Folkways Records, released 1962, recorded 1940s). Quando un altro mondo era ancora possible o forse no ma Woody ci credeva e ne aveva la consapevolezza; oggi sembra non esserlo più e soprattutto sembra che a nessuno interessi poi molto, restano queste storie, ancora vive ed attuali più che mai.

4. Electric Mud – Muddy Waters (Cadet/Chess 1968). Un giorno qualcuno scrisse “l’anello mancante fra il delta blues ed il rock’n’roll” ed aveva ragione.

5. Ramones – Ramones ( Sire 1976). Basterebbe il titolo, l’artwork e questo suono, e se poi non vi basta fatevelo bastare.

6. Black Sabbath – Black Sabbath (Vertigo 1970). Un temporale che si avvicina, la pioggia che cade, il suono di una campana in lontananza, poi parte quel riff di chitarra mai udito prima, lento, cupo, pesantissimo, niente sarà più come prima.

7. Atom Heart Mother – Pink Floyd ( Harvest 1970). L’album della “mucca”, da molti considerato minore, in realtà avanti a tutti.

8. Damaged – Black Flag ( SST 1981). Hardcore, di pancia, senza concessione alcuna, grezzo, sporco, imperfetto ma immenso, una consapevolezza che ancora sanguina.

9. Ultravox! – Ultravox! (Island 1977). Scelta discutibile? Forse ma in questo album è necessario entrarci, “sentirlo” e solo allora vi si dimostrerà per quel che realmente è, di una bellezza straniante, in tutta la sua purezza, punk, post-punk e molto “altro”.

10. Psychocandy – Jesus And Mary Chain (Blanco y Negro 1985). Echi di suoni lontani eppure sempre presenti.

 

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