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Roots! n.6 ottobre 2020

Eagles-The Long Run
Radio Birdman-Living Eyes

Eagles-The Long Run

by Simone Rossetti

Avete presente gli anni ’70? Easy Rider, il Vietnam, l’impegno, il punk, le fanzine indipendenti, i primi vagiti  new wave,bene, ora prendete un bel coltello da cucina e dateci un colpo secco, deciso, senza ripensamenti, un taglio netto. La verità è che quando pensiamo di comprendere un cambiamento in atto questo ci ha già superato, e a nostra insaputa. L’importanza di The Long Run sta tutta qui, è quel taglio netto che sposta il presente verso un oltre rendendo quello che abbiamo davanti agli occhi già passato. Per capire è però necessario fare un piccolo passettino indietro, al 1976 anno di pubblicazione per gli Eagles di Hotel California (album precedente a questo), un successo mondiale grazie sopratutto alla title track, per il resto le altre tracce scorrevano nel solco del “solito” country-rock, ballad romantiche dal sapore folk, qualche pezzo dalle sonorità più spigolose ma in generale erano brani indirizzati a chi già conosceva e amava gli Eagles, la maggioranza era interessata solamente alla title track ignorando tutto il resto; e ora torniamo nel presente-futuro di questo The Long Run, anno 1979, sembrava tutto semplice e chiaro (da comprendere), fra gli ultimi echi del punk e già in pieno post-punk ai primi segnali new wave (non dimentichiamo le  sonorità più dure dell’hard-rock che avrebbero dato impulso alla nascita della NWOBHM), era il 1979 quindi e gli anni 80 non sarebbero mai arrivati (o almeno,non così). Precisazione che vi dobbiamo, la storia si può rileggere in molti modi diversi, questo è solo uno e ovviamente parlando di musica è un pò “mitizzato”, ciascuno può trovare il suo, egualmente giusto, ma torniamo agli Eagles, con l’uscita di The Long Run si dettero una bella “ripulita” sia musicale che estetica (vedere l’artwork e le fotografie al suo interno), scrollandosi di dosso la polvere del deserto e gli orizzonti della frontiera americana per abbracciare un suono più rock ma moderno, pulito, raffinato, sontuoso, di alta classe. Molti alla sua uscita avranno sicuramente storto il naso ma furono molti di più ad apprezzarne il suono e questa estetica così già fortemente anni ’80, ed è risaputo che la storia la scrivono i vincenti. The Long Run parte con un breve intro di batteria per lasciare spazio a sonorità più soft-rock, un classico mid-tempo, un bel refrain orecchiabile e sincero, se ne intuisce tutta la classe, la seconda traccia I Can’t Tell You Why  è già un capolavoro senza tempo, una ballad sulfurea e sensuale che non vi stancherete mai di ascoltare e riascoltare, un dolce tappeto di sinth dove le chitarre e la sezione ritmica dialogano fra loro alla perfezione creando un “sound” unico; In The City è indimenticabile per tutta una serie di motivi, è un altro capolavoro per la melodia e senso armonico, per il crescendo dove voce e cori si sposano alla perfezione e per essere stato usato nella colonna sonora di Warriors (I Guerrieri Della Notte), in particolare nella scena finale del film, che non vi svelerò, ma che da sola meriterebbe una recensione a parte, The Disco Strangler spinge più sul versante rock ma pur sempre patinato e strizzando l’occhio a sonorità “disco”; King Of Hollywood è dolcemente crepuscolare, un pezzo da cocktail al calar del sole su una spiaggia semideserta di fronte all’oceano, Heartache Tonight più rock’n roll (consideratelo in una visione molto più ampia), effervescente e solare con voce e cori che rendono la giusta tensione, più psichedelica Those Shoes con i suoi riff di chitarra belli pesi e una linea di basso che scortica l’anima,ritornello perfetto come perfetta la voce di Henley, anche qui rock ma sempre venato di sonorità più pop (non lo volevo dire ma l’ho detto), Teenage Jail guarda al passato (in particolare al primo album,Eagles), grande intensità e un bel solo di chitarra a ricordare la polvere di un tempo che fu. Se ascoltate attentamente l’inizio di The Greeks Don’t Want No Freaks noterete una fortissima somiglianza con Birthday dei Beatles (White Album) e tutto il brano scorre su un rock’n roll anni 60, comunque non indimenticabile, chiude l’album The Sad Café, e qui c’è poco da dire, tanto di cappello, l’introduzione è affidata a poche note di piano quindi subentrano chitarra acustica basso e batteria, tutto molto vellutato e malinconico, nel refrain spicca il volo in tessiture vocali e melodiche di grande pregio, sembra distendersi in mille rivoli di sensazioni dove tutto è possibile per chiudere con un bel solo di sax ( David Sanborn) che è “quello giusto al posto giusto e nel momento giusto”. L’album termina qui e senza rendercene conto siamo già negli anni ’80 con tutto il peggio che si porteranno dietro (non sto parlando di musica, o almeno di certa musica), gli Eagles questo non lo potevano sapere certo è che questa musica è stata come il coltello da cucina di cui parlavamo all’inizio, un taglio netto fra passato e presente per entrare nel futuro, il nostro consiglio è quello di salire su questa giostra, luccicante quanto effimera, sensuale quanto magistralmente suonata; e da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

