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Roots! n.29 ottobre 2020

David Bowie-Low
David Bowie-"Heroes"
David Bowie-Lodger

David Bowie- La Trilogia Berlinese 

Low, “Heroes”, Lodger

by Simone Rossetti

Chi era David Bowie? Realmente, oltre i suoi album, oltre la sua musica, oltre il suo trucco e traformismi vari; questa è stata la prima cosa che mi sono chiesto, di chi stiamo parlando? Bowie è stato uno fra i più grandi artisti della musica (rock) del 900 e di questi anni 2000 ormai inoltrati, chiamatelo come vi pare, Il Duca Bianco, Ziggy Stardust, Aladdine Sane ma la domanda resta; chi era David Bowie? L’uso del verbo passato è ovviamente d’obbligo visto che se ne è andato nel gennaio del 2016 ma a  parte questo della sua vita privata si sa ben poco o nulla (chiacchiere da gossip che qui su Roots! non interessano), non abbiamo la presunzione di spiegarvi chi “era” né saremmo nelle possibilità di farlo, ci limitiamo a prendere molto umilmente quello che ci è dato, la sua musica e nient’altro, unico punto di partenza e di arrivo. Personalmente questo suo “trasformismo” a seconda delle epoche e degli stili mi è sempre stato abbastanza sui “cosiddetti” ma sicuramente è una mia colpa, un non capire, discutibile, ciò non toglie nulla alla sua grandezza (come artista) e come personalità complessa; detto questo aggiungiamo un altra cosa, la perfezione non esiste e il “capolavoro” è fin troppo umano, la trilogia berlinese da molti osannata e mistificata è anche questo; non aspettatevi che tre buoni album fin troppo umani ma niente di più e la loro bellezza, forse, sta proprio in questo. Bowie nel 1976 lasciò Los Angeles per traferirsi in Europa, alle spalle aveva già album di successo mondiale (Space Oddity, The Man Who Sold The World, The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, Young Americans e Station To Station) ma anche dipendenze varie ed una “pressione” insostenibile, da qui la decisione presa insieme al suo amico Iggy Pop; Svizzera, Francia ed infine Berlino, quartiere di Schoneberg, i successivi tre album rispecchieranno questo periodo, questo suo alienarsi dalla notorietà e dal mainstream; Low, “Heroes” e Lodger, tre album che risentirenno moltissimo dell’influenza del produttore Tony Visconti e del musicista/compositore Brian Eno, questo nel bene e nel male.

 

Low

1977, è il primo album di questa trilogia, registrato parte in Francia e ultimato negli studi Hansa Tonstudio 2 di Berlino (ovest), i riferimenti musicali sono quelli dell’avanguardia sperimentale europea, Neu!, Kraftwerk, i Can ma senza rinunciare alla classiche influenze del rhythm and blues americano; Speed Of Life apre l’album, è un buon pezzo strumentale dove ad una ritmica tipicamente ReB si uniscono tastiere di respiro mittle-europeo e post-punk, segue Breaking Glass, un quasi funky elettrico di scuola Krafwerk, buono ma niente di imprescindibile, si prosegue con What In The World altro brano che si discosta dalla classica produzione di Bowie, leggermente straniante ma con un buon refrain, più compiuta è Sound And Vision che trova finalmente una sua scorrevolezza lineare e rilassata; Always Crashing In The Same Car è un bel brano, intenso, malinconico e avvolgente, più dura e cupa delle precedenti con i sinth in primo piano e interessanti variazioni armoniche, a seguire Be My Wife, altro bel brano, scuro ed elettrico e con una buona variazione ritmica nel refrain, chiude il lato A A New Career In A New Town, pezzo strumentale dove compare anche un armonica a bocca ma nell’insieme non lascia il segno; il lato B è aperto da un altro brano strumentale, Warszawa, cupissimo e notturno con l’incedere peso e angosciante dei sinth ma pronto ad aprirsi ad una dolce e malinconica melodia, un brano che ancora oggi conserva intatto tutto il suo misterioso fascino, Art Decade non è da meno, un ambient malinconico e crepuscolare di grande intensità, si prosegue con Weeping Wall, altro brano strumentale che si muove sempre in territori ambient con l’aggiunta di una chitarra pesantemente effettata e distorta, il risultato non è male ma non raggiunge le vette delle precedenti; chiude l’album Subterraneans, anch’essa strumentale, un ambient rarefatto ed etereo accompagnato dalle note nostalgiche di un sax e l’aggiunta di cori. Come avrete intuito Low è un album ambizioso che si muove incerto fra sonorità “americane” ed altre più sperimentali di matrice europea; questo può lasciare un pò spaesati e probabilmente un album non completamente “messo a fuoco” ma rispecchia fedelmente un periodo, umano, di transizione e la voglia di andare oltre i soliti canoni stilistici, un percorso che andrà perfezionandosi con il successivo “Heroes”.

