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Roots! n.44 agosto 2020

Dead Kennedys-Fresh Fruit For Rotten Vegetables

Dead Kennedys-Fresh Fruit For Rotting Vegetables

by Simone Rossetti

Dead Kennedys, un nome una garanzia; e non avrete ragione di pentirvene. Lasciate perdere per un attimo le varie etichette di genere, tanto lo sappiamo che molti di voi storcerebbero il naso e sarebbe sbagliatissimo, è vero, è punk, è hardcore, è rock’n roll, è depravazione, violenza, è un suono grezzo e sporco spinto oltre ogni limite e senza alcun rispetto; non è sicuramente un album da vigilia di natale né da festa di paese per il Mercoledì delle Ceneri, eppure è una musica, nel suo “piccolo”, immensa, per storia, per questo presente, per un futuro che qualcuno crede di aver già scritto, musica che non si merita una semplice e banale etichetta da supermercato.

Zen fascists will control you, 100% natural, You will jog for the master race, And always wear the happy face” (da  California Uber Alles)

I Dead Kennedys incendiarono (è proprio il caso di dire) San Francisco e tutta la West Coast sul nascere degli anni 80, solitamente si pensa al punk e all’hardcore come a musicisti tecnicamente scarsi e dediti solo a pestare duro, niente di più falso, fare musica e farla bene richiede sempre passione e studio (ma di questa cosa ne abbiamo già parlato più volte), i D. K. sapevano benissimo quello che stavano facendo e al di la di un suono “sporco” erano (e lo sono ancora) ottimi musicisti, Klaus Flouride al basso, East Bay Ray alla chitarra, Bruce “Ted” Slesinger alla batteria ed infine l’istrionico e folle Jello Biafra alla voce; censurati, boicottati, messi al bando, imprevedibili come il loro vocalist candidatosi nel 1979 a sindaco di San Francisco con un programma che andrebbe rivalutato e votato oggi (comunque si posizionò al quarto posto su dieci candidati), “anarchici”, politicizzati secondo un loro libero pensiero, totalmente devastanti. Questo Fresh Fruit For Rotting Vegetables arrivò come debut-album nel settembre del 1980 e fu una miscela esplosiva di punk, hardcore, rockabilly, garage e del più classico rock’n roll, il tutto suonato ad altissima velocità e con testi che dissacravano l’American Way Of Life; è vero che ad oggi sembra non essere cambiato nulla, la banale verità è che la musica non ha il potere di cambiare il mondo, però può rendere migliori le persone (forse e non sempre). L’ artwork dell’album rappresenta una serie di auto della polizia date alle fiamme, niente di nuovo, la storia che si ripete e che sempre si ripeterà, poi (insieme) c’è questa musica; l’iniziale Kill The Poor è un devastante pezzo punk’n roll con un refrain splendido ed un breve solo di chitarra fra i più belli che abbia mai sentito, veloce, intensa, senza tregua; atmosfere più garage nella notevole Let’s Lynch The Landlord, un groove sporco e dannato, riff in classico stile anni 60 ma la voce di Biafra non fa concessioni, niente è lasciato al caso “There’s rats chewing up the kitchen, roaches up to my knees, turn the oven on, it smells like Dachau, yeah, til the rain pours through the ceiling, but we can, you know we can, let’s lynch the landlord man”, se poi non vi basta non preoccupatevi, il meglio deve ancora arrivare, senza fretta; Chemical Warfare è una fiammata adrenalinica di punk garage scomposto e potente, un bel giro di basso viscerale e via, niente intellettualismi di maniera, va presa per quello che è, ed arriva anche il primo capolavoro, quella California Uber Alles dall’incedere immenso e la voce di Biafra (che a tratti ricorda quella dei Johnny Rotten dei Sex Pistols) che si fa drammatica e quasi teatrale, un refrain leggendario che toglie il respiro; si passa al punk’a billy di Stealing People’s e di Funland At The Beach sempre lanciatissimi ma l’apice lo si raggiunge con Holiday In Cambodia, un altro capolavoro (leggetevi il testo, di una bellezza disarmante), forse è punk, forse è hardcore, forse è qualcos’altro, ma armonicamente e melodicamente siamo su un altro pianeta, un pezzo cupo, che trasmette un disagio opprimente, duro ma con intuizioni e variazioni melodiche affascinanti, atmosfere quasi horror garage anni 60, un grande basso e la chitarra di Ray che ricama distorsioni e splendidi riff fino al crescendo finale, e per finire la ciliegina sulla torta, una simpatica cover in versione punk rockabilly di Viva Las Vegas (Elvis Presley) che vi farà sobbalzare le chiappe sulla sedia. A questo punto lasciamo a voi il piacere di scoprire (o di ri-scoprire nel caso lo abbiate dimenticato su qualche scaffale a prendere la polvere) questo Fresh Fruit For Rotting Vegetables, dopo quarant’anni di storia ha ancora qualcosa da dire e da raccontarci. (qui)

 

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