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Roots! n.86 febbraio 2021

Damiano Davide-Mirror

Autore: Damiano Davide

Titolo: Mirror

Anno: 2021

Genere: contemporanea, ambient, chamber music

Città: Napoli

Componenti: Damiano Davide (pianoforte, fisarmonica), Lino Cannavacciuolo (violino in Plague), Caterina Bianco (violino in tutti gli altri brani), Davide Maria Viola (violoncello), Rolando Maraviglia (contrabbasso), Marco Balestrieri (elettronica)

Etichetta: Apogeo Records (New Generation)

Formato: digitale

Sito web: https://www.facebook.com/damianodavidemusic/

Damiano Davide-Mirror

by Simone Rossetti

Qui su Roots! abbiamo solo due parametri di valutazione (ne avevamo anche un terzo, il voto, ma tra essere e non essere abbiamo fatto la nostra scelta); due parametri che sono più di due linee editoriali, sono la nostra stessa storia. Il primo è che sia musica “fatta bene” e badate che non si tratta di una questione puramente “tecnica” e della quale non ce ne può fregare di meno, il secondo parametro è il “tempo”, una musica che non sia una semplice mozzarella da supermercato con data di scadenza; se si parla di musica (e noi lo facciamo a nostro rischio e pericolo) deve essere Musica, al di là di un genere, di etichette, di gusti personali o preferenze, se poi cercate altro ci sono comunque quelli bravi ma a noi non interessa. Premessa necessaria prima di parlarvi di questo album di debutto di Damiano Davide ed il perchè è semplice, è Musica, quella con la m maiuscola, è un perdersi in un tempo ed in uno spazio sospesi ma non casuali; una tecnica pianistica, quella di Damiano, che non è di stampo propriamente classico né tantomeno jazzistico, ad “orecchio” diremmo più sinfonico-minimalista con forti richiami al “tocco” di Claude Debussy e con un approccio compositivo prossimo ad un John Cage più intimista, ed è un gran bel sentire, spiazzante, coinvolgente, soprattutto malinconicamente attuale. Originario di Napoli e con una attività alle spalle ricca di premi, riconoscimenti e collaborazioni varie ma sapete anche bene che qui su Roots! badiamo “a’i lesso” cioè alla musica, senza la pretesa di giudicare ma nemmeno di compiacere; album registrato in completa autonomia e pubblicato in questo iniziale (ed altrettanto infausto) 2021 per la Apogeo Records (ottima etichetta indipendente italiana che come molte altre, e come tutti,  cerca di sopravvivere come può a questi tempi bui, e non è facile); tornando a questo lavoro, è una musica che ha un suo tempo, un suo essere, un suo scorrere temporale che mal si presta all’usa e getta quotidiano (ma dovremmo dire all’imbecillità quotidiana); quello che colpisce è il suono (il “tocco” appunto) del piano di Damiano, asciutto, scarno, cadenzato, più armonico che melodico, poche note ma che sanno bene quale strada seguire (e farci percorrere), è musica contemporanea, alcuni la definirebbero classica contemporanea, altri seriale, altri ancora musica concreta, per noi è Musica necessaria, necessaria alle orecchie e all’anima. Se non fosse per alcune ottime collaborazioni di cui Damiano si avvale di volta in volta si direbbe, questo Mirror, un album composto in totale solitudine, uno scorrere che ormai non appartiene più a questo mondo ed una lievità che non ha niente a che vedere con una fisicità terrena ma riesce a volare altissimo sopra le nostre umane miserie e destini. Da dove iniziare? E per dove arrivare? Non lo sappiamo, forse dalla bellissima Cold Spring, dalle sue armonie malinconiche e notturne che sembrano provenire dalle macerie di un passato fin troppo presente, alle note del piano si aggiungono quelle desolanti (ma che meraviglia) del violino di Caterina Bianco e del violoncello di Davide Maria Viola che si ergono a testimoni e narratori, senza di loro il futuro sarebbe un salto nel vuoto; ma c’è anche l’altrettanto bella Daphnia che si muove liberamente, dolce e serena, fra paesaggi e spazi ancora incontaminati ma con un senso di incombente ed imminente fine; Entr’acte I (come Entr’acte II) è scritta a quattro mani da Damiano insieme a Marco Balestrieri, sonorità ambient che fondono insieme morbidi tappeti di musica elettronica alle note più classiche del piano, niente di nuovo ma che comunque trovano qui un loro essere, c’è la più nervosa ed amara Plague che vede la partecipazione del violinista Lino Cannavacciuolo in un gioco di incastri e saliscendi dove i due strumenti sembrano rincorrersi ciclicamente ma seguendo due destini diversi e destinati, seppur vicini, a non incontrarsi mai, un effetto di rara bellezza; anche Mirror introdotta dalle note del solo piano ha uno scorrere quasi ciclico, con un crescendo che arriverà lentamente ad incresparsi come un onda del mare violenta e dolce, poi di nuovo la quiete e quel senso di perdita, di lontanaza, non del singolo ma di un mondo; Niente lista della spesa, come sempre preferiamo darvi solo un input iniziale, il piacere, lento e naturale, di scoprire questo album sarà, come è giusto che sia, solo vostro e di vostra scelta, potrà piacervi come il suo contrario, ne potreste restare affascinati così come cestinarlo dopo pochi secondi, e va comunque benissimo, i gusti musicali non sono discutibili (quasi mai), quello che vi “consigliamo” è di darvi una possibilità all’ignoranza ed alla stupidità dilagante, di ri-prendervi il vostro tempo, un tempo necessario a comprendere questo presente ed il suo divenire. Ma qui chiudiamo, ci siamo dilungati anche troppo e probabilmente annoiandovi, da Roots! è tutto, e come sempre buon ascolto (Qui dove ascoltare l’album).

 

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