Roots! n.495 luglio 2022 Doug Carn – Adam’s Apple

Doug Carn - Adam's Apple

Doug Carn – Adam’s Apple

(1974, Black Jazz Records)

by Simone Rossetti

Album di prepotente bellezza.

Non ostico ma che ad un primo ascolto potrà lasciarvi un po’ disorientati, molto vicino come approccio e compositivamente al Coltrane di A Love Supreme ma in una visione (e sentire) più vocale (corale). Sì perché questo Adam’s Apple è un album di jazz ma anche di fusion, funky, soul, gospel, un album duro, spigoloso, sensuale, che del jazz ne ha tutta l’anima ma che si protende (osa spingersi) verso un oltre concettualmente “strabordante”. Doug Carn, classe 1948, nato in quel di St. Augustine, Florida, compositore, multistrumentista ma soprattutto pianista e tastierista di tutto rispetto e che dire, suonare con Nat Adderley, Lou Donaldson, Stanley Turrentine (quelle radici funky..), gli Earth, Wind & Fire, Shirley Horn, non è proprio da tutti…Adam’s Apple risale al 1974, ugualmente avrebbero meritato anche i bellissimi Infant Eyes del 1971 o Revelation del 1973 ma la verità è che se abbiamo scelto questo (diverso, forse anche “minore”) è per quella prepotente ed esuberante bellezza alla quale accennavamo all’inizio. Se avete comprensibili dubbi ascoltatevi l’immensa intro di Sweet Season pezzo che poi evolverà verso lidi più soft-disco-soul ma quanta classe o l’afro-jazz di Higher Ground che riprenderà proprio il tema di A Love Supreme ma in una versione corale e che bel sentire, un afro-funky elettrico con le tastiere di Carn a portare questa musica nell’umano possibile verso altro. L’iniziale Chant, prima fusion (alla Manhattan Transfer) poi quel jazz (modale) ad irrompere prepotentemente fra le splendide armonie vocali a ricordarci di quali siano le vere radici di questa musica; c’è Sanctuary un pezzo che potrebbe aver scritto tranquillamente Marvin Gaye o Gil Scott-Heron, una spoken-word song notturna e sensuale dove si vola veramente altissimi…è di questo mondo? No, non è possibile, non ce lo meritiamo. The Messenger non fa sconti, sin dall’inizio è un pestare durissimo, un funky-blaxploitation a rotta di collo, tappeti di tastiere fusion, sezione ritmica lanciatissima…..è acid jazz! e siamo solo nel 1974….. e scorrono via leggere la bellissima titletrack, la spiritual-ballad ad alto tasso glicemico di To A Wild Rose, una frizzante Mighty Mighty e la conclusiva Western Sunrise a riprendere le iniziali atmosfere corali. Un lavoro d’insieme (e non potrebbe essere diversamente), un “tutto” a partire dalle chitarre di Calvin Keys e Nathan Page, dal contrabbasso di Gerald Brown, il Fender bass di Darrel Clayborn, la batteria di Harold Mason, il sax di Ronnie Laws e le voci dello stesso Carn, John Conner e Joyce Greene. Di più no, qui se ne esce veramente sazi, quasi frastornati, ascoltatelo ad un volume non consono ad un udito mediamente assuefatto al nulla…e no, forse “neri” non lo siete (non lo siamo nemmeno noi) ma se siete “altro”…quindi già diversi…questo è cibo per la vostra anima, per le vostre budella in cerca di redenzione, per quel sempre intimo e necessario ritrovarsi in un mondo in preda ad una schizofrenia oramai collettiva, perché è di grande musica che stiamo parlando. Fine, da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

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