Crea sito

Roots! n.2 settembre 2020

Pink Floyd-More
Crowbar-Crowbar

Pink Floyd-More

by Simone Rossetti

Potete crederci o meno ma tra la ricca discografia dei Pink Floyd esistono anche album cosiddetti, o considerati, “minori”; More è uno di questi, musica composta come colonna sonora per l’omonimo film del regista francese Barbet Schroeder (a dire la verità film non proprio imprescindibile, anzi), 13 brani composti nel giro di pochi giorni ma soprattutto fu il primo album senza Syd Barret che “aveva abbandonato” il gruppo durante le registrazioni di A Saucerful Of Secrets, questo lascia un pò di straniamento, in effetti da queste tracce sembra che nessuno ne senta una qualche mancanza ma potremmo anche sbagliarci, forse è una perdita troppo recente e non ancora metabolizzata, comunque il gruppo va avanti e sembra non guardarsi indietro. Alla sua uscita More non ricevette un grosso riscontro sia da parte della critica che del pubblico, probabilmente non fu mai considerato, e non lo è nemmeno oggi, un vero e proprio album dei Pink Floyd, era e resta una musica creata per uno scopo ben preciso, ma è un peccato perchè nonostante alcune tracce trascurabilissime ve ne sono altre “almeno” interessanti ed altre che brillano di una luce propria, più in generale si percepisce che il suono “Pink Floyd” non sia ancora ben definito ma una qualche idea inizierà comunque a svilupparsi ed arriverà a compimento proprio nel successivo lavoro in studio Ummagumma. Ma partiamo dalla prima traccia, Cirrus Minor si apre con una registrazione ambientale della campagna inglese, un cinguettio di uccellini introduce la chitarra acustica e la voce di Gilmour che ci accompagnano in una eterea e lisergica filastrocca per poi verso la metà del brano sfumare dolcemente per lasciare spazio all’organo di Wright capace in poche note di dipingere un’atmosfera che si stacca completamente dalla composizione originale per prendere una vita propria (e qui si sente molto della strada che intraprenderanno in seguito,da Ummagumma in poi), a seguire The Nile Song, se non avete mai avuto modo di ascoltarla (vi invidio) allora inspirate ben bene, trattenete il respiro e poi sparatevela ad un volume molto molto alto, del vostro impianto non resterà più nulla, idem per le vostre orecchie, un proto-metal-psichedelico dove i riff di Gilmour e la sezione ritmica di Mason si fondono insieme in un qualcosa di granitico grezzo pesante e solenne, imperdibile, e siamo solo nel 1969, Crying Song è  pezzo acustico su un simpatico giro di basso ma niente di più, Up The Khyber  invece è un interessante pezzo di jazz modale, molto improvvisato sopra la ritmica in levare di Mason e gli accordi al piano di Wright,non è il massimo ma è comunque piacevole sentire i Floyd in questa veste; si passa a Green Is The Colour, sempre Gilmour alla voce,sognante e spirituale, flautino a parte (suonato dalla moglie di Mason) è un buon brano, forse datato ma molto Pinkfloydiano, Cymbaline no, Cymbaline è un piccolo diamante, una ballata malinconica e scarna eppure a suo modo con un qualcosa di speciale,seguitela fino alla fine e ne rimarrete piacevolmente sorpresi, Party Sequence si può tranquillamente saltare, Main Theme è più sperimentale e acida, ritmica fissa e cupo giro di basso,interessante, Ibiza Bar è un altra botta di proto-metal-lisergico, lasciatevi inebriare da questa colata lavica di note, sempre ovviamente a volumi insostenibili. More Blues, i Pink Floyd come non li avete mai sentiti e come non li sentirete più, puro blues al 100%,eppure suona tutto un pò strano, è come essere sdraiati lungo la riva del Mississippi intenti a mangiare un Christmas pudding inglese, le ultime tre tracce dell’album sono trascurabili ma capisco che in un contesto di colonna sonora siano necessari anche pezzi più da “cornice”; e siamo arrivati così alla fine,diciamolo, non è certo un album per cui dovete immediatamente “fiondarvi” verso il vostro più vicino negozio di dischi (?????) ma se vi capita, magari il vinile ad un mercatino dell’usato o su Cd approfittatene, gli album “minori” a volte si  rivelano migliori di quelli più titolati, bisogna solo saperli ascoltare, come tutte le cose. E da Roots! è tutto, buon ascolto (qui).

