Crea sito

Roots! n.3 settembre 2020

Carole King-tapestry
Green On Red-Gravity Talks

Carole King-Tapestry

by Simone Rossetti

Ci siamo abituati (o ci stanno abituando) ad un senso della bellezza che non ci appartiene, da quello più becero e siliconato di un qualsiasi format televisivo a quello da titolone in prima pagina del solito “esperto” dopato da psicofarmaci, ma dentro di noi sappiamo bene che il senso della bellezza risiede altrove, ed è qualcosa che raramente si mostra e sempre con una certa timidezza, all’inizio se ne intuiranno vagamente le sfumature e solo in seguito inizieranno a delinearsi anche i contorni, se si è fortunati sarà un amore a prima vista, nella maggioranza dei casi sarà un percorso che richiederà più tempo, starà alla nostra capacità e sensibilità riuscire a percepire questo senso e ad accoglierlo, per questo è molto più semplice scrivere una recensione di un album, bello o brutto che sia, con tutti i suoi pregi e difetti ben in vista, più difficile quando si tratta di descrivere una “bellezza” autunnale, gentile, solare e malinconica allo stesso tempo, una musica (e una voce) che a dispetto di un successo mondiale si mostra quasi con pudore preferendo un intimità lontana dal luccichio dei riflettori ma piuttosto da ricercare nel “chiuso” dei nostri pensieri e in totale armonia con il mondo che ci circonda, non importa se in un piovoso pomeriggio di novembre o ai primi raggi di sole di una domenica mattina, il mondo vi apparirà migliore, perchè saremo noi ad essere migliori. Dovevo trovare le parole giuste prima di parlarvi di questo album, in caso contrario, mi son detto, non ne avrei fatto di nulla, ancora non so se abbia trovato quelle parole, ma eccoci qui. Originaria di Manhattan, New York, aveva già alle spalle svariate collaborazioni e una buona esperienza musicale come compositrice, il primo album a suo nome, Writer, arrivò nel 1970, a seguire, nel 1971 questo Tapestry che appunto riscosse un successo mondiale scalando le classifiche di mezzo mondo e ottenendo altrettanti riconoscimenti. Ma non fermatevi alla sola apparenza, non stiamo parlando degli U2 o dei Guns N’Roses, in effetti suona quasi strano pensare a tutto questo successo per una musica così intima, raccolta, povera, si parla principalmente di folk cantautoriale ma con un’anima profondamente soul tanto che un suo brano (You Make Me Feel Like) A Natural Woman fu portato al successo da una vera Signora del soul quale era Aretha Franklin, ma ascoltate questa versione per solo piano e voce e ne resterete incantati, c’è tutta la poetica e l’anima di una (allora) ragazza cresciuta a Brooklyn, è il suono e la voce di un mondo che chiede solo di essere un posto migliore, è solo una canzone, le cose si sa vanno sempre diversamente, non importa, riscalda l’anima quel tanto che basta per crederci. E lasciatevi pure cullare dalle note agrodolci di So Far Away, un brano più folk tanto semplice quanto armonicamente perfetto, malinconico e arioso nel suo crescendo sempre però cercando un intimo dialogo, Will You Love Me Tomorrow? reso famoso più per le sue “cover” ma qui interpretato in tutta la sua semplicità, senza orpelli, orchestrazioni o appesantimenti vari, una “ballad” dolce a due voci, dolce ma non smielata dove a fare la differenza è sempre la voce di questa ragazzina Newyorkese, dal sapore più country blues è Smackwater Jack, ritmata e sostenuta da una voce che sa essere non solo dolce ma anche potente, una maturità vocale e compositiva che trova la perfetta combinazione in It’s Too Late brano “rock” ma dalle forti tinte urban-soul arricchito da un pregevole solo di sax, un brano senza tempo reinterpretato da decine di blasonati artisti ma mai “nudo” come in questa versione originale, c’è Home Again dal testo molto personale, “I wanna be home again and feeling right” ci racconta in tono confidenziale, un intro di piano, una voce quasi fragile che poi sale verso il cielo, si fa più dura, si increspa, sembra spezzarsi, ma non lo fa e sul finire si placa in un tono nostalgico e malinconico, ma le emozioni non sono finite, Beautiful è un altro pezzo entrato (suo malgrado?) nella storia della musica popolare americana, dovrebbe essere registrato come patrimonio dell’umanità, anzi, come un diritto dell’umanità di tutti i popoli di questo fottuto mondo, “You’ve got to get every morning with a smile on your face, and show the world alla the love in your heart” e tanto basta , un piano gospel soul introduce Way Over Yonder che delicatamente ci si svela in tutta la sua bellezza impreziosita da una voce black in falsetto, un brano che profuma dell’asfalto di New York dopo un temporale estivo. Se si chiama soul un motivo ci sarà, allora ascoltatevi I Feel The Earth Move, piano sostenuto, groove immenso, voce superba, poi sul finale rallenta e resta questa voce in dissolvenza, vi assicuro che personalmente non ho mai usato (e non mi piace) usare aggettivi troppo enfatici, ma non è per dirvi che è un brano “capolavoro” ma solo per trasmettervi una perfezione non asettica ma umana, con tutte le vittorie (poche) e sconfitte (molte) che la vita nel bene e nel male ci riserva, You’ve Got A Friend, “Now, ain’t it good to know that you’ve got a friend when people can be so cold?”, non potremmo essere più daccordo, un brano che si fa “preghiera”, una melodia dal sapore agrodolce ma che non ne vuol sapere di rinunciare ad una possibile speranza, non ancora, una gemma tanto semplice quanto di rara intensità, Tapestry da il nome all’album e lo chiude, un grande pezzo nella miglior tradizione “americana”, una visione personale e intima di un intero mondo “My life has been a tapestry of rich and royal hue, an everlasting vision of the ever-chainging view, a wondrous, wovenmagic in bits of blue and gold,a tapestry to feel and see, impossible to hold”. Se il 1971 può sembrarvi lontano vi diciamo che si, è vero, ma noi (più giovani o meno) siamo sempre gli stessi, il bisogno, la necessità, i sogni, a dispetto di un tempo ineluttabile non cambiano nè ce li faranno cambiare. Lei è sempre lì, ieri come oggi, seduta sul bordo della finestra in compagnia del suo gatto mentre una luce autunnale le addolcisce i riccioli biondi e i lineamenti, non è una questione di tempo ma solo di gentilezza. (qui)

