Roots! n.61 dicembre 2020 Fugazi – Repeater

Fugazi - Repeater

Fugazi – Repeater

by Simone Rossetti

Un grandissimo, forse immenso, album post-hardcore, con un’avvertenza, lasciate perdere quel “post”, anzi, lasciate perdere anche il termine hardcore perchè questo Repeater è molto di più. I Fugazi erano (anche se in realtà non si sono mai sciolti sebbene in stand by dal 2002) una band formatasi in quel di Washington sul finire degli anni ’80 e composta da Ian MacKaye alla chitarra e voce, Guy Picciotto alla seconda chitarra, Joe Lally al basso e Brendan Canty alla batteria, ottimi musicisti (e capirete il perchè ascoltando l’album) ma non solo, anche una band alquanto “anomala”, lontanissima dal mainstream e dal business musicale per una scelta propria di perseguire l’etica e gli ideali DIY (acronimo di Do It Yourself) e gestire personalmente la loro musica in tutte le sue fasi, registrazione, produzione, concerti, interviste, prezzi, questo non a fini di lucro personali ma per rispetto verso chi li seguiva, ovviamente senza rimetterci ma mantenendo dei costi più bassi rispetto alla scelta di affidarsi ad una casa discografica ed a tutto il suo “merchandise” di contorno, non erano ovviamente i primi a intraprendere questa strada (attitudinalmente e culturalmente punk) ma ai loro livelli non era certo scontato. Vi abbiamo consigliato di lasciar perdere la solita ed inutile etichetta di genere come “hardcore” ed un motivo c’è, potevamo scrivere alternative rock, garage, un proto grunge che sarà fonte di ispirazione per Kurt Cobain e non solo, oppure un approccio compositivo alla classica forma-canzone non propriamente ortodosso ma sarebbe stato come cadere nel medesimo errore di voler classificare una musica che non lo merita, quello che vi consigliamo è di spararvelo direttamente a tutto volume e di lasciarvi sommergere da queste onde soniche di immenso ed irripetibile fascino. Gennaio 1990, viene pubblicato Repeater, album di debutto per i Fugazi che definirà nuove coordinate stilistiche per tutto il rock a venire; mettete da parte dubbi e reticenze e prendete ad esempio il crescendo intenso e drammatico di Turnover, devastante e di una bellezza senza tempo eppure compositivamente mai scontata, un labirinto che si dispiegherà magicamente sotto le vostre orecchie secondo regole non scritte, così come nella successiva e dissonante Repeater con i suoi ritmi tra un funky sbilenco ed un tribal jazz, qualcosa di inclassificabile ed informe ma di una potenza senza eguali; non è finita, siete solo all’inizio, Merchandise vi spazzolerà l’anima di ciò che è inutile e fazioso, un’esplosione cromatica di suoni e di riff incendiari che vi trapasseranno le budella, ma non c’è tempo per tirare il fiato ed ecco che parte forse la traccia più “splendente” di tutto l’album, Blueprint, un intro “acustico” iniziale poi sarà tutto un crescendo lento e spiazzante, troppo bella per un qualsiasi inutile aggettivo ma fatela vostra, per i momenti più bui e quelli più “luccicanti”; Sieve-Fisted Find si muove glaciale ed allucinata su pulsazioni hardcore e ritmi in divenire che troveranno un loro compimento nell’intensità del refrain mentre Two Beats Off è un piccolo capolavoro compositivo, pochi accordi, riff che esploderanno improvvisi e senza lasciare traccia, un pezzo disturbante ma per bellezza ed innocenza. Repeater è qualcosa che oggi manca, badate, non come “suono” ma come attitudine, come urgenza espressivo-creativa, soprattutto come approccio, è vero, non sempre è così ma c’è comunque questa sorta di pensare (musicale e non solo) “al risparmio”, ad un non osare, al non rischio, ad un accontentarsi comunque appagante, non qui, non in questo Repeater. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

 

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