Roots! n.26 ottobre 2020 Bronski Beat – NoMeansNo

Bronski Beat-The Age Of Consent
NoMeansNo-Wrong

Bronski Beat-The Age Of Consent 

by Simone Rossetti

Dite la verità, siete rimasti sorpresi nel trovare qui su Roots! un album dei Bronski Beat; un passo indietro, è importante sapere del perchè abbiamo deciso di recensire un album dei Bronski Beat e ci sono almeno tre valide ragioni. La prima riguarda la nostra stessa idea di musica, ce ne freghiamo altamente delle varie etichette di genere l’importante è che sia musica “fatta bene”, la seconda ragione è che questa musica pur nella sua “leggerezza” (solo apparente) non è affatto superficiale, l’ultima ragione sta nella voce di Jimmy Somerville, alta come tonalità ma profondamente scura, “nera”, profondamente soul ed ovviamente bellissima. Detto questo aggiungiamo anche un’altra cosa, i testi dei Bronski Beat trattano tematiche omosessuali ma soprattutto facevano propria una rivendicazione ad essere se stessi, cosa che al di là di un orientamento sessuale ci accomuna tutti ed in questi tempi di omologazione forzata (di pensiero, di dover sembrare più che essere) è quanto mai attuale. I Bronski Beat si formarono a Brixton nel 1983, Jimmy Somerville alla voce, Steve Bronski alle tastiere e percussioni e Larry Steinbachek sempre tastiere e percussioni; era il classico sinth-pop dei primi anni ’80, forse niente di straordinario ma dobbiamo ammettere di gran classe e come dicevamo prima, per gli argomenti trattati, mai banale. The Age Of  Consent fu pubblicato nel 1984 per la London Records e riscosse subito un buon successo di vendite ma non è questo l’importante, non vi troverete brani minori o messi lì tanto per “riempire” ma tutti di ottimo livello; Why? e I Feel Love (successo del 1977 a firma di Donna Summer) furono due hits  senza precedenti (soprattutto per le tematiche trattate), due ottime tracce (più orientate alla disco music) ma non è in queste che risiedeva la vera anima dei Bronski Beat; prendete ad esempio la bellissima Need A Man Blues con la sola voce di Somerville a fare da intro, talmente blues da restare spaesati, un brano tutto sommato scuro e malinconico come non ci si aspetterebbe. Altro brano notevole è It Ain’t Necessarily So (una cover di George Gershwin) dalle tematiche religiose (o se preferite “anti”) “They tell all your children, the devil, he’s a villain. It ain’t necessarily so, it ain’t necessarily so” e musicalmente è un grande pezzo, elegante, dai ritmi quasi jazzati, cori dal sapore gospel ed un bellissimo solo di clarinetto ad intro e chiusura del brano; Screaming si muove sulle stesse traiettorie ma è più rarefatta, più intima, la voce di Somerville si farà dolente e velata di amarezza ed anche il testo non sarà da meno “My father my action man, My hiding in the crowd, My mother my sisters eyes, My seniors and their prying”; si passa a No More War un inno contro la guerra duro e straziante mentre la voce di Somerville raggiungerà vette di intensità altissime; più leggera e “danzereccia” sarà Love And Money ma resta comunque un brano elegante ricco di soul, atmosfere che si faranno più oscure in Junk con un bel crescendo in perfetta armonia con il tema; infine spendiamo due parole per Smalltown Boy perchè le merita, passano gli anni ma l’idiozia resta (e se possibile si incattivisce), “Mother will never understand why you had to leave, But the answers you seek will never be found at home, The love that you need will never be found at home”; storie di ieri come di oggi, non è la “diversità”, è “una diversità”, che sia sessuale, di pensiero, fisica, di colore, di religione, nulla cambia, diversità è essere ed esistere e Roots! è anche questo. “Run away, turn away, run away, turn away, run away, Run away, turn away, run away, turn away, run away”. Non aspettatevi il classico “capolavoro” (o spacciato tale), The Age Of Consent è un buon album, è onesto, è realizzato bene e c’è della buona musica, può piacere o meno ma se non lo conoscete merita sicuramente un ascolto, se invece lo conoscete è un occasione per riapprezzarlo e gustarlo speriamo con occhi (ed orecchie) diversi. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui)   

 

NoMeansNo-Wrong 

by Simone Rossetti

Se qualche volta usiamo la parola “osare” non è a sproposito e questo Wrong sintetizza al meglio il nostro pensiero; fantasia, tecnica, potenza ma anche una severità esecutiva che non lascia spazio alla casualità, il risultato sarà un qualcosa di spiazzante, vitale, corrosivo, umanamente vivo ed immenso. E’ hardcore? Si (per quel che può valere un’etichetta di genere) ma è tanto altro ancora; è jazz, è metal, è punk, è funky, è progressive; è anima e carne insieme. Ma andiamo per gradi, i NoMeansNo (tradotto, No Vuol Dire No) nascono sul finire degli anni ’70 come duo formato dai fratelli Rob e John Wright (basso e chitarra, batteria e voce) ai quali si unirà successivamente Andy Kerr (chitarra); Wrong (Alternative Tentacles Records) sarà il loro quarto album in studio, siamo nel 1989 al volgere della fine di un decennio già proiettato verso un futuro prossimo dove niente sarà più uguale a prima (più nel male che nel bene), ci sarà ancora il tempo per un ultimo sussulto, vero quanto effimero e modaiolo, con i Nirvana, poi il nulla (nessuna polemica). Album che si apre con il basso di It’s Catching Up, cambi di tempo ed improvvise accelerazioni, metrica impazzita tra un funky-jazz-punk senza soluzioni, una “forma canzone” destrutturata e ridotta all’osso, segue la lunga The Tower, monolitica, opprimente, dall’incedere quasi metal (se fosse metal), impossibile ingabbiarla in una qualsiasi etichetta di genere poi sarà la volta della tiratissima Brainless Wonder, un misto tra un pezzo punk ed un funky anni ’70 preso direttamente da un film blaxploitation, un gran sentire; c’è il punk-jazz di Tired Of Waiting, un piccolo capolavoro di intuizioni e soluzioni armoniche, suonare jazz e punk insieme? Si che si può ed il risultato sarà geniale, c’è The End Of All Things un frullato di idee ed intuizioni del momento che diventa impossibile riuscire a contenerle o separarle singolarmente, qui c’è veramente di tutto ed il suo contrario; Big Dick è un altro piccolo capolavoro (piccolo, si fa per dire), pezzo immenso, sembra tutto fuori controllo e casuale in realtà è assolutamente perfetto, rap, funky, soul, e poi cos’altro ancora? Tocca a Two Lips, Two Lungs And One Tongue del buon vecchio e classico punk tanto per tirare il fiato; c’è ancora il tempo per un capolavoro di puro hardcore Oh No! Bruno! con tanto di cori in stile Hüsker Dü, infine tocca a All Lies chiudere l’album,  un pezzo psychedelic-rock che sembra uscire direttamente da una comunità hippy anni ’70, no, lo è per davvero, melodicamente superbo quanto impossibile provare a spiegarlo. Questo è Wrong, difficile poter osare di più, difficile pensare ancora all’hardcore come ad una musica statica (musica, non genere perchè di musica si tratta), superate le difficoltà di un primo approccio “a freddo” vi ritroverete ad ascoltare della Musica con la emme maiuscola e davvero qui non ce n’è per nessuno. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

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