 

Green On Red-Gravity Talks

by Simone Rossetti

Giorni fa stavo rovistando in cantina, che è un pò come rovistare nei cassonetti di indifferenziata del proprio Io, si trova di tutto tranne quello che si cerca, fra questo inutile tutto mi sono tornate in mente due parole, Tucson Arizona, e già pronunciare queste due parole ha un sapore quasi epico, polvere,stazioni di servizio abbandonate e sonnolenti pomeriggi in veranda a fissare un orizzonte qualsiasi, provate, Tucson Arizona. C’era qualcosa che mi rimandava spontaneamente a questo luogo, qualcosa dove ero “già stato”, cosa,ma certo! I Green On Red provenivano proprio da Tucson, Arizona, i Green On Red e il Paisley Underground, i Dream Syndicate, i Rain Parade, i Long Ryders, perchè, e in cuor vostro lo sapete già, non esistono solo album capolavori o album belli e altri brutti ma esistono anche album minori che magari non hanno mai avuto una grande attenzione o sponsorizzazione mediatica, piccoli album di nicchia quasi dimenticati ma che malgrado tutto, stagioni mode e tempi, continuano a brillare di una luce propria, piccole gemme abbandonate fra centinaia di vinili (bravi, è il momento di tirare fuori i fazzoletti). Gravity Talks del 1983 è una di queste gemme, forse oggi certe sonorità possono risultare un pò datate, ma potrebbe anche non essere un difetto, e aggiungiamo, ce ne fossero oggi di gruppi così. Questo album arrivò dopo due EP (Two Bibles e l’omonimo Green On Red) il seguente trasferimento a Los Angeles e un assestamento nella formazione che al momento comprendeva Dan Stuart (voce e chitarra), Chris Cacavas (Hammond chitarra lap steel voce), Jack Waterson (basso) e Alex McNicol (batteria), precisazione dovuta, quando per essere chiari non si può essere chiari, il Paisley Underground non era un “genere” ma un movimento che vide i suoi albori proprio nella West Coast californiana nei primi anni 80, in linea di massima faceva riferimento al suono di gruppi appartenenti al periodo psichedelico anni 60 (Byrds fra tutti) ma non fu solo questo, le influenze furono molteplici, dal country al folk rurale, dal roots rock e blues per sconfinare in acidità e dissonanze da jazz session, e come un vasetto di spezie ciascuno ne dosava una certa quantità secondo la propria sensibilità e attitudine. Il suono di Gravity Talks è questo,un misto di country folk desert rock e garage speziato di Byrds e Grateful Dead; in tutti i brani l’Hammond di Cacavas e le armonizzazioni di Stuart costituiranno l’ossatura dell’album e si parte proprio con la title-track leggera e spensierata, Old Chief ricama invece fragili tessiture per poi esplodere nel chorus, 5 Easy Pieces accelera sensibilmente il ritmo,una ballata folk intensa quanto semplice, Deliverance è semplicemente bella, notturna e acida, Over My Head e Snike Bit sono altre due trascinanti ballate desert rock; il lato B si apre con Blue Parade e tocca ai suoi intrecci crepuscolari Hammond-guitar lasciare il segno, il deserto assolato è lì e lo si può toccare con mano, più leggera That’s What You’re Here For con il suo ritornello che profuma di domenica mattina, Brave Generation è una ballata malinconica e agrodolce, da Abigail’s Ghost frizzante cavalcata elettrica si passa a Cheap Wine per concludere infine con Narcolepsy pezzo teso e abrasivo con il suo finale in crescendo di Floydiana memoria. Gravity Talks non è un album da classifica su Tv sorrisi e canzoni né vi farà scrollare le pulci di dosso ma se volete intraprendere un viaggio spirituale attraverso la desolata provincia americana pensiamo che questo sia l’album giusto che fa per voi. Da Tucson, Arizona, è tutto. (qui)

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!