Roots! n.274 settembre 2021

For The Glory Of Nothing - Garmonbozia

For The Glory Of Nothing – Garmonbozia

by Simone Rossetti

Sebbene non sia chiaro come o in che misura, essa è la rappresentazione tangibile del dolore e della soffernza” (cit. Wikipedia, Garmonbozia)

Garmonbozia; se avete seguito la serie televisiva Twin Peaks scritta da David Lynch saprete bene di cosa stiamo parlando, in caso contrario (ma non è indispensabile saperlo) è un qualcosa di difficilmente spiegabile, forse un portale verso un oltre, una dimensione parallela che non conosce il “bene o il male” (almeno non come lo comprendiamo noi) ma semplicemente esiste, per quel che è. Garmonbozia è proprio il nome che da il titolo a questo Ep di debutto dei For The Glory Of Nothing e pubblicato dalla interessante etichetta catanese UKhan Records; quel poco che possiamo dirvi è che sono un duo ma nient’altro, hanno scelto il più totale anonimato (scelta che rispettiamo ma che non condividiamo, tant’è); 4 tracce “strumentali” che si muovono fra sonorità industrial-noise, dark-wave e synth-wave post moderne, atmosfere cupe e plumbee che ben rappresentano questi tempi bui e forse un futuro prossimo a venire (se non già presente). Non sappiamo se questo Ep avrà un seguito oppure no ma è senza dubbio un progetto interessante che inquieta ed affascina allo stesso tempo; And Its Color Is Green è la traccia di apertura, un manifesto industrial squarciato da pulsazioni notturne di scuola krautrock (Can e Neu!), più atmosferica e con belle aperture armoniche è la successiva Resides In Air, Unclean, la voce, “narrante”, qui come negli altri brani è un qualcosa che resta sempre sullo sfondo ma più che una voce sembrano dei samples vocali riprodotti in loop che entrano a far parte della musica stessa; atmosfere che torneranno a farsi ancora più incombenti e fredde nella bella Anti-World, Overnight (feat. Fabio Di Gregorio al sax), avete presente Blade Runner di Ridley Scott? Bene, perchè questo pezzo ne ha tutto il respiro e mettetevi pure l’anima in pace, che vi piaccia o meno questo sarà il nuovo mondo (se non lo è già). A chiudere il lento e morbido svolgersi ciclico di Sub Pennis Eius Sperabis ma qui siamo già oltre, di una desolante bellezza che fa quasi male. Album da “prendere o lasciare”, non per “tutte le stagioni” né per le diverse “sensibilità”, musicalmente non è niente di particolarmente innovativo però ha personalità da vendere (non nel senso di classifiche, poi tutto ci sta), ha delle belle intuizioni, ha una tristezza di fondo che lo rende particolarmente ostico, inizialmente impenetrabile ma è anche un bel sentire con un unico rammarico, la prossima volta sarebbe gradita “la presenza” (ovviamente scherziamo, ciascuno è libero di fare come vuole). E da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).  

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