Roots! n.206 giugno 2021

Elli de Mon-Countin’ The Blues (Queens Of The 1920S)

Autore: Elli de Mon

Titolo: Countin’ The Blues

Tracks: 1. Prove It On Me Blues – 2. Blue Spirit Blues – 3. Downhearted Blues – 4. Shave ‘Em Dry – 5. Dope Head Blues – 6. Freifht Train – 7. When The Leeve Breaks – 8. Wayward Girl Blues – 9. Trouble In Mind – 10. Last Kind Words  

Anno: 2021

 

Genere: Blues, roots, garage

Città: Vicenza

Componenti: Elli de Mon (all instruments), Giusi Pesenti in Wayward Girl Blues (spoons)

Etichetta: Area Pirata Records

Formato: Vinile, CD, digitale  

Sito web: Elli de Mon

Elli de Mon-Countin’ The Blues (Queens Of The 1920S)

by Simone Rossetti

E’ brava Elli de Mon (Elisa De Munari), non solo suona blues (quel blues rurale che risale ai primi del 900) ma riesce a dargli un respiro nuovo, antico e moderno insieme e diciamolo non è una questione di sola tecnica; il blues è una musica particolare, bisogna “sentirlo”, “subirlo”, è uno stato d’animo che spesso non lo si sceglie ma si viene scelti (lo sappiamo cosa state pensando, no, il colore della pelle conta fino ad un certo punto). Elli de Mon è Elli de Mon, dal ricco ed efficiente Veneto (Vicenza) alle melmose paludi del Mississippi, ai campi di cotone della Georgia fino alla polvere delle praterie della Louisiana, un bel sentire che profuma di un blues arcaico ma soprattutto dei suoi demoni e fantasmi (sempre attuali, ieri come oggi); una rivisitazione, quella di Elli, a volte spettrale, disturbante ma che sa farsi anche dolce e malinconica, una musica altrimenti destinata all’oblio ma che qui torna a pulsare di vita propria, direttamente dall’inferno delle nostre umane miserie (colore e zona geografica qui perdono di qualsiasi significato). Album composto esclusivamente da cover ed il perchè ha un motivo, una storia; nasce da un libro, Countin’ The Blues: Donne Indomite (2020, Arcana Edizioni), che Elli de Mon ha scrtitto in un momento particolare della sua vita, quello che solitamente noi maschietti diamo per scontato ma che in realtà è uno spartiacque, non indolore, fra un prima ed un dopo, se non avete capito di cosa stiamo parlando ve lo diciamo noi, la gravidanza; un libro dedicato alle grandi donne del blues degli anni 20 (quelli del secolo scorso), Memphis Minnie, Bessie Smith, Alberta Hunter, Elizabeth Cotten, solo per citarne alcune, un libro che vi diciamo subito (per onestà) non abbiamo letto (purtroppo la musica ci divora, come un demone, la maggior parte delle energie mentali), quello che possiamo dirvi è che il passo dalle “parole” ai “suoni” è stato breve e questo Countin’ The Blues (Queens Of The 1920S) è praticamente un omaggio alle storie di queste donne, alla loro musica, donne indomite appunto. Bellissima artwork (di Denis Ulliana) dove in primo piano troneggia una hollow body guitar elettrificata che è tanta ma tanta roba, album pubblicato in questo ancora in divenire 2021 per la piccola e coraggiosa etichetta Area Pirata Records (non nuova su queste pagine) ma che con questa scelta, ottima e non scontata, si pone al di sopra di molte altre label ben più blasonate. E’ vero, come al solito ci perdiamo in chiacchiere forse inutili ma la musica, se non si vuole ridurla ad un sottofondo buono solo per i supermercati, è anche questo ed è un “perdersi” con il quale ci confrontiamo con piacere (ed a nostro rischio), “poi” c’è la musica; Elli scrive, arrangia e suona tutto da sola (molto naturalmente, senza cercare un di più od effettare inutilmente i suoni), solo in Wayward Girl Blues si fa accompagnare dalla brava Giusi Pesenti ai cucchiai (spoons), un blues tutto al femminile dove Elli (questo è il suo sesto album ed una attività live di tutto rispetto) reinterpreta in un modo del tutto personale sia classisci che brani più sconosciuti di donne che nel loro “piccolo” sono state una voce “fuori dal coro” (un coro tutto al maschile) ma c’è un di più (altrimenti il tutto si ridurrebbe ad un “semplice” riproporre brani appartenenti ad un remoto passato), la voce e l’approccio di Elli che ci ricorda quello di Diamanda Galas, una voce dolce ma che sa farsi oscura, aspra, ricca di sfumature, alle volte “inquietante”; non stiamo dicendo che questo Countin’ The Blues sia un “capolavoro” ma è sicuramente un bell’album, crudo, onesto, quella musica “fatta bene” che è la nostra bussola. Qui ci muoviamo di pancia e d’istinto, non aspettatevi la classica lista della spesa, quello che ci interessa è darvi un primo input, speriamo giusto, se scegliere di approfondire o meno sarà, come sempre, solo una vostra scelta, ed ecco allora la delicata Freight Train (Elizabeth Cotten, primi anni 20)  un blues-roots che profuma di quelle ninne-nanne dolci amare senza tempo, un pezzo “semplice” tutto giocato sulle note di una chitarra acustica e con un bellissimo cambio armonico nel refrain, c’è il blues di Prove It On Me Blues della grandissima Ma Rainey, qui in una versione elettrica, sporca, ridotta all’osso eppure rispettosa dell’originale. Blue Spirit Blues (scritta dalla sfortunata Bessie Smith) è quell’abisso sul quale ci affacciamo tutti i santi giorni, qui in una versione più “corale” e c’è poco da aggiungere, tanto di cappello; su atmosfere più morbide è When The Leeve Breaks (Kansas Joe McCoy e Memphis Minnie), solo chitarra e voce, un viaggio che sa di polvere e strade perse nel nulla, di crocicchi, di anime vendute al diavolo, il tutto però “addolcito” dalla voce di Elli. C’è anche altro, Elisa non si accontenta ma osa (questo per i puristi) andare oltre, come ad esempio nelle sferzate garage rock (ma sempre di blues si tratta) di Downhearted Blues (Alberta Hunter, 1922) con dei cori che vi trascineranno nei più remoti angoli della vostra anima e di Shave ‘Em Dry (Ma Rainey, 1924), anche qui un gran bel sentire ma ci sono anche Last Kind Words (di Geeshie Wiley, quanta storia dietro) e Dope Head Blues (di Victoria Spivey) entrambe ricamate sulle note di un sitar indiano, scelta forse discutibile ma che in questa veste acquistano un senso di drammaticità oscura che eleva l’arte povera del blues a materia ancora viva e plasmabile. Ma non vogliamo rovinarvi la sorpresa di scoprire da soli questo lavoro nella sua interezza (perchè lo merita); qui chiudiamo lasciandovi alle splendide note (e voce) di Trouble In Mind (brano scritto dal pianista Richard M. Jones e successivamente reinterpretato da molti artisti fra i quali la splendida Nina Simone e della quale riparleremo in un articolo a parte), prima però un consiglio (si dice così ma qui di consigli non ne diamo per cui fate un pò come vi pare), se ne avete la possibilità e voglia andate a riascoltarvi i brani originali, questo perchè ne vale la pena (per bellezza e per le vite e storie che ci sono dietro) e per comprendere la rilettura (e respiro) che Elli de Mon riesce a dare a questa musica. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui con un pò di pazienza).

 

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