 

“Heroes”

Fu registrato interamente negli studi di Berlino e pubblicato sul finire del 1977, album sopravvalutato? Questo spetta a voi deciderlo, il nostro consiglio è quello di ascoltarlo per quel che è; Beauty And The Beast apre l’album e suona abbastanza “classico”, un funky rock post-moderno dalle sonorità piuttosto dure, non male ma niente di cui non poterne fare a meno, a seguire Joe The Lion più riuscita della precedente, atmosfere post-punk che spingono il brano su suoni metallici e alienanti e con una bella interpretazione vocale di Bowie; poi c’è “Heroes”, chi non la conosce? C’è poco da dire, una traccia immensa, di quella perfezione rara che si riesce a raggiungere, forse, una sola volta nella vita e la voce di Bowie che da “vita” al brano, ogni suo respiro è un pulsare di quella tristezza malinconica per una ineluttabile fine che aspetterà i due amanti sotto il muro di Berlino, il testo è di quelli da imparare a memoria. Sons Of The Silent Age è un altro grandissimo brano, più riflessivo ed intimista con un refrain che scivola piano piano sotto la pelle e li resterà per molto a lungo con tutta la sua dolcezza notturna; Blackout chiude il lato A, un rock piuttosto classico, interessante e con un buo crescendo ma niente di più. Il lato B è aperto da V-2 Shneider, pezzo strumentale con l’aggiunta di cori ma lascia il tempo che trova, Sense Of Doubt è un altro strumentale dalle sonorità cupe e alienate, tutto incentrato su atmosfere sintetiche e pochi accordi di piano che rendono il tutto ancora più spettrale; le successive Moss Garden (dalle armonie asiatiche) e Neukoln (più aspra con un bel sax nella parte finale) sono altri due brani strumentali che possono piacere o meno, comunque di buona fattura mentre The Secret Life Of Arabia chiude l’album ma a parte la voce di Bowie è un pezzo che scorre piuttosto scialbo. Anche “Heroes” è un album a doppia faccia, anche qui si sente l’influenza più “world music” di Brian Eno e la ricerca di Bowie verso nuovi percorsi artistici e personali, un rischio necessario da correre, niente di scontato quindi, niente di facile, imperfetto ed umano; Lodger arriverà solo due anni più tardi, nel 1979 e chiuderà questa trilogia.

 

Lodger

Pubblicato nel 1979 e registrato parte in Francia e poi completato a New York. Considerato dalla critica l’album minore di questa trilogia berlinese, in realtà no, o se lo è lo è nella stessa misura dei due precedenti; non è un capolavoro, anche questo è un album incerto con i suoi alti (molto alti) e bassi; la traccia di apertura, Fantastic Voyage, è subito un bel sentire, dall’incedere lento e malinconico con un bel crescendo che avvolge l’anima, segue African Night Flight, più world music e a dire la verità un pò confusa, Move On ha buone reminescenze rock anni 50 ed una bella interpretazione di Bowie, buona ma non eccelsa, si prosegue con Yassassin, un buon esperimento di world music anche riuscito, può piacere o meno ma personalmente non è nelle mie corde, migliore l’incedere post-punk di Red Sails anche se non lascia il segno cosa che invece faranno le due successive tracce, D.J. con un bel refrain tirato ed intenso e quella che considero una vetta altissima di tutta la discografia di Bowie, Look Back In Anger con il suo incedere solenne e notturno che poi esploderà nella seconda parte, un brano tirato al massimo con uno splendido chorus e la voce di Bowie finalmente potente e sofferta. Boys Keep Swinging è un altro buon pezzo dal sapore anni 60, molto semplice ed orecchiabile, segue Repetition, sommessa e distaccata, incentrata su una ritmica fredda e spigolosa e per concludere, a chiusura dell’album, Red Money, un pezzo dalla struttura funky con influenze disco-soul, si lascia ascoltare ma si dimentica anche in fretta.

 

Termina qui questa trilogia berlinese ma non a caso; gli anni 80 stanno già bussando alla porta e per Bowie (nel frattempo ritornato negli Stati Uniti) sarà nuovamente il momento di cambiare pelle (o maschera), in fondo questa trilogia più che ad un successo da classifica servirà a Bowie per “riprendersi” se stesso e trovare una dimensione più naturale, il decennio successivo lo vedrà più in questa veste che in quella di “uomo venuto dalle stelle”, i successi non mancheranno e nemmeno quella, finalmente raggiunta (probabilmente ambita), maturità artistica ed umana.               

 

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