 

Radio Birdman-Living Eyes

by Simone Rossetti

Se vi dico spazi immensi, canguri, koala, ACDC, cosa vi viene in mente? Spero non San Donato In Poggio, si parla di Australia! Essere nel posto giusto al momento sbagliato, all’inizio degli anni ’80 Sydney fu la culla di una nascente scena underground di notevole interesse, in alcuni casi per originalità anche superiore a quella americana, ma i Radio Birdman già non esistevano più, si sciolsero nel 1978 dopo un EP Burn My Eye del 1976  ed il primo LP Radios Appear del 1977, questo Living Eyes fu invece pubblicato “postumo” nel 1981, era un bun momento ma ormai i giochi erano fatti. E’ proprio in quel di Sydney che nel 1974 si formò il primo nucleo dei Radio Birdman, “grande” e sfortunata band sia come riscontro di pubblico che di vendite (più di queste ultime a dire la verità), solo successivamente sarà rivalutata e presa come riferimento da quella scena locale underground che esploderà nei primi anni ‘80. Niente di nuovo sotto il sole si dirà, ma credeteci, non lasciatevi ingannare dal “tempo” che passa, un suono ed una forza vitale che non risentono minimamente di questo trascorrere, anzi (se si considera il panorama musicale attuale). Deniz Tek (chitarra e voce) e Rob Younger (voce) diedero il via alla formazione ai quali si aggiunsero Warwick Gilbert (basso) Ron Keeley (batteria) Pip Hoyle (organo e piano) e Chris Masuak (chitarra voce percussioni), il loro secondo e ultimo album quindi (tralasciando le reunion a seguire) al quale toccò la medesima sorte del suo predecessore, buona accoglienza da parte della critica di settore ma scarse vendite, registrato nel 1978 per la Sire Records ma pubblicato solo nel 1981 per la WEA dopo che furono ritrovati i nastri originali. Di cosa stiamo parlando, stiamo parlando di un suono veloce, sporco, scarno, incurante di tutto e di tutti, non  propriamente punk né rock, semplicemente un adrenalinico proto-punk senza compromessi che affonda le proprie radici in sonorità surf-garage anni ’60, discutibile se volete, ma non ce n’è per nessuno (o solo per pochissimi). Stooges, Velvet Underground, il garage beat, Ramones e MC5 (come attitudine), niente di innovativo? vero, ma è il pulsare che conta, è la passione che tramette, è il piede che non riesce a stare fermo, è la voglia di uscire e sentirsi non solo diversi ma speciali. E allora lasciatevi trasportare dal proto-punk di Burn My Eye ’78, suono pieno, basso pulsante, un refrain che vi si stamperà subito in testa oppure dalla bellissima e intensa I 94 con il suo attacco di chitarra che farà scuola e il solo a metà brano fra i più belli che mi sia mai capitato di ascoltare ancora oggi mentre la voce di Rob Younger calda e decadente ma sempre abrasiva vi accompagnerà in questi due minuti e cinquantotto di totale simbiosi. Breaks My Heart è un altra piccola gemma, di quelle che oggi se ne trova raramente, rallenta in un mid tempo dalle sonorità dense e appiccicose per esplodere poi in un altro grande solo di chitarra, o ancora lasciatevi prendere da Hanging On con i suoi riff compatti di scuola Ramones ed il lavoro continuo del basso vero cuore pulsante di questo suono, ancora, Crying Sun con il suo bell’Hammond di scuola beat-sixties e cori alla Clash, più in stile punk stradaiolo è 455 SD cassa dritta e pedalare ma con un chorus potente e adrenalinico, o se volete la leggerezza di More Fun tra surf music e Ramones, un pezzo “quasi” da spiaggia. Non è necessario essere “predisposti” per apprezzare queste sonorità, è sufficiente lasciarsi andare, un pò come vivere con il freno a mano più o meno tirato, niente di male e spesso necessario, ma qualche volta c’è bisogno di “smollare” per non finire di bruciare tutto (oltre al meno buono anche il buono). I Radio Birdman sono qui a raccontarci di questo e a noi non resta che consigliarvi di dargli retta, non è mai troppo tardi, alle volte. (qui)

  

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