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Roots! n.65 dicembre 2020

DNA-DNA On DNA

DNA-DNA On DNA

by Simone Rossetti

DNA On DNA, una raccolta pubblicata (molto “postuma”) solo nel maggio del 2004 (su CD e nel 2008 su Lp doppio), non piacciono nemmeno a noi le raccolte ma in questo caso era davvero necessaria (tranquilli, non è il classico e orribile Best Of) e se ne parliamo qui su Roots! vuol dire che un motivo c’è. I DNA sono stati una formazione newyorkese attiva fra il 77 e l’82 e sconosciuta ai più ma composta da musicisti (artisti) totalmente folli e geniali, Arto Lindsay alla chitarra e voce, Robin Crutchfield alle tastiere, Tim Wright al basso e Ikue Mori alla batteria e percussioni varie. Perchè una raccolta e non il solito album? Perchè i DNA nonostante i numerosissimi live praticamente pubblicarono poco o nulla, 2 singoli nel 1978, un Ep (A Taste Of DNA) del 1981 più alcuni brani inseriti in “compilation” varie (fra le quali la stupenda No New York del 1978) ma la loro storia finisce qui. Un doppio album che prova a dare un senso a queste rare e dispersive pubblicazioni ma anche alla loro musica; per capirsi, non è il classico album di musica, si, è Musica (quella con la m maiuscola) ma non è fatta per essere solo ascoltata, è necessario visualizzarla, partecipare all’atto stesso della sua creazione, solo allora, e forse, sarà possibile trovarci un senso, venirne a capo; Musica-non-musica, una forma-non-forma, astratta ma anche terribilmente umana e terrena, se può sembrarvi ostica è perchè lo è, spesso e volentieri quasi “inascoltabile”, disturbante fino al limite della sopportazione ma una volta che avrete visualizzato il “contesto” anche estremamente affascinante. Punk-rock, post-punk, musica sperimentale, jazz-core, noise, poesia, teatro d’avanguardia, una urgenza espressiva e creativa totale, a 360°, senza inibizioni, senza compromessi, a oltranza fin dove sia possibile arrivare; questo in pochissime parole il loro suono e la loro attitudine ma leggendo le note riportate sull’artwork vi sarà tutto più chiaro; i lati A e B contengono tracce registrate in studio (singoli ed Ep) e sono quelle più “vicine” ad una classica forma canzone ma si percepisce che qualcosa non torna, come se procedessero con il freno a mano tirato, una sensazione questa che comprenderete appieno dopo aver ascoltato anche i lati C e D, una serie di tracce registrate live su nastro (provenienti principalmente dal leggendario CBGB ma non solo) dove questa urgenza espressivo-creativa esploderà in tutta la sua violenza, senza più schemi, numero di battute, armonizzazioni o melodie statiche, e qui sarà davvero necessario non solo ascoltare ma anche vedere, anzi, esserci, è solo un consiglio ma è un buon modo e alla fine vi accorgerete del perchè di questa differenza. Arrivati a questo punto il più lo abbiamo detto, il resto spetta solo a voi, con un avvertenza, per non smarrirsi è meglio che seguiate un filo logico (quello dei lati A, B, C e D), non obbligatorio e nemmeno indispensabile ma sarà di aiuto e capirete il perchè. Si parte proprio con la bellissima Not Moving, un post-punk cupo e destrutturato che si muove su percorsi ritmici e armonici tutto sommato “quasi” canonici ma la chitarra di Lindsay è lì con i suoi suoni metallici e dissonanti a ricordarci che non stiamo ascoltando qualcosa di normale o di scontato, anche You e You non è da meno, devastante e disperata, proprio come il canto di Lindsay, una ritmica ossessiva lacerata dai suoni metallici della 6 corde, ci si aspetta che letteralmente esploda da un momento all’altro ma non lo farà (con immenso sgomento); Lionel è, se possibile, ancora più distruttiva, sezione ritmica a martello, dissonanze, pause, rincorse, poi il silenzio, c’è la disarmonica Size, un pulsare inquietante fra giri di tastiere, ritmiche oblique e accordi scomposti, ma quanto fascino. Con le bellissime New Fast, 5:30 e soprattutto Blonde Red Head vi avvicinerete ad un approccio compositivo già sensibilmente diverso, più improvvisato ed istintivo, convulso, destrutturata completamente la classica forma canzone questo è quanto ne resterà, ma non stiamo più ascoltando un album, l’aspetto “teatrale”, visivo (come creazione sul momento) sarà fondamentale; da New New in poi questo passo diventerà definitivo e il perchè lo capirete da soli, cambierà la “dimensione”, da uno studio di registrazione ad una dimensione live (ma dimenticatevi i soliti plastica-live), un approccio completamente diverso, non facilmente fruibile, quasi indisponente ma c’è solo da togliersi il cappello di fronte a quello che questi (oggi ex) ragazzi riuscivano a fare, a creare, ad intuire, ad osare; non sono, come si suol dire, “avanti” ma dentro quelle stesse viscere e interiora di una razza umana e di un sistema ormai al collasso, dentro la sua carcassa o di quella follia che ne resta (e che resterà). Album immenso, parola che qui su Roots! non amiamo usare ma di cui in questo caso, a nostro rischio e pericolo, ce ne freghiamo altamente. Si, un album immenso. (qui)

 

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