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Roots! n.98 febbraio 2021

Der Finger-Le Cinque Stagioni

Autore: Der Finger

Titolo: Le Cinque Stagioni

Anno: 2019

Genere: experimental jazz, noise, minimal music, avant-garde  

Città: Moscow (Russia)

Componenti: Anton Efimov (basso-chitarra, effetti), Evgenia Sivkova (batteria, sassofono,domra), Edward Sivkov (clarinetto basso, sassofono, domra)

Etichetta: Toten Schwan

Formato: CD, digitale

Sito web: https://www.facebook.com/derfinger

Der Finger-Le Cinque Stagioni

by Simone Rossetti

Esiste una musica “comoda” (ad un primo ascolto facile e piacevole) ed una più “scomoda” (ad un primo ascolto ostica, difficile e forse non così immediatamente piacevole), detto questo qui su Roots! non abbiamo preconcetti di sorta né pregiudizi verso l’una o l’altra, l’importante è che sia una musica fatta bene. Quest’album dei Der Finger è uno di quegli album che rientra nella seconda categoria, uno di quegli album che non troverete mai in nessuna classifica patinata né in quelle più comunemente dette “underground”, un’album probabilmente destinato a restare sconosciuto ai più ed ai meno e non lo avrebbe meritato, infatti siamo qui a parlarne. Sappiamo anche della difficoltà di quello che andiamo a recensire e “consigliarvi” ma se non fosse perchè noi di Roots! non diamo mai niente per scontato (né la musica, né voi) non saremmo nemmeno qui (ed avete pienamente ragione a pensare quello che state pensando) ma ve lo raccontiamo lo stesso, anzi, ci proviamo, perchè questo Le Cinque Stagioni non è solo un semplice album ma un bellissimo album fatto di grande Musica (quella con la M maiuscola); intendiamoci, musica “comoda” o “scomoda” che sia quando è fatta bene merita comunque lo stesso rispetto, qui però c’è dell’altro, qualcosa di diverso ma ne parleremo un pò alla volta. Prima di tutto, i Der Finger arrivano da Mosca e sono un trio composto da Anton Efimov al basso, chitarra ed effetti vari, Evgenia Sivkova alla batteria e sassofono ed infine Edward Sivkov al clarinetto basso, sassofono e domra (un liuto di origine mongola), tre soli elementi ma dalla personalità unica e da un approccio completamente destabilizzante e di immensa bellezza. Questo Le Cinque Stagioni è il loro secondo album (segue Zug del 2015 e svariati Ep autoprodotti) pubblicato nel gennaio del 2019 per l’ottima etichetta indipendente italiana Toten Schwan (nichilismo iconoclasta; non temete e fatevi un giro sul loro sito se volete ripulirvi gli orecchi e gli occhi dal quotidiano plasticume); un concept album dal titolo non casuale, un rimando al Calendario Degli Illuminati menzionato nei romanzi dello scrittore americano Robert Anton Wilson e rappresentato da cinque cicliche stagioni di 73 giorni l’una,Verwirrung (Disorientamento), Zweitracht (Secondario), Unordnung (Disordine), Beamtenherrschaft (Regola ufficiale) e Realpolitik (Realpolitik); 5 tracce che non sottostanno ad un “tempo massimo” ma che scorrono in una totale libertà “temporale”, dalla più breve Realpolitik di soli 7 minuti e 56 alla più lunga Verwirrung di 20 minuti e 7 secondi. Una musica che è jazz come approccio e come attitudine, ma attenzione, del jazz ne ha soprattutto l’essenza, l’intuizione, l’osare, il coraggio di guardare questo presente per sventrarlo ed andare oltre, il resto viene da se, rumori, suoni arcaici, musica astratta e concreta, primordiale, pulsante di vita ed intuizioni dell’attimo; non sarà di vostro gradimento, comprensibilissimo, è una musica quanto mai dura e spigolosa ma non nel senso di “violenta”, anzi, qui si va ben oltre, è arte, comunicazione, spiritualità, bestiario, preghiera e questi Der Finger meritano una possibilità, no, questa musica merita una possibilità (per chi vuole darsela). Verwirrung è la traccia di apertura, un lento e devastante crescendo senza in realtà mai esplodere, un rumore in sottofondo che avvolge il tutto mentre il sax di Sivkov dilania l’anima ripercorrendo le strade più free di John Coltrane e di Albert Ayler, 20 minuti di totale “follia” concreta dove non c’è (apparentemente) alcuna violenza sonora ma solo un evolversi quasi sommesso dove il “vecchio” free-jazz verrà destrutturato armonicamente e melodicamente, ri-plasmato da un inizio, ri-modellato secondo questo presente ed infine ri-vomitato nell’unico modo possibile, “illuminato”. Segue Zweitracht e ve lo diciamo subito, non è da meno, le note del sax si liberano vorticosamente nell’aria senza alcun vincolo tonale o melodico ma vorremmo soffermarci per un attimo sulla sezione ritmica, basso e batteria, niente di particolarmente “tecnico” ma qualcosa di scarnificato e primordiale che non segue alcuna logica se non il suo pulsare istintivo e non ce n’è per nessuno, l’ascolto è spiazzante ma devastante per bellezza, per chaos, per non logicità; quelli bravi e dalle molte verità direbbero che questa musica non è jazz, lasciate perdere e andate oltre, il jazz è ben altro (ed ha bisogno di ben altro) dei soliti e patinati accordi piacevoli ma ormai sentiti e risentiti, non lo diciamo noi, è storia, da John Coltrane a Ornette Coleman ma anche Thelonious Monk, Charles Mingus, Steve Lacy e chiunque abbia preferito scegliere una strada personale, un proprio ed unico linguaggio, un suo sentire. Si prosegue questo viaggio nelle atmosfere cupe ed opprimenti di Unordnung, una sezione ritmica martellante ed incombente, più che “ritmica” si dovrebbe parlare di un suono antico, una danza rituale dove i due sax si scontrano, si incrociano, si rincorrono senza sosta né meta, un flusso primitivo in continuo crescendo e divenire per arrivare alle note finali lasciate ad un sax in totale solitudine completamente disarmati, svuotati, finalmente liberi; atmosfere che si faranno ancora più plumbee nel lento scorrere di Beamtenherrschaft, totale chaos visionario, un nero pece squarciato da improvvise schegge di luce estrema ad inciderne la carne mentre il basso pesta e pesta senza pietà alcuna, uno scavare, fisicamente, oltre il fondo del barile. A chiudere i soli 7 minuti e 56 di Realpolitik  lasciati interamente all’incedere “sbilenco” della batteria e ai suoni del basso e del domra, traccia di effettivamente difficile ascolto dove si sente la mancanza dei sax a fare da guida e luce. E siamo così arrivati alla fine di questo Le Cinque Stagioni ed aggiungiamo peccato perchè finalmente ascoltiamo un jazz reale, vero, sanguinante note ed emozioni, che affonda la sua stessa anima nelle nostre umane miserie e di questo fottutissimo mondo ma che cerca anche di elevarsi oltre, con estrema fatica e con un peso ed un fardello enormi; non abbiamo né cerchiamo scuse, siete su Roots! dove scriviamo quello che pensiamo (e viceversa) senza dover compiacere o altro, i vari premi, riconoscimenti o le note accademiche non ci interessano, la musica si. Qui è dove ascoltare l’album e dove potrete scegliere di spengere o lasciare il play in funzione, non è importante, i gusti sono gusti e tutto è opinabile, quello che vi consigliamo è di darvi una possibilità finché è ancora possibile, finchè siete (e siamo) ancora in tempo. Roots!.

 

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