Roots! n.455 maggio 2022 Danile Corraro – Helios

Danile Corraro - Helios

Danile Corraro – Helios

(2022, Alman Music)

by Simone Rossetti

Una Recensione (che metterà più o meno d’accordo tutti):

Helios, dal greco “sole”, luce e presumibilmente speranza, un guardare oltre ma non ci addentreremo in campi a noi “oscuri” preferendo restare con i piedi ben piantati in una terra già abbastanza oscura di suo. Helios sarà anche il titolo per questo album di debutto a firma Danile Corraro (al sax tenore) insieme ad i suoi compagni di viaggio (Paolo Di Sabatino al piano, Glauco Di Sabatino alla batteria, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Fabrizio Bosso alla tromba in qualità di ospite speciale); un album di elegante jazz che affonda le proprie radici nella tradizione hard-bop, modale, be-bop ed occasionalmente latin, un gran bel sentire dallo scorrere leggero, fluido, mai sopra le righe; l’iniziale Windows On The Trip è sicuramente il pezzo forte, un trascinante hard-bop modale con un bel tema ed una sua esposizione che non vi deluderà (siamo dalle parti di Wayne Shorter ai tempi di JuJu e Speak No Evil) così come anche nella succesiva Helios morbida e ricca di classe; si respira una interazione “a pelle” di tutto rispetto come nella be-boppiana Cowboy Swing dove il bel sax di Corraro si avvicinerà alle sonorità più morbide di un Dexter Gordon o nella malinconica ed intensa ballad Noi Due dagli accenti “latin” mentre si tornerà a “pestare duro” sulle atmosfere urban di River Dance per concludere infine con la splendida introduzione lasciata al piano di Paolo Di Sabatino in una sontuosa West Moon Ballad dai sentori blues. Helios suona così “perfetto” che vi lascerà “incantati” ad un altro tempo eppure presente; una disfunzione temporale od un semplice passaggio di consegne? Non lo sappiamo ma è un bel sentire e tanto basta (l’impressione è che se solo avessero osato appena un capellino in più questo lavoro poteva assumere tutt’altro spessore ma va comunque bene così e di un suo ascolto non ce ne pentiamo).

Quel Parlare Di Musica (che troverà molti e comprensibilmente in disaccordo):

Ma questo chi xxxx si crede di essere?” Tranquilli, nessuno, semplicemente nessuno, qui si parla di musica molto serenamente e liberamente, non ce ne vogliate se della classica lista della spesa (press-kit promotional od altro) ne facciamo volentieri a meno, quello che ci interessa è un pensare libero (discutibilissimo ma libero) speriamo onesto e nel possibile (cosa questa non sempre facile) oggettivo, ci proviamo nelle nostre possibilità e ben consci di un “azzardare” non sempre così comprensibile. Tranne rarissimi casi (e questo Helios lo è) evito di ascoltare quel jazz standard/classico (anni ’40, ’50, ’60) riproposto/riletto/reinterpretato/risuonato (o che dir si voglia) oggi, preferisco di gran lunga tornare a riascoltarmi i classici del passato ma soprattutto quei piccoli album (o scoprirne di nuovi) meno conosciuti e destinati ad un oblio certo ma che dietro hanno delle storie da raccontare, storie con un loro tempo ed un loro scorrere. Il jazz oggi (ma si potrebbe dire lo stesso per il rock, la musica pop, il punk-rock, l’heavy metal) è, tranne rare e bellissime occasioni, un ripetere se stesso solo in un contesto diverso, festival estivi, ricchi premi e cotillon, buono come sottofondo soft per qualche più o meno idiota programma televisivo, ottimo per un apericena in spiaggia o in villa con piscina…ma nulla più. Un attimo, perché mi sono avvicinato a questo album di debutto a firma Danile Corraro (al sax, insieme a lui Paolo Di Sabatino al piano, Glauco Di Sabatino alla batteria, Luca Bulgarelli al contrabbasso nonché Fabrizio Bosso alla tromba come “special guest” in alcuni brani) senza alcun preconcetto ma per il semplice piacere di un ascolto (e di una richiesta di ascolto) e non me ne pento perché un gran bel lavoro lo è, soprattutto onesto e ben suonato (dobbiamo riconoscerlo, anche molto sommessamente nonostante le qualità dei singoli). Windows On The Trip, Rosa, Cowboy Swing, Tropical Drink, River Dance scorrono via tra un frizzante hard-bop, jazz modale e radici bebop con una classe ed un sentire che ha pochi eguali, atmosfere che invece si faranno più intime nella bella conclusiva West Moon Ballad introdotta dalle malinconiche note del piano di Paolo Di Sabatino, in Noi Due o nell’intensa titletrack; a “tirare le fila” di un tutto il bel sax di Corraro (tutte le tracce porteranno la sua firma) seguendo/ripercorrendo un “suono/composizione” molto vicino a quello di Wayne Shorter ed in una dimensione più intima, più da ballad nel senso classico quello di un altro grande sassofonista del passato Dexter Gordon. Album al quale non manca nulla per ambire “al meglio” ma è proprio questo “meglio”, questa sua “dimensione” a non convincerci del tutto; sicuramente piacevole ma in quanto a “spessore”, storia, tempi, non lo sappiamo; ciascuno della propria musica/arte ne fa quel che vuole (non siamo qui per giudicare nessuno e non lo saremo mai a prescindere), non è una questione di “vecchio o nuovo” è (forse) cosa può raccontarci questo jazz di un oggi quando lo si può tornare ad ascoltare “in un suo tempo e contesto”, un po’ come mangiare un cono gelato, buono quanto volete ma che nel frattempo si sta squagliando perché questo tempo poco gli appartiene e poco gli rende merito.

Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).    

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