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Roots! n.89 febbraio 2021

Franti-Luna Nera

Franti-Luna Nera

by Simone Rossetti

Mettetevi comodi e preparatevi ad un salto temporale in un tempo e in un luogo che oggi non solo sembrano lontanissimi ma forse neanche mai esistiti; stiamo parlando di quel periodo storico che va dalla fine dagli anni 70 ai primi anni 80, il luogo? Torino (ma potremmo dire Italia). No, non siamo nostalgici e non ci interessa il classico “si stava meglio quando si stava peggio”, non erano anni facili né spensierati ma nel loro travagliato scorrere avevano ancora un loro senso, un guardare avanti, un immaginare possibile, non c’era ancora quell’assuefazione passiva alla follia e ad un nulla quotidiano che avrebbe caratterizzato i decenni successivi in un crescendo inarrestabile fino a questi giorni dove si vive (ognuno a modo suo) in un vuoto non compreso, semplicemente aspettando (cosa non si sa). Riascoltare oggi questi brani fa quasi tenerezza ma è una tenerezza amara, che non lascia spazio a sogni; Torino, la città Fiat, lavoro duro, ideali, tante vite smarrite, i Franti nascevano in  questo contesto, più che un gruppo un collettivo aperto, non esattamente “politicizzato” comunque vicino, come pensiero ed attitudine, all’area antagonista ma soprattutto che sapeva guardarsi intorno e descrivere con infinita dolcezza e lucidità quei giorni che da lì a poco sarebbero stati destinati all’oblio surclassati da un nulla più accomodante ed appagante. Franti, nome preso dal ragazzino difficile del libro Cuore di Edmondo De Amicis, ragazzino dal comportamento discutibile ma che sarebbe troppo facile bollare come “cattivo”; Stefano Giaccone al sassofono e voce, Vanni Picciuolo alla chitarra, Lalli alla voce, Massimo D’Ambrosio al basso e Marco Ciari alla batteria (ma la lista di collaborazioni sarebbe lunga); Luna Nera vide la luce in musicassetta autoprodotta nel 1983, solo successivamente, nel 1985, verrà ristampato su vinile dalla Blu Bus Records (etichetta fondata dagli stessi Franti insieme ai Kina) con l’aggiunta di due tracce inedite (No Future e Chiara Realizzazione Di Ryonen); che sia vinile o musicassetta non importa  è semplicemente un bellissimo sentire e ricordare, vivido, viscerale, drammatico, di una forza espressiva che oggi sembra mostrarsi tremendamente fragile, quasi inopportuna, una forza andata in pezzi insieme a tutto il resto eppure tremendamente attuale. Un misto di punk, folk, post-punk, poesia, jazz, un approccio che sapeva farsi arte, che sapeva descrivere con uno sguardo impietuoso le contraddizioni di questo paese e di questo mondo; Luna Nera si apre proprio sulle sonorità post-punk della drammatica No Future, “Il mio futuro è già finito, sotto la nostra lingua muta, sotto la nostra lingua muta, no dreams, no future” mentre il sax dilaniante di Stefano Giaccone farà il resto, segue Preachin’Blues una cover sanguinante punk di un pezzo del 1936 del grande bluesman Robert Johnson, dura, aspra e con un crescendo da togliere il fiato, inarrivabile; si torna su atmosfere più introspettive e poetiche nella malinconica Io Nella Notte dall’incedere morbido e spigoloso dove è sempre il sax di Giaccone a disegnare traiettorie inusuali; c’è la bellissima e struggente Only A New Film dove i Franti sembrano coverizzare i grandissimi X di Exene Cervenka e John Doe, un punk-rock di struggente e devastante bellezza, a chiudere il lato A la più fredda ed oscura Le Loro Voci  “mani, le mie mani su beirut, taglio di luce spezza il sorriso, mani, le mie mani, il, cuscino, la fine del sonno è dentro. Sembra una notte come tante, quasi sento gridare qua sotto, si, lo so, è molto lontano, anche la strada è sempre uguale”, una prima parte dall’incedere più lento e declamatorio alla quale seguirà una seconda più sostenuta e dura; ma siamo al lato B e che dire delle note di Joey, un brano da brivido che dire glaciale è dire poco “joey riusciva a trasformare i giochi che aveva la scuola, in macchine distruttive e pericolose, le altalene diventavano macchine da demolizione, in cima alle quali o al jungle-gym egli passava ore ed ore, ad imitare i rumori delle macchine”, introdotta dalle note dissonanti del piano di Paolo “Plinio” Regis e poi dal sax di Giaccone che la trasporterà in territori più free jazz, disturbante e desolante fin nel midollo, drammaticamente reale di un nulla a venire. Lasciateci Sentire Ora ha un bel testo recitato in tono quasi sommesso e distaccato dalla Lalli mentre le strumentali Vento Rosso e Solidi sono due belle ed intense composizioni jazz (più free la prima, più fusion la seconda), a chiudere l’album The Week Song, un’eterea filastrocca lasciata alla voce di Marvi Maggio; e qui concludiamo, perchè ad una fine prima o poi bisogna pur arrivare, i Franti ci arriveranno nel 1987, solo l’anno prima uscirà il loro ultimo e bellissimo LP Il Giardino Delle Quindici Pietre (del quale riparleremo) poi la decisione di porre fine a questa esperienza, il mondo stava cambiando ed insieme a lui tutto il resto (noi compresi), un resto che oggi è il nostro presente. Da Roots! è tutto. Buon viaggio e buon ascolto.   

“Sessanta volte gli occhi han visto
mutare l’autunno
abbastanza ho parlato
del chiaro di luna

non domandare altro
ascolta le voci dei pini
quando non c’è nemmeno
un alito di vento”
(da Chiara realizzazione di Ryonen)

(Vi invitiamo a visitare il loro sito qui, non un semplice sito ma una parte della nostra storia)

 

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