Roots! n.149 aprile 2021 CAN – Ege Bamyasi

CAN - Ege Bamyasi

Can – Ege Bamyasi

(1972, United Artists)

by simone Rossetti

La recensione dovrebbe finire qui; c’è il nome della band, il titolo dell’album, il responsabile della recensione, se volete vi diamo anche mese ed anno di pubblicazione, novembre 1972 (United Artists), durata totale 40:06, manca ancora qualcosa, ci siamo dimenticati i componenti, Holger Czukay al basso, Michael Karoli alla chitarra, Jaki Liebezeit alla batteria, Irmin Schmidt alle tastiere e Damo Suzuki alla voce; fine, non c’è bisogno di altro, ora potete anche ascoltarlo. No, non siamo a New York, siamo nella Germania Ovest, Colonia più precisamente, i CAN si formeranno qui sul finire degli anni ’60, il nome verrà successivamente, Comunismo-Anarchismo-Nichilismo, CAN per l’appunto e questo è il loro suono (almeno come anarchismo-nichilismo, comunismo non sappiamo); musica ipnotica, ammaliante ma anche disturbante, oscura, misteriosa, dalle influenze molteplici ed all’apparenza senza un filo logico, funky, rock, jazz, musica sperimentale, elettronica, psichedelia, una musica destrutturata, scheletrica ma profondamente intensa. Arrivati a questo punto e non avendo più nulla da perdere tanto vale parlare anche dell’album in questione; Ege Bamyasi arriva dopo Tago Mago del 1971 (considerato un pò il loro capolavoro), qui le sonorità si sposteranno su territori ancora più “avanti”, è un “tutto” straniante, dissonante, forse ostico ma di un fascino e di una bellezza innaturali, un corpo estraneo che brilla di luce propria; una sezione ritmica tra il free jazz e percussioni etniche veramente superba e spendiamo due parole anche sulla voce del giapponese Damo Suzuki, un’anima errante, letteralmente “raccattato” fra il pubblico durante un concerto e messo lì a cantare (in rimpiazzo a Malcom Mooney che nel frattempo aveva lasciato la band), una voce particolare che si presta perfettamente sia al cantato classico che al declamato, sarà la seconda anima del gruppo (dopo il suono) ma veniamo alle tracce dell’album; si parte con Pinch, un misto tra un funky acido ed una composizione free jazz, ritmo incalzante, nessuna pausa, si pesta duro tra suoni secchi e rumorismo più sperimentale, alienante ma di sicuro un grande pezzo, così come non vi deluderà, ma per altri motivi, la successiva Sing Swang Song, una delicata e malinconica ballata dai toni psichedelici, dolce ma straniante, un incedere lento attraversato da arpeggi acustici e suoni elettronici, superba e si passa alla più “leggera” One More Night un acid jazz pastoso ed atonale che scorre seguendo le pulsazioni ritmiche del basso, perfetta ma non dovete aspettarvi variazioni armoniche od altro, a seguire quella che consideriamo una piccola gemma di bellezza inquietante, Vitamin C, più facile ascoltarla che descriverla, Jaki Liebezeit alla batteria ne è l’anima scura poi la voce disperata e drammatica (teatrale) di Suzuki, il crescendo che non ne vuole sapere di esplodere, c’è un organetto che sembra provenire da chissà quale epoca remota ed infine il finale dove tutto si dissolverà in effetti più ambient; Soup, forse la traccia più sperimentale, un pezzo ipnotico che spazia dal jazz rock iniziale ad una specie di poesia declamata spinta oltre ogni limite distruttivo-creativo da una sezione ritmica senza pari. L’irresistibile e jazzata I’m So Green è un colpo da maestri, un brano “quasi” normale con un refrain solare che vi farà venir voglia di uscire di casa (senza autocertificazione) pensando che il mondo sia un bel posto dove vivere e si conclude con Spoon uno psy-rock dai richiami etnici uscito all’epoca come singolo e che riscosse anche un discreto successo ma personalmente lo trovo minore rispetto agli altri. Damo Suzuki lascerà la band nel 1973 dopo la pubblicazione del successivo Future Days ed i CAN si scioglieranno definitivamente sul finire degli anni ’70 fra alti e bassi ma i tempi stavano cambiando, il “rientro” del punk, le prime avvisaglie degli anni ’80, una cultura massificata da etichette, generi, mainstream; i CAN non ci arriveranno mai salvo riunirsi occasionalmente molti anni più tardi o dedicarsi singolarmente a nuovi progetti. Ege Bamyasi è quell’album che non si smetterebbe mai di ascoltare perchè quello che ci racconta non ha “una fine”, non ha una data di scadenza, è ieri, oggi e sarà domani, del perchè non lo sappiamo ma non è indispensabile, ascoltatelo per quel che è e lì vi troverete una possibile risposta. Da Roots! come sempre è tutto, buon ascolto (qui o qui o meglio ancora nel vostro più vicino negozio di dischi).

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