 

Crowbar-Crowbar

By Simone Rossetti

C’è un grande fiume che attraversa le pianure della Louisiana, la dove tutto è nato, il Mississippi, terra e anima del blues, e c’è una città bagnata dalle sue stesse acque, New Orleans, culla del jazz, i Crowbar vengono da qui, e non è un caso. Saranno proprio queste acque scure e limacciose a nutrire questa musica e farne etica esistenziale. Un anima “nera”, da non confondersi con l’immaginario Black/Death, qui la sofferenza e l’alienazione sono fin troppo umane e terrene, sono le storie degli ultimi, di quei dimenticati che la vita lascia scorrere ai margini (se non oltre), sono storie di un sistema che non lascia scelta, devi vincere o perdi, e se perdi sai già quale sarà il tuo posto. Siamo lontanissimi dalla sfavillio luccicante del quartiere di Bourbon Street, qui la dannazione è vita di tutti i giorni, è reale, è quello che resta nascosto sotto l’ineluttabile e soffocante scorrere di queste acque. Sludge quindi, con la sua estetica fatta di riff pesanti e opprimenti al limite della saturazione e una sezione ritmica che scandisce il suo lento incedere con pochissime concessioni, ma non solo, se lo stile è tipicamente sludge l’attitudine è principalmente hardcore, ed è questa “attitudine” a rendere questa musica con i piedi ben piantati a terra, reale, concreta, maledettamente umana. I Crowbar di Kirk Windstein (chitarra e voce) qui con Matt Thomas (chitarra), Todd Strange al basso e Craig Nunenmacher dietro le pelli, siamo nel 1993 e questo è il loro secondo album ma lo si può considerare tranquillamente il primo per aver definito uno stile che poi porteranno avanti senza concessione alcuna, sempre uguale a se stessi (e non è un demerito), sempre a testa alta. Si parte con High Rate Extinticon,riff possenti,la batteria pesta severa, la voce di Windstein è greve e lenta, possente la sua invocazione “You know you never will be free”,All I Had (I Gave) aumenta sensibilmente il ritmo, altro pezzo di “denuncia sociale” di intensità notevole ma senza alcuna redenzione, Will That Never Dies altro brano d’impatto, i riff si ripetono avvinghiati a se stessi, lo scorrere resta lento e marziale, la voce di Windstein pesa come un macigno su queste vite “I’m spilling all my problems to you”, Fixation apre con uno scarno giro di basso accompagnato dalle percussioni poi una melma sonica travolge tutto, è una storia di dipendenza, eroina ma potrebbe essere una qualsiasi altra umana dipendenza “ My blood is toxic and my veins burn for you”, chiude il lato A No Quarter,cover degli Zepp come non ci si aspetterebbe,reinterpretata in uno stile completamente diverso dalla versione originale da assumere una vita propria; il lato B si apre con Self Inflicted e qui si pesta duro come nella successiva Negative Pollution, Existence Is Punishment  torna su ritmi asfissianti e monocordi lo stesso per la successiva Holding Nothing, ancora più sofferta, la voce di Kirk sembra invocare una pregheira in mezzo alla più reale e totale desolazione “Never did you ever love,Never,Never”, I Have Failed sembra respirare di una qualche speranza ma è solo per un breve istante, poi tutto si fa denso e cupo.Diciamolo pure di ascolto non facile, non per la complessità dei suoi riff o per particolari strutture armoniche, è il suo ciclico ripetersi sempre uguale a se stesso, è crudo, essenziale e trasmette un amarezza di fondo ma che è a suo modo poesia, sono queste acque che lentamente e inesorabilmente trascinano sul fondo le vite di tutti; qualcuno una volta ha detto che il blues “è una musica facile da suonare ma difficile da ascoltare”, ecco, allora qui c’è molto blues, d’altronde hanno guardato entrambi nelle stesse acque. Buon ascolto (qui).

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!