Roots! n.286 ottobre 2021

Eric Dolphy - “Out To Lunch!”

Eric Dolphy – “Out To Lunch!”

by Simone Rossetti

Considerato all’unanimità uno fra i più grandi album jazz di tutti i tempi ed è vero, solo che noi di Roots! non lo “recensiamo” per questo, non ci accontentiamo dei paroloni “importanti” né dei risultati da classifica, lo recensiamo per la sua musica, per la storia umana che c’è dietro, per quello che fa la “differenza”. Diamo tutto per scontato, per semplice ma non è così, per suonare questa musica bisogna essere dei “mostri” di tecnica, ogni nota, ogni intervallo, ogni micro pausa ha un suo perchè, eppure non basta, chi suona questa musica deve prima di tutto “sentirla”, entrare in sintonia perfetta con gli altri, una simbiosi totale, ma ancora non basta ed ecco il motivo per cui recensiamo questo lavoro, alla ricerca di quel pezzo mancante. E’ necessario partire da Eric Dolphy, sassofonista, flautista, clarinettista e compositore, musicalmente un passo avanti a tutti, non importa quanto, nel jazz basta veramente poco, un soffio e si è già lontanissimi; lascerà questa vita terrena nel giugno del 1964 all’età di 36 anni, insufficienza renale mal curata, si trovava nell’allora Berlino Ovest per una serie di concerti quando fu ricoverato d’urgenza e, sembra, curato per overdose (“nero”, musicista jazz, uguale tossico), inutile stupirsi, così va il mondo anche oggi. Nel jazz come nel rock esistono varie etichette di genere, servono a vendere meglio un “prodotto” ed a identificarlo temporalmente, giusto ma la musica fortunatamente va ben oltre uno scontrino da supermercato e la musica di Eric Dolphy è complessa, semplice nel suo scorrere ma anche ostica, non è bebop né hardbop, non è modale, soprattutto non è free jazz, è un’intuizione compositiva che ha, insieme, radici profonde ed uno sguardo lontano. “Out To Lunch!” fu pubblicato postumo nell’agosto del 1964 per la Blue Note, insieme a Dolphy (sax contralto, flauto, clarinetto) Freddie Hubbard alla tromba, Bobby Hutcherson al vibrafono, Richard Davis al basso e l’allora giovanissimo Tony Williams alla batteria (praticamente un ragazzo ma con un tocco eccellente); quello che suonano è ovviamente jazz, dovremmo dire musica ma già vedo i presunti estimatori storcere il naso, tranquilli, permetteteci però una riflessione; se non avete dimestichezza con il jazz è ancora meglio, l’approccio sarà più semplice e diretto, ascolterete questa musica per quel che è, senza lasciarvi influenzare da stili, modi, tributi, etichette varie ma per il solo e semplice piacere, o non piacere, di ascoltarla. Musica sbilenca, arzigogolata, con pause ed intervalli che si rincorrono insieme alle note ma dove niente è lasciato al caso, musica strutturata e destrutturata insieme, fortemente dissonante, non cupa come altre opere jazz più “impegnate”, anzi, ma necessita di un suo tempo così come tutte le cose. Ad aprire questo “Out To Lunch!” Hat And Beard e si viene subito catapultati in un tema che procede a scatti, il basso segna il tempo mentre uno alla volta entrano gli altri strumenti, da questo momento in poi ciascun componente avrà la più ampia libertà di interpretazione ma sempre seguendo un movimento ciclico, la ritmica di Williams è discreta ma si sente che vorrebbe esplodere da un momento all’altro, notevole il solo al basso di Davis, si pesta duro ma c’è una scorrevolezza ed un feeling che rende il tutto semplice. Segue la bellissima Something Sweet, Something Tender introdotta dal clarinetto basso di Dolphy in un’atmosfera maliconica e calda, il tema è avvolgente ed intenso anche se leggermente dissonante, tema che verrà riproposto dai soli Dolphy e Davis insieme (quest’ultimo lo segue al basso usando l’archetto, stile viola o violoncello) ed è pura arte; più movimentata la successiva Gazzelloni, anche questa con un incedere “obliquo”, non metricamente statica, ottimo lavoro di Williams alla batteria fra piatti e accenti più duri; a seguire la lunga Out To Lunch, anche qui lo stile compositivo resta immutato, c’è (perchè il tempo lo permette) più spazio per tutti e quindi più libertà espressiva, Dolphy questa volta è al sax contralto, il suo non è un modo di suonare “inusuale”, sicuramente dissonante e fatto di intervalli “casuali” (un pò come poteva essere lo stile di Thelonious Monk al piano) ma si sentono le radici Bebop e più in generale di tutto il jazz tradizionale, la “seconda parte” è lasciata al basso di Davis ed alla tromba di Hubbard e prima di riprendere il tema sul finale c’è ancora il tempo per un solo del giovane Williams, buono ma lo preferiamo nel suo accompagnare morbido e mai scontato; ci si avvia così verso la conclusione con Straight Up And Down, un brano dall’incedere straniante, notturno, un quasi free jazz ma sempre rispettoso del tema portante, sono tutti “sul pezzo” e sanno esattamente dove andare e sarà lo stesso Dolphy ad indicare la via. C’è un lato umano in questa musica che forse è più importante della musica stessa. “Uno fra i più grandi album jazz di tutti i tempi” lo possono dire e scrivere tutti, sicuramente Eric Dolphy nel mentre componeva questi brani non lo sapeva né, crediamo, gli avrebbe interessato qualcosa saperlo, creava e basta, seguendo un suo linguaggio, una sua intuizione, poteva farlo in modo diverso? Si, le capacità non gli sarebbero mancate ma non lo ha fatto, è andato oltre al jazz stesso, alla sua metrica, alle sue definizioni di genere, ad una composizione “schematica”, più avanti della stessa idea di free jazz. Noi di Roots! vi “consigliamo” di ascoltarlo, forse vi sorprenderete nel ri-ascoltarlo o forse ne avrete abbastanza solo dopo pochi minuti, non importa, la cosa importante è darsi una possibilità in più, capolavoro o non capolavoro, jazz o non jazz. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

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