Roots! n.123 marzo 2021

Hüsker Dü-Zen Arcade

Hüsker Dü-Zen Arcade

by Simone Rossetti

Lo ammetto, uno fra i miei gruppi preferiti di sempre ma siete su Roots! dove non facciamo sconti a nessuno quindi non aspettatevi la solita recensione “di parte” ma sempre onesta ed il più possibile oggettiva; gli Hüsker Dü nascono sul finire degli anni 70 in quel di Saint Paul (Minnesota), un trio composto da Bob Mould alla chitarra e voce, Grant Hart alla batteria e voce ed infine Greg Norton al basso, una line-up rimasta invariata fino al loro ineluttabile e definitivo scioglimento avvenuto nel 1987; uno fra i più grandi gruppi hardcore di sempre ma la loro musica era molto più di una semplice ed accomodante etichetta di genere, se l’approccio e l’attitudine erano puramente hardcore al tempo stesso lasciava spazio ad intuizioni e tessiture armonico melodiche che andavano ben oltre i soliti quattro accordi (ma l’hardcore a differenza di quanto erroneamente si possa pensare è sempre stato, e lo è ancora, molto più di quattro accordi). Zen Arcade uscì nel 1984 come album doppio a seguire Everything Falls Apart del 1982; imprescindibile? Per molti (critica e pubblico) si ma non per noi, intendiamoci, un album notevolissimo ma come spesso accade per un qualsiasi album doppio con anche alcune tracce che si lasciano ascoltare ma niente di più, casomai la grandezza di questo album è da ricercarsi altrove; un album che ha lasciato un segno, un’impronta indelebile, difficile per chi già lo conosce tornare a riascoltarlo e non ritrovarci le stesse emozioni, difficile per chi vi si avvicina per la prima volta non innamorarsene come se fosse un album uscito oggi. Violento, devastante, istintivo ma soprattutto malinconico ed a tratti venato da sfumature ed intuizioni quasi “pop” (nel senso buono del termine), qui sta la sua grandezza e quella degli Hüsker Dü, un approccio “diverso” che successivamente farà scuola in ambito alternative-rock (stranamente molto meno in quello prettamente hardcore); diciamolo subito Zen Arcade non è un album “facile” (ma la musica quando è fatta bene non lo è mai), fragilmente bello ma anche molto “lungo” (e se lo era allora figuriamoci per i parametri di ascolto di oggi). 23 tracce, il rischio è quello di compilare la solita lista della spesa, cosa della quale non ce ne può fregare di meno, ci accontentiamo di darvi un primo input, uno spunto che sia “radice”, quel “roots” da cui prendiamo il nome, il resto spetterà a voi; What’s Going On è un piccolo capolavoro di potenza ed intuizioni più pop con richiami agli anni 70, esplosiva e trascinante come deve essere ogni inno generazionale, c’è Standing By The Sea con la sua carica amara e malinconica che lascia disorientati, non rinuncia alla potenza, anzi, ma è avvolta da un aurea sommessa quasi intima, un gran bel sentire, mentre Broken Home, Broken Heart ha un chorus ed un refrain semplicemente perfetti, drammatica e malinconica insieme lambisce territori pop ma restando sempre ben ancorata in un hardcore senza concessione alcuna, in tutta la sua purezza; un altro brano che vi sorpenderà è Never Talking To You Again, una dolce ballata acustica per sola chitarra e voce dalle reminescenze psichedeliche, qualcosa che molto delicatamente si depositerà nel vostro subconscio per restarvi a lungo, come anche le melodie solari di Chartered Trips con la chitarra intenta a tessere tele cromatiche morbide ed autunnali, meraviglia e stupore. C’è l’indimenticabile giro di basso che apre I’ll Never Forget You, questa si veramente portata ad un limite estremo dove si percepisce tutta la disperazione e l’angoscia di un presente proiettato verso un nulla (vi ricorda qualcosa?), lo stesso si può dire per Pink Turns To Blue con il suo refrain irresistibile che resterà giustamente nella storia eppure velata di quella tristezza che si fa spessore, “anima”; non vi possiamo lasciare senza prima suggerirvi due tracce che forse poco c’entrano con l’hardcore (sbagliato, l’hardcore sa essere anche questo) ma che rendono bene l’idea di come non conti tanto un “etichetta” quanto il “sentire”, sono due brani per solo piano, One Step At A Time e Monday Will Never Be The Same (quest’ultima in particolare), certo, esecutivamente non saranno ai livelli dei più blasonati pianisti classici ma c’è dell’altro, quella passione per la musica, per le emozioni che può trasmettere, per quel guardarsi intorno, osare e spingersi “oltre”, correre il rischio di non piacere, di non essere capiti ma restando sempre ed ostinatamente se stessi, con pregi e difetti. Gli Hüsker Dü si scioglieranno nel 1987 (ognuno per la sua strada e non si riformeranno più) dopo l’uscita di Warehouse: Songs And Stories, personalmente quello che ritengo il loro capolavoro ma questa è un altra storia e chissà, probabilmente un giorno ve la racconteremo, per il momento accontentatevi di questo Zen Arcade, della sua arte, del suo essere meravigliosamente vivo. Siete su Roots!, dove le radici trovano ancora un senso (qui per un pre-ascolto e poi di corsa nel vostro più vicino negozio di dischi, basta crederci).

 

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