Roots! n.290 ottobre 2021 Crowded House

Crowded House – Dreamers Are Waiting

Crowded House – Dreamers Are Waiting

by Alessio Impronta

Neil Mullane Finn è un uomo subdolo. Ha, ha sempre avuto, un aspetto da ordinario bravo ragazzo della porta accanto. Apparenze. Il ragazzo del bancone del bar che ha sempre quello sguardo indagatore, il collega di lavoro di cui si sa tutto e poi non si sa nulla davvero, il tipo del liceo che ricordate di aver perso di vista 30 anni fa e che chissà che fine ha fatto. Neil è uno di quelli che potrebbe essere il tizio più ordinario del mondo…”ma”. Ma ha quel qualcosa in più, che si coglie in uno sguardo sempre vivo ed attento. L’eterno ragazzo, con una sostanza. In effetti, Neil Finn è un uomo di enorme talento ed il fatto che sia stato insignito di un O.B.E sta a dimostrarlo. Nato in Nuova Zelanda 63 anni fa, prima si è impossessato degli Split Enz, band di buon successo capitanata dal fratello Tim e poi, allo scioglimento di questa, ha fondato, nel 1985, insieme agli amici Paul Hester, Craig Hooper e Nick Seymour, i Crowded House. Che non li abbiate mai sentiti nominare, è possibile. Male, ma possibile. Che non abbiate presente il loro maggior successo, dal primo album, Don’t Dream It’s Over (di cui Venditti fece una mediocre cover, Alta Marea), no. Quel pezzo sta nella categoria dei mega successi eterni, in stile Yesterday o Satisfaction. I Crowded House hanno avuto una carriera piena di successi e bei dischi: chi è intenzionato a fare un tuffo nella loro discografia, dovrebbe ascoltare almeno Temple Of Low Men, Together Alone e Time On Earth. Album zeppi di perle, di grandi canzoni, di melodie a volte intricate che si risolvono in ritornelli solari e pieni di speranza o in atmosfere intense ed ombrose, quasi a rappresentare i due lati della medaglia di questa band, il calore del sole ed il freddo dell’inverno, le armonie vocali festose e Paul Hester che, depresso, si suiciderà nel 2005, e del suo autore principale. Il bravo ragazzo dal lato oscuro, che si è abbeverato alla fonte dei Beatles, dei Kinks, di David Bowie. Si vede e soprattutto si sente. Dopo una pausa di oltre dieci anni dal precedente Intriguer del 2010, album che mostrava un po’ di stanchezza e percorreva troppo facilmente strade già batture, ecco nel 2021 Dreamers Are Waiting. Un album che non tutti i fan si aspettavano, Finn ormai sembrava avviato verso la sola carriera solista e la collaborazione coi Fleetwood Mac, in cui è entrato nel 2018 insieme all’ex Heartbreaker Mike Campbell a sostituire Lindsey Buckingham, cacciato via dopo l’ennesima lite con Stevie Nicks. Ed invece, l’annuncio fra fine 2020 ed inizio 2021 e la pubblicazione nel giugno di quest’anno, con una formazione che vede ancora al basso l’eterno Nick Seymour e la presenza dei due figli di Neil, Elroy e Liam. Facciamo un passo indietro: tra il 2018 e fine 2020 Paul McCartney ha pubblicato due album. Egypt Station e McCartney III. Sono stati accolti con tutti gli onori, onori che si devono ai Reali, come Macca effettivamente è. Però, con questi personaggi si tende ad essere indulgenti, per la loro storia monumentale. Forse a ragione, forse no. In realtà entrambi i lavori mostrano la corda. Tutto troppo già sentito, soluzioni tecniche e tecnologiche – vedi un uso dell’autotuner smaccato – a riempire spazi vuoti ed a creare discussioni più di forma che di sostanza. Ecco, Dreamers Are Waiting è il disco che avrebbe dovuto fare Paul McCartney e che invece ha fatto Neil Finn con la sua band. L’allievo, qui, ha superato il Maestro. Cosa c’è in questo disco? Una summa del passato: melodie affascinanti, cambi di ritmi e di atmosfere, pezzi che parlano di una vita apparentemente comune ma piena di svolte, dubbi, cadute e riprese. E però anche uno sguardo al futuro, il suono è pieno e moderno, è un disco dei nostri tempi che però non snatura le radici classiche della band. Bad Times Good e Playing With Fire sono il biglietto da visita. “Hey, everyone wants to make a bad time good/hey it looks like some kind of medicine to me/hey everybody wants to make a good time last” è la semplice filosofia che sta dietro al Finn-pensiero. Piccole cose, cose quotidiane ma che fanno la vita di ciascuno di noi. Così come la successiva To The Island dove l’isola, reale o piuttosto immaginaria che sia, è quella dove ci si può salvare l’anima perché è della giusta dimensione, è ciò che fa per noi, rispetto ad un mondo troppo grande, alieno. E’ un disco che si lascia ascoltare attraverso i suoi passaggi, rettilinei mai troppo facili, che nascondono asperità e pendenze inaspettate, curve che aprono scenari improvvisi, che a volte sono splendidi e dall’orizzonte lontano, altre si affacciano su dirupi vertiginosi, ”When I see red a put a handgun under my pillow/when I see blue I put a blanket over my window”, canta Finn in Show Me The Way. Goodnight Everyone è il pezzo mancante ai dischi dell’ultimo McCartney, come scrivevo poco sopra. Così come è palese l’influsso dei Fleetwood Mac sulla scrittura dei pezzi, Start Of Something e Real Life Woman potrebbero essere inediti da un Tango In The Night o qualche altro lavoro dei Mac di 40 anni fa. Insomma, tirando le fila: i fan hanno aspettato tanto per questo lavoro e vedono ripagate le attese, con un bel disco, degno della discografia di una piccola grande band e di un autore mai troppo valutato ma che ha tutte le carte, tutte le canzoni per stare nell’Olimpo dei grandi. Le canzoni dei Crowded House sono come un sorso d’acqua per chi ha sete. Non curano una malattia, non sono un antibiotico e forse, tranne la citata Don’t Dream It’s Over non rimarranno fra 1000 anni. Però, come canta Neil in Love Isn’t Hard At All I’ll help you, remember”. Se vi sembra poco. Buon ascolto! (qui o qui).

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