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Roots! n.12 novembre 2020

Flipper-Album-Generic Flipper
The Rain Parade-Emergency Third Rail Power Trip

Flipper-Album – Generic Flipper  

by Simone Rossetti

Permettetemi una divagazione “culturale”, è consuetudine (ignoranza) associare la musica hardcore al punk, non so perchè ma in questa mediocrità di pensiero c’è tutta la pochezza musicale di questo paese; inutile cercare di spiegarlo ma sono due generi completamente diversi, per approccio, per attitudine, per mentalità, l’hardcore è materia quanto mai viva, non è rinchiuso in una griglia dalle coordinate stilistiche definite come potrebbe essere per il punk, ne è totalmente libero, ed è questo il suo bello; Album-Generic Flipper riassume questo pensiero meglio delle parole; il suono è atonale, dissonante, feedback e distorsioni che faranno scuola mentre la ritmica segue metriche più elaborate riconducibili al post-punk, non c’è nichilismo come nel punk, c’è alienazione, sofferenza, disagio, ma è vitale, mai rassegnato. I Flipper si formano sul finire degli anni 70 a San Francisco, dopo alcuni cambi cambi di formazione e finalmente assestatisi (al basso e alla voce si alterneranno Shatter e Loose) rilasciano un primo EP SF Underground 7 del 1979 e alcuni singoli, nel 1982 sarà la volta del loro primo album, questo Generic Flipper che ebbe un buon riscontro nella scena underground; in effetti Generic ha delle intuizioni geniali, dallo stile chitarristico di Ted Falconi ad una ritmica quanto mai essenziale, minimalista, compositivamente è proiettato in avanti rispetto ad altri gruppi dell’epoca, una compiutezza che raggiungeranno successivamente solo i Sonic Youth. Generic si apre con il clap di mani di Ever che scandiscono il ritmo in perfetto stile beat anni 60 ma il tutto con un retrogusto straniante, quasi spiazzante, ci penserà Life Is Cheap a impostare quelle che saranno le coordinate dell’album, un piccolo gioiello, ossessiva, incombente, alienante, qui il noise (rumore) diverrà materia malleabile ai fini della composizione, segue il crescendo potente di Shed No Tears, una litania che si ripete all’unisono fra distorsioni e puro noise, una ritmica che progressivamente accelera fino alla sua implosione finale; (I Saw You) Shine è un pezzo di gran fascino, sembra di ascoltare i Joy Division ma portati ad un livello di “disturbo” non paragonabile; mentre Way Of The World ha una struttura più rock con un refrain tutto sommato cantabile Life torna a scavare in sonorità più cupe e destrutturate, Nothing è potente e liberatoria, con una sezione ritmica che deflagra in un anti-forma di schegge impazzite, Living for Depression è forse il pezzo più punk (ma non è punk), a chiudere l’album un piccolo capolavoro, Sex Bomb, ruota tutta intorno ad un semplice ma efficacie giro di basso, quasi funky a cui si unisce un sax in pieno stile free jazz, e caos, tanto bellissimo caos. Per concludere un album dal suono “povero”, scarno, registrato in modo approssimativo ma di una sostanza tale che è difficile assimilarla tutta in una volta, anche questo è hardcore e per questo lo amiamo. (qui)

The Rain Parade-Emergency Third Rail Power Trip

By Simone Rossetti

Se siete amanti di certe sonorità tipicamente sixties dalle atmosfere sognanti e i colori tenui questo Emergency Third Rail Power Trip è il vostro album, non siamo però di fronte ad un revival di musica psichedelica dei primi anni ’90 bensì nel 1983, anno in cui i Rain Parade pubblicarono questo loro primo album per la Enigma/Zippo. Provenivano dal Minnesota, la classica college band formata dagli amici Matt Piucci e David Roback entrambi chitarra e voce ai quali si aggiungeranno Steven Roback al basso, Will Glenn alle tastiere e violino e Eddie Kalwa alla batteria, dal Minnesota quindi ma ebbero una notevole influenza proprio negli anni ‘80 all’interno della scena Los Angeliana denominata Paisley Underground alla quale facevano riferimento tutte quelle band locali (e non) che affondavano il proprio sound in sonorità tipiche anni ’60 (soprattutto Byrds e Velvet Underground) passando dalla psichedelia al garage a vere e proprie jam session più sperimentali. Detto questo Emergency Third Rail Power Trip non è un album di quelli “immediati” e non per difficoltà di ascolto ma proprio per questa sua attitudine intimista e sognante, non è un album di hard-rock né punk e nemmeno propriamente di certo rock che spinge sull’acceleratore con suoni “forti” e ritornelli accattivanti, no, è tutto l’opposto, ma è soprattutto un album realizzato e suonato bene, con belle armonie vocali e composizioni sempre ben riuscite, tanto che nonostante i Rain Parade si muovessero all’interno di un contesto musicale ciscoscritto, come era il Paisley, l’album ricevette un buon riscontro di critica all’interno dell’ambiente underground. Ma parliamo dei singoli brani, non ce n’è uno migliore di un altro (alla fine sono gusti personali) certo è che alcuni brillano per inventiva e per soluzioni armoniche definendo al meglio le caratteristiche di questo “genere”, dalla iniziale Talking In My Sleep, semplice quanto essenziale, chitarre “oriented-style” e una sezione ritmica leggera ma ben presente, alla Beatlesiana 1 Hour ½ Ago dalle armonie eteree e sognanti impreziosita da morbidi cambi di tempo e armonizzazioni corali, What’s She Done To Your Mind è sicuramente perfetta, un manifesto vero e proprio di questa scena underground con un refrain irresistibile e contagioso da cantare sia che ci sia il sole o la pioggia, e mentre Saturday’s Asylum sembra uscire direttamente dagli anni ’90 (Oasis e  Blur, ma suona molto più onesta) Carolyn’s Song ha il profumo di una ballad acustica intimista e notturna in pieno stile Pink Floyd (periodo Syd Barrett), non ci dimentichiamo infine di Look Both Ways un perfetto esempio di garage-beat puro e solare dove un organo Hammond ’60 style fa da tappeto a soluzioni armoniche di chitarre jingle condite da timide distorsioni, un pezzo semplice quanto efficace.Va bene, nessuno griderà al miracolo, non è accaduto nel 1983 e non accadrà oggi e immagino nemmeno domani, non ha alcuna importanza, un lavoro onesto e ben fatto resterà tale anche e nonostante il trascorrere del tempo, non sentiamo alcun bisogno di pubblicizzare un album invocando al miracolo, per un album semplice quanto onesto alle volte basta un “soffio” e questa è già di per se una buona cosa ed un buon motivo per prestargli attenzione; da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

 

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