Roots! n.358 gennaio 2022 Estrema Leva Artistica Musicale ‘900 – Un Inverno All’inferno

Estrema Leva Artistica Musicale '900 - Un Inverno All’Inferno

Estrema Leva Artistica Musicale ‘900 – Un Inverno All’Inferno

(2021, Records Dk)

by Tommaso Salvini

Sento come voci distanti giungere da corridoi che non vedo, che non ci sono: ansia, confusione, paura del vuoto. Una mano invisibile manomette le voci traducendole in una frequenza fissa; un synth si fa largo: prima sembra parte integrante dell’insieme, poi se ne distacca e serve solo da introduzione ad un altro synth che, con note più alte, spicca il volo rispetto al primo che, poco a poco, torna a confondersi coi fruscii di fondo. Sono solo due minuti che ascolto questo disco e già ci sarebbe da scriverne per ore…un gioco continuo, mutuato da un linguaggio post punk ma che con questo ha poco a che fare, di “togli-aggiungi, togli-aggiungi” che lascia il brano in una continua tensione…Mi rilasso quindi, mi rendo conto che quello che seguirà a quest’ intro potrebbe essere un ascolto stimolante e poi, con gran piacere, scopro che è un’opera cantautorale. Se il cantautorato italiano negli ultimi anni vi ha, principalmente, deluso (fatta eccezione per i soliti Iosonouncane, Cesare Basile…) è solo perché, in larga parte, ha smesso di contaminarsi. Negli anni d’oro del nostro cantaurato (dai Conte-Jannacci-Gaber, passando per i De André-Lolli, fino alla svolta elettronico-new wave dei Camerini-Cattaneo) la pratica del menestrello, del canta storie, così integrante nella nostra tradizione popolare, si arricchiva di ascolti esotici, se non di vere e proprie riscoperte artistiche scovate nello stesso suolo natio (la pratica dello stornello ripresa da De André a Camerini, e anche l’immergersi nella musica tradizionale di certe realtà particolari come nel Creuza De Ma scritto sempre da De André con l’aggiunta di Pagani, per non citare l’ottimo lavoro in tal senso svolto da Capossella). Con gli anni, purtroppo, è venuto meno il significato ed il significante: il cantautorato italiano sembra ormai la continua riproposizione di se stesso; un genere ormai congelato che, occasionalmente, torna di moda parlando d’amore (che fa rima con cuore) e altri sentimenti di cui, onestamente, siamo un po’ tutti stufi di sentir proporre in forma canzone. La cosa piacevole di questo disco è proprio la sua totale apertura al confronto, alla contaminazione, che, pur rimanendo ancorato ad una forma cantautorale, lo eleva ad opera di sicuro interesse e che merita tutta la nostra attenzione. Rimandi su rimandi, riferimenti su riferimenti, volendo anche piuttosto desueti per il genere entro i nostri confini nazionali: neo folk alla Death In June con spiazzanti fughe sui momenti più enfatici dei Current 93 (come nella canzone Inferno, un pezzo sensazionale e commovente, roba da innamoramento al primo ascolto), parti strumentali di scuola Constellation (Godspeed You! Black Emperor, Silver MT. Zion che ritornano frequenti, negli arrangiamenti come nelle atmosfere, di canzone in canzone, e trovano il loro compimento definitivo nelle strumentali, una su tutte PreOutro-Corrispondenze dove l’influenza dei Godspeed la fa da padrona, tra campionementi di discussioni e un alternarsi tra rumorismi e chitarre sfasciate), musica Ambient a fare da tappeto che accompagna il De Andrè più gotico, quello di Tutti Morimmo A Stento (Il Canto di Lucifero, uno dei picchi dell’intero disco) e addirittura rimandi ad un hard rock Sabbathiano che aumenta la natura ritualistica della composizione (la bellissima Leviatano, dove, un riff di chitarra alla Iommi, introduce e inframezza un pezzo Morriconiano tradotto in un Sabba per streghe); pur rimanendo, tuttavia, ancorati alla tradizione di queste lande in episodi /recitati alla Massimo Volume su di un tappeto di chitarra acustica e sussurri, come nella splendida Virus o in Inverno o anche nell’ossessiva-compulsiva L.d.A, dove, profittando di un’atmosfera intimista, alternano un cantato sullo stile dei La Crus a declami come i ben noti bolognesi di cui sopra; oppure anche ai CSI di Cupe Vampe, altro riferimento costante, che si riconoscono, confusi nell’unicità della proposta, in vari momenti del disco (Mea Culpa, Poker); sorprendono anche con un samba in odore di colonna sonora firmata Umiliani rubata (e non copiata, la Leva è artistica e, come si deve a dei veri artisti, ruba e non copia) a una commedia all’italiana anni ’60 e infine, per concludere con la girandola dei nomi, ho avvertito anche dei netti rimandi agli Aktuala, strepitosa esperienza anni ’70 italiana, che tra flauti ed elettronici momenti intimisti, paiono fare capolino ogni tanto…Che la masnada di riferimenti fin’ora elencati non vi induca, tuttavia, a fallaci pregiudizi: la Estrema Leva Artistica Musicale ‘900 (un nome che sembra una sorta di tributo al già citato neo folk di scuola Death In June/Current 93 in chiave squisitamente maccheronica) sa come mescolare i propri ascolti, sintetizzarli, ridurli all’osso se necessario e convertire ad un unicum che può portare solo il loro nome come titolare della cifra finale e, la cifra finale, è piuttosto alta. Un disco generoso nel minutaggio, ben 18 pezzi lo compongono, ma di fronte al quale ci si arrende più che volentieri in questi freddi giorni invernali, segnati da pandemie e mediocrità: restituiscono una diversa idea del genere umano, più intellettualmente stimolante (rimandi continui ad una letteratura e ad una filosofia altissime: dal mito della caverna di Platone, passando per Dante e finendo tra le braccia di Thomas Hobbes e Dylan Thomas…) e più artisticamente interessante. Bagniamoci quindi in questo Stige incuranti del freddo invernale e salutiamo quest’opera come un vero ritorno a casa della musica d’autore in questo paese. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

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