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Roots! n,23 settembre 2020

Chet Baker-Chet On Poetry

Chet Baker-Chet On Poetry

by Simone Rossetti

Togliamoci subito il sassolino dalla scarpa (in seguito se ne potrà anche discutere), se non siete interessati al jazz poco male, d’altronde i gusti sono gusti, il problema è se siete completamente a digiuno di jazz e per caso siete capitati su questa pagina; forse non è questo l’album adatto col quale approcciarsi per la prima volta a questa musica, come è anche possibile che ne restiate completamente affascinati al primo ascolto; si perchè questo Chet On Poetry, album praticamente poco conosciuto nella immensa discografia di Baker è un piccolo capolavoro, direi immenso se non fosse che non ci piacciono i termini altisonanti fine a se stessi, soprattutto nel jazz (e in particolare parlando di Chet Baker), siete ovviamente liberi di non ascoltarlo e passare ad altro ma questa musica trascende generi ed etichette per farsi Arte, vita reale (fin troppo) e semplice respiro; chi era Chet Baker, era un grande musicista jazz ma soprattutto una persona, con tutte le sue sconfitte di una vita, il suo luccichio da ricchi premi e cotillion, le sue zone d’ombra, le sue debolezze e tutto quell’accadere che una vita può riservare. Su Chet Baker sono state scritte tonnellate di libri e biografie, alcune meritevoli ed altre meno (il film documentario Let’s Get Lost di Bruce Weber del 1988 vale comunque più di tutte queste messe insieme), credo che ci (e mi) sia rimasto ben poco da aggiungere ma noi ci proviamo lo stesso e proviamo a farlo a modo nostro, che poi è l’unico che conosciamo. Chet On Poetry fu pubblicato nel 1989, Chet Baker se ne andò il 13 maggio del 1988 (in rete troverete il come, dove e quando), un album praticamente postumo se non fosse che le registrazioni risalgono solo a qualche mese prima, siamo al Forum Studios di Roma, nel gennaio 1988. Chet Baker è sempre stato legato (nel bene e nel male) con il nostro “belpaese” (virgolette d’obbligo), un legame più stretto soprattutto negli ultimi anni della sua carriera, una “seconda” vita fatta di collaborazioni con i più grandi jazzisti italiani e di ottimi album (una consapevolezza ed una maturità artistica e umana che sono il risultato di una vita passata tra le luci di un palco e i suoi “dietro le quinte”). Di questo Chet On Poetry si sa poco e si trova ancora meno, ma noi abbiamo l’album ed è già qualcosa, il resto, quello che c’è da sapere, è dentro, nei suoi solchi, nella sua musica e nella sua artwork. In questo album insieme a Chet Baker troviamo Nicola Stilo al flauto, chitarra e piano, Enzo Pietropaoli al basso, Roberto Gatto alla batteria, Alfredo Minotti alle percussioni e Carla Marcotulli ai cori; vorrei anche aggiungere una cosa, sono gli ultimi anni di un jazz che sapeva ancora proporre qualcosa di originale (o reinterpretato con un attitudine originale), seguirono gli anni 90 con ancora qualche buona spinta creativa ed infine l’assuefazione totale del nuovo millennio, un nulla o poco più; Chet Baker non era solo la sua tromba (e il modo di suonarla, il suo mood) ma anche la sua voce, sempre velata di quella malinconia esistenziale, ineluttabile, quasi rassegnata di fronte allo scorrere del tempo e alle sue (e nostre) miserie, a ciò che la vita prima ti regala e poi ti porta via, per arrivare infine a quel punto dove non c’è più nulla da inseguire e si vive una vita “estranea” come non ci appartenesse; quello che resta (ancora e solo) è una tromba ed una voce; Chet Baker era tutto questo e probabilmente anche di più ma lo si può solo intuire, percepire, inutile tentare di spiegarlo; qui c’è un brano bellissimo che racchiude al meglio tutta la sua poetica, Almost Blue (di Elvis Costello), solo la voce di Chet accompagnata dalla chitarra di Nicola Stilo, perfetto ma di una perfezione talmente fragile e palpabile che il termine perfetto non è quello che ascoltiamo, è poesia (di questi tempi sembra una parolaccia), è musica che si fa Arte, è vita in ancora un ultimo soffio; Chet’s Blues è un classico brano jazz, ma non fatevi ingannare dal titolo, Chet non suonava blues, almeno non nel senso classico, che si tratti di musica “bianca” o “nera” il blues è prima di tutto uno stato d’animo (quindi non ha colore), il suono di Chet è blues perchè è intriso di quella malinconia e tristezza che sono proprie del blues ma espresse con un suono diverso, personale, inscindibile dalla sua anima. The Party Is Over è un altro bellissimo brano di grande fascino, un jazz moderno e soft suonato da grandi musicisti in un attimo forse unico; Deep Arabesques e With Sadness non sono da meno, è grande jazz ma non solo, una forma canzone quasi classica ma mai fino a diventare la trita e ritrita strofa-ritornello-strofa; il brano che apre l’album In A Sentimental Mood (di D. Ellington) è introdotto dalla sola  voce di Chet, una poesia recitata sulle liriche di Gianluca Manzi, il jazz è anche questo, poi parte il brano vero e proprio con il suono delicato e malinconico della tromba di Chet da togliere il respiro mentre la chitarra di Stilo segna gli accenti sul tempo, esistono tantissime versioni di questo brano ma devo dire che questa ha un qualcosa di speciale, qualcosa che si deposita e resta. Chet On Poetry è un album più difficile da recensire che da ascoltare, la verità (oggettiva, personale, umana) sta solo nel suo ascolto; qui su Roots! non abbiamo la pretesa di insegnare niente a nessuno (anche se ne avessimo le capacità, ma non le abbiamo e non pretendiamo di averle), ogni album è storia a sé e questo album in particolare di storie da raccontare ne ha tante, poi può piacere o meno ma è un rischio che vale la pena di correre, è un primo passo verso qualcosa che vi si svelerà solo gradualmente ma qualcosa che vale la pena di conoscere. (qui)

 

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