Roots! n. 328 dicembre 2021 Deep Purple

Deep Purple - Turning to Crime

Deep Purple – Turning to Crime

by Alessio Impronta

La scorsa estate sui vari social iniziarono ad apparire foto dei cinque componenti dei Deep Purple (ne parliamo qui ai tempi di Come Taste The Band), Ian Gillan, Roger Glover, Ian Paice, Steven Morse, Don Airey, in pose alquanto sinistre, in pieno stile foto-segnaletica. Questo ovviamente scatenò l’entusiasmo dei fan, sempre numerosi in ogni parte del mondo, Italia compresa, su cosa stessero preparando i cinque vecchi leoni dell’hard rock inglese; anche perché l’ultima fatica di studio, Wooosh! era stata pubblicata appena nel 2020, terzo lavoro in studio negli ultimi otto anni, a seguire il discreto Now What?! del 2013 e, a parere di chi scrive, l’ottimo Infinite del 2017. Comunque la si pensi su questa ennesima Mark dei nostri, la numero VIII ormai ventennale, insieme fin dal 2002, la band londinese dimostra una vitalità ed una convinzione nell’andare avanti che pochi altri hanno alla loro venerabile età. Laddove in tanti si accontentano – per così dire – di continuare a giocare gli assi nella manica dei successi già sentiti e strasentiti, Gillan e soci sfornano dischi e pezzi nuovi come se fossero una band di ragazzetti e non attempati rocker ben dentro i loro settanta, oltre a qualche live notevole. Ed ecco quindi Turning to Crime. Chi si aspettava un disco di pezzi originali è rimasto deluso, credo: questo è un disco di cover. Un disco pericoloso, che mette in gioco il nome della band più di altre volte. I dischi di cover sono prodotti su cui critica e pubblico balzano famelici, essendo molto più alla portata di orecchie di medio/basso cabotaggio e di presunti esperti musicali che limitano la discussione ad un mero confronto fra originale e riproposizione. Infatti, il titolo del disco è un’allusione al “crimine” spesso denunciato dalla critica verso le band che pubblicano questo tipo di prodotti, buttati sul mercato per completare obblighi contrattuali o per dare in pasto al pubblico qualcosa, magari in prossimità di feste natalizie o eventi particolari. Invece i nostri, non avendo alcun tipo di impellenza contrattuale, hanno voluto pubblicare questo lavoro…per il gusto di farlo. Di omaggiare le loro passioni ed i loro “progenitori”. Il disco è stato concepito e lavorato in piena pandemia, coi musicisti che hanno lavorato “in remoto”. E con ottimi risultati. Prima di scrivere questo pezzo, mi è capitato di leggere qualche recensione da parte di noti giornalisti musicali che, evidentemente ascoltando il disco in modo distratto, hanno tacciato la band di aver messo su un lavoro poco “sentito” e troppo fedele alle versioni originali. Niente di più sbagliato. Iniziamo subito a dire che il disco ha un sound eccezionale. Prodotto da Bob Ezrin (che ha nel suo palmares decine di dischi famosissimi, The Wall, vi dice niente?), ciò che si coglie non appena iniziano le prime note di Seve and Seven Is, capolavoro dei Love, è un suono grande, largo, netto e potente. La sezione ritmica, su tutto il disco, non fa prigionieri e dimostra ancora una volta come tutte le band migliori debbano necessariamente partire da una coppia basso/batteria che garantisca il giusto groove. Del resto, se si ascoltano tutte le band storiche, classiche, quell’accoppiata è sempre il cuore solido e pulsante, il vero segreto di ogni gruppo di successo, al di la’ di cantanti poseur e chitarristi pirotecnici. Ma, come dicevamo, tutto il disco suona in modo avvincente ed ognuno fa la sua parte. Steven Morse è una presenza più discreta del solito qui, ma come sempre si presenta puntuale ad ogni chiamata, sfornando, vera grandezza dei chitarristi geniali, soli che sono giusti e ne’ più ne’ meno di ciò che la canzone richiede, senza inutili protagonismi. Ian Gillan alla bella età di 76 anni canta che è un piacere, anche lui senza sforzare, ma avendo tarato i pezzi su quella che ormai è la sua voce: i tempi di Made in Japan sono passati da un pezzo, così come gorgheggi e virtuosismi, inutile tentare imprese su tonalità che non possono più essere raggiunte. Questa anche è dimostrazione di umile maturità. Don Airey è forse il vero protagonista del disco. Intermezzi e stacchi da vero Maestro, è lui che realmente va ad aggiungere quel qualcosa in più, il tocco porpora a pezzi che ad un primo esame parrebbero essere lontani dalla storia musicale dei cinque, mettendo il marchio sul disco stesso. Sicuramente però non lontani dalla loro formazione: qui c’è la creme de la creme del rock e del blues degli anni ‘60 e ‘70, che evidentemente ricade nelle influenze e nei piaceri della band. Dunque, si parte con una potente versione di Seven and Seven Is, seguita da una splendida Rockin Pneumonia and the Boogie Woogie Flu, un pezzo del 1957 di Huey “Piano” Smith e che fu un hit negli USA nella versione di Johnny Rivers nel 1973. Ci sono Oh Well dei Fleetwood Mac di Peter Green in un’ottima versione, con le tastiere di Don Airey e la chitarra di Morse a dialogare splendidamente per tutto il pezzo e nella coda e c’è Let the Good Times Roll di Ray Charles, a chiarire da quale fonte si siano abbeverati. C’è addirittura un pezzo di Bob Dylan, Watching the River Flow, che viaggia come se fosse uscito da In Rock. C’è Dixie Chicken dei Little Feat, una bellissima cover di Lucifer di Bob Seger, White Room dei Cream, forse il momento più debole del disco; i Cream non sono superabili e qui davvero i Purple si limitano al compito. Chiude la raccolta, 12 pezzi in tutto Caught in the Act che in realtà è un medley di cinque pezzi, Going Down di Freddie King, Green Onions di Booker T and the MG’s, Hot ‘Lanta degli Allman Brothers, Dazed and Confused degli Zeppelin (sorpresa!) e poi Gimme Some Lovin di Spencer Davis Group. Ora, è chiaro che non siamo di fronte ad un capolavoro, ma non voleva esserlo manco nelle intenzioni. Ed è chiaro che se avete da scegliere solo un disco in questo periodo, la scelta dovrebbe ricadere su altro, qui non siamo nell’indispensabile. Ma se già avete la possibilità di prenderne due o tre, ancora più se dovete fare un regalo a tema rock, questo ci può stare: come detto, è un lavoro che suona benissimo, è divertente e molto molto godibile. Ancora una volta, i Deep Purple si mettono in gioco e superano l’esame. Bravi!   

Buon ascolto! (qui o qui)   

Autore: Deep Purple

Titolo: Turning to Crime   

Anno: 2021

Genere: Rock  

Città: varie località, prodotto e mixato da Bob Ezrin agli Anarchy Remote Studios (Nashville, USA)

Componenti: Ian Gillan (voce), Roger Glover (basso), Ian Piace (percussioni), Steven Morse (chitarre), Don Airey (tastiere), altri turnisti.

Etichetta: E-A-R Music

Formato: Vinile, CD, MP3

Sito web: Deep Purple

Tracks: Seven and Seven Is/Rockin Pneumonia and the Boogie Woogie Flu/Oh Well/Jenny Take a Ride/Watching the River Flow/Let the Good Times Roll/Dixie Chicken/Shapes of Things/The Battle of New Orleans/Lucifer/White Room/Caught in the Act

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