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Roots! n.18 ottobre 2020

Deep Purple-Come Taste The Band

Deep Purple-Come Taste The Band

by Simone Rossetti

Di fronte ai Deep Purple c’è solo da togliersi il cappello; stiamo parlando probabilmente della più grande, titolata ed influente formazione che l’hard-rock, e tutto il rock, conosca; non male se non fosse che iniziare così una recensione ci sembrava un pò troppo scontato e banale, allora meglio dire le cose come stanno a costo di scontentare qualcuno (i più); se i Deep Purple avessero fatto solo, diciamo, uno, due, tre album prendendo unicamente la prima traccia (o titletrack) di ogni album pubblicato nella loro lunghissima carriera avrebbero realizzato dei veri e propri capolavori assoluti (certo, avrebbero realizzato solo un terzo degli album effettivamente pubblicati); questo chiaramente senza nulla togliere alla loro grandezza e importanza, ma in ogni lavoro (più o meno riuscito, non importa) ci sono almeno un paio di grandi tracce, compreso ovviamente l’onnipresente titletrack ma anche una serie di brani mediocri ed altri effettivamente minori o puramente riempitivi; è che quando si parla dei Deep Purple in termini di “issimi” ho sempre questa sorta di “rigurgito emozionale” che mi torna su, cioè, musicisti immensi, tecnicamente e compositivamente ma andiamoci piano, non è tutto oro quel che luccica (come non è tutta “cacca” quel che puzza). Questo Come Taste The Band del 1975 è sicuramente un album minore rispetto alla, fino ad allora, discografia dei Deep Purple ma almeno ha un pregio (oltre a non esserci una titletrack), se il risultato finale è “inferiore” i singoli brani mantengono un valore medio più alto e costante rispetto agli altri album, e se vi state domandando come ciò sia possibile vi assicuriamo di non saperlo nemmeno noi, però è così. Ovviamente, giusto per screditare la nostra teoria, l’album all’epoca fu accolto abbastanza freddamente sia dalla critica che dal pubblico, ma c’è anche qui un piccolissimo capolavoro che però vi sveleremo solo nel finale; nel frattempo la line-up del gruppo rispetto all’album precedente, Stormbringer del 1974, era cambiata, con la fuoriuscita del chitarrista Ritchie Blackmore (che andrà a fondare i Rainbow) e l’arrivo in pianta stabile (in realtà troppo breve gli fu il tempo concessogli) di Tommy Bolin (statunitense e questo avrà un impronta non indifferente sul suono); fu l’esordio della formazione Mark IV (David Coverdale alla voce, Glenn Hughes al basso e voce, Jon Lord alle tastiere, Ian Paice alla batteria e appunto Tommy Bolin alla chitarra). Comunque la si voglia vedere un album di gran classe, nel senso di “raffinato”, con un suono pulito e moderno, un hard-rock che risente delle influenze funky della metà degli anni 70 (come ne risentirà tutta la musica in generale) e da una “morbidezza” quasi FM; apre l’album Comin’Home, un brano piuttosto anonimo ma abbastanza “radiofonico” con un refrain piacevole e cori in bella evidenza, aggiusta il tiro la seguente Lady Luck, un brano roccioso e dal sapore quasi funky con un bel tappeto di tastiere a dare spessore al tutto, non il classico “pezzone” ma tutto sommato scorre bene, come la successiva Gettin’ Tighter questa volta con alla voce (e che voce) Glenn Hughes, bel pezzo ed anche qui si può sentire l’influenza di Tommy Bolin e del suo tocco più “groove”; Dealer è un altro classico hard-rock, non lasciatevi trarre in inganno da un andamento iniziale piuttosto blando ed aspettate il refrain che vede alla voce Hughes e vi ricrederete, solo una manciata di secondi ma di una classe immensa, la successiva I Need Love ha un buon crescendo con stacchi propriamente funky ed un ascolto molto “easy” mentre Drifter è un buon pezzo di rockeggiante hard-rock prima maniera ma niente più, a seguire la sabbathiana Love Child, traccia più scura e pesa delle precedenti (anche questa con un intermezzo funkeggiante) ma che lascia un senso di incompiuto. Come Taste The Band fu anche l’ultimo album dei Deep Purple che si riuniranno solo molti anni dopo, nel 1984 per l’album Perfect Strangers, ma questa è un altra storia; accennavamo prima ad un piccolo capolavoro, ed eccolo qui, è il brano (in realtà due, c’è anche una coda strumentale) che chiude questo album, This Time Around/Owed To “G”; tralasciate per un momento la “coda” e concentratevi solo sulla prima parte, lo sappiamo bene, la Musica, quella con la m maiuscola, non è solo una questione di generi o di etichette; in questo brano non ci sono molte note, sono solo pochi accordi di piano e tastiera, c’è solo una voce (quella di Hughes) e nient’altro, eppure la sua bellezza sta tutta qui, “As i look around you can’t be found, to lose you i’d rather see, the endless time of space go passing by, this time around, this time around, to lose you I’d rather see, the endless time of space go passing by, fly, by”.

Lascio queste poche parole a ricordo di una persona a me particolarmente cara, ma anche a chi resta, il tempo è solo una linea di congiunzione, vi voglio bene.

(qui)

    

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