Roots! Il Numero Che Non Avreste Mai Pensato Di Leggere (parte seconda) settembre 2021

PERSONAL TOP 10

by Alessio Impronta

I dischi che hanno rappresentato una svolta personale o legati a determinati momenti. Magari non opere immortali anche se potranno esserci corrispondenze tra le due classifiche “best”, sicuramente “criticabili” ma certamente personali.

  1. Meet The Beatles –the Beatles (Capitol Records 1964). La prima compilation americana dei Fabs, contiene alcuni brani dei primi due dischi. Comprato da mia madre durante un viaggio negli States, riscoperto ed ascoltato dal sottoscritto negli anni 70 è la prima scossa verso una musica immortale ed elettrizzante.
  2. Dynasty – Kiss (Casabanca Records 1979). Il primo disco comprato con la “paghetta”, contiene la famosa I was made for lovin’ you. Gli hard rockers del tempo lo schifavano, noi bambini ed adolescenti lo adoravamo. Questi erano supereroi con le maschere e la chitarra elettrica.
  3. After Bathing at Baxter’s – Jefferson Airplane (RCA Victor 1967). La prima “botta”. Preso in cassetta nei primi anni 80 durante una vacanza – chissà perché poi proprio questo, forse la copertina così originale con questo aeroplano appesantito e però magico – è uno dei capolavori della storia della psichedelia. Uno di quei dischi che non richiede supporto di strane sostanze. Parte con un lungo feedback e poi si va con The Ballad of You and Me and Pooneil, con quel suono così “darkettone”, merito per lo più del basso pulsante di Jack Casady, che domina per tutto il disco, lui e Grace Slick che qui finisce il discorso psichedelico iniziato nel precedente Surrealistic pillow in un pezzo da brividi come rejoyce. Fa viaggiare già dalle prime note. Magico
  4. Abbey Road- the Beatles (Apple Records 1969). Questo non è “un” capolavoro. Questo è IL capolavoro. L’opera più completa e matura di quello che fu un fenomeno di Mozart formato band.
  5. Revolver – the Beatles (Parlophone 1966). Certo, Sgt. Pepper’s è storicamente più importante. Ma se volete trovare il vero Genio dei Fabs, qui dovete venire. Si inizia con cinque secondi di rumori e riscaldamento che definiscono tutta l’opera. Già si capisce che qui si cambia registro. Poi parte Taxman e si vola. In chiusura, Tomorrow never knows, dove Lennon si spinge in avanti di 40 anni.
  6. 1965/1970 – The Rolling Stones (Philips 1984). Una delle prime compilation che fecero rivivere il Mito in un’epoca in cui, dopo alcuni dischi quantomeno questionabili (Dirty Work su tutti), c’era bisogno di ristabilire certe priorità e far sentire a tutti chi erano i veri boss del rock e perché. Si parte con Satisfaction, si chiude con Gimme Shelter ed è detto tutto.
  7. The Legend of Eagles – the Eagles (WEA 1988). Vedi sopra: in un momento in cui una grande band stava cadendo nel dimenticatoio, sommersa da hair metal e sleaze rock del tempo, una pubblicità si apriva sulle note di Take it easy e faceva vendere vinili e cassette a pacchi. Curiosità: la copertina riporta la scritta “Tv Disc”, un antipatico trucchetto con cui le case discografiche aumentavano il prezzo e facevano pagare la pubblicità agli acquirenti.
  8. Skeletons from the closet – Grateful Dead (Warner Bros. 1974). Una compilation strana, quasi inutile apparentemente. I Dead, negli anni 70 non avevano hit da far ascoltare, a parte Truckin e meno che mai quindi potevano essere una band da greatest hits, che non c’erano. Eppure questa compilation vendette tantissimo ed anche per chi scrive fu il primo assaggio della leggenda. Perché poi, jams o no, il vero segreto della grandezza dei GD sta nelle bellissime canzoni a firma Hunter/Garcia (con l’intervento di qualche altro membro qua e la’). Da lì poi si approda a Live/Dead ed altre fantasmagorie, ma questa è un’altra storia.
  9. Appetite for destruction – Guns and Roses (Geffen records 1987). Poche storie: uno degli esordi più belli della storia ed un disco che non sfigura accanto a Deep Purple o Black Sabbath – ovviamente nelle differenze di sound etc. Dette una scrollata a quell’hard rock un po’ troppo lustrinato degli anni 80. Per un attimo, furono i “nostri Rolling Stones”. Maledetti, cattivi e con pezzi fantastici. Chiunque li conosceva a quel tempo, questo era un disco che avevano davvero tutti. Durò poco, ma che fiammata.
  10. Different Light – the Bangles (Columbia 1986). Oh, non siate blasè. Tutti i ragazzetti hanno bisogno della rock-popstar femminile di cui innamorarsi. A me, Madonna non piaceva proprio, da nessun punto di vista. Arrivarono loro, con un tono Paisley underground paraculissimo, pezzi orecchiabili a dire poco (Manic Monday scritta da Christopher a.k.a. Prince, la ricordate?), belle come il sole e chitarre Rickenbacker sulla scia dei Byrds, di cui – come tutto il Paisley dell’epoca – riprendevano i suoni. Le amavo allora, ed anche adesso.

PERSONAL TOP 10

by Simone Rossetti

Rimettendo in ordine, cronologico.

  1. Let It Be – The Beatles (Apple 1970). Impossibile da spiegare, ognuno di voi avrà il suo Let It Be e saprà cosa vuol dire.
  2. In Rock – Deep Purple (Harvest 1970). Ma cosa diavolo sto ascoltando? Un’illuminazione.
  3. Black Sabbath – Black Sabbath (Vertigo 1970). Ma cosa diavolo sto ascoltando seconda parte; da qui non farò più ritorno, pensavo, ma non era vero (o almeno lo era solo in parte).
  4. Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols – Sex Pistols (Virgin 1977). La svolta, album sul momento non ben compreso ma che si rivelerà “definitivo”.
  5. Ramones – Ramones (Sire 1976). Amore totale ed incondizionato al primo riff.
  6. Unknown Pleasures – Joy Division (Factory 1979). In tutte le cose c’è un prima e un dopo, questo fu un dopo, doloroso e splendido.
  7. Iron Maiden – Iron Maiden (EMI 1980). Heavy metal come nessuno avrebbe più suonato, giustamente o meno.
  8. Warehouse: Songs and Stories – Hüsker Dü (Warner Bros. 1987). Ne ho tre copie, si sa mai che una si rovini, anzi, vado subito a metterlo su.
  9. Daydream Nation – Sonic Youth (Enigma 1988). No wave, punk, post punk e poi la voce di Kim Gordon.
  10. A love Supreme – John Coltrane (Impulse! Records 1965). La svolta seconda parte; da qui non farò più ritorno, pensavo, e questa volta era vero.

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