Roots! n.40 novembre 2020 Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways

Bob Dylan-Rough And Rowdy Ways

Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways

by Simone Rossetti

Bob Dylan è Bob Dylan. Messa così sembra abbastanza facile, in realtà non lo è; osannato, idolatrato, criticato, comunque un’icona (raffigurazione sacra dipinta su tavola) del rock; che dire, siamo (e siete) su Roots! dove la storia, “banale”, non lo è mai. Bob Dylan, punto di riferimento per tutto il movimento pacifista degli anni ’60 e per contro, anche per quello antipacifista, la sua “svolta elettrica” nell’anno del Signore 1965 con l’album Bringing It All Back Home (pubblicato in europa con il titolo Subterranean Homesick Blues) scatenò una serie di polemiche che si protraggono ancora oggi a distanza di 55 anni, intendiamoci, va bene, ma in fondo non ha fatto altro che attaccare lo spinotto di una chitarra ad un amplificatore, comunque dopo questa svolta ne seguì un altra, quella, chiamiamola così, “cristiano-redento”, anche in questo caso polemiche a non finire ma era il solito cavetto, solo che invece di essere attaccato ad un amplificatore qualsiasi lo si attaccava Lassù, fra le nuvole. I suoi disegni sono esposti nelle principali gallerie d’arte, 100 milioni e passa di dischi venduti, svariati Grammy Awards, Golden Globe, Academy Award, Hall Of Fame, Premio Pulitzer, Premio Nobel ed altri in ordine sparso. Tutto questo per dire, molto semplicemente, che Bob Dylan (Robert Allen Zimmerman) è un musicista, compositore, poeta e scrittore nato a Duluth nel Minnesota in un ormai lontano 1941 con all’attivo 39 album in studio, più tutta una serie di live, bootlegs e diverse raccolte di poesie. Molti ritengono che abbia fatto la storia del rock, può anche darsi, diciamo che ha ripreso la “canzone di protesta” cara a Woody Guthrie (leggete qui) riattualizzandola in un contesto, quello degli anni ’60, che aveva bisogno di riconoscersi in un certo tipo di messaggio, e diciamolo, il rock ha sempere avuto bisogno di un “immagine”, ieri come oggi. Buoni album ed altri un pò meno, alcuni ottimi pezzi ed altri molto meno, tutto sommato umano, ma non siamo qui per scrivere un’altra biografia su Dylan, questa voleva essere solo una breve introduzione al personaggio (meno) ed all’uomo (più), ma arrivati qui è necessario fare un salto fino all’oggi perchè vi vogliamo parlare di quest’ultimo suo lavoro, Rough And Rowdy Ways, un album doppio uscito nel giugno di questo infausto 2020 e che malgrado una mia maldisposizione iniziale si è rivelato veramente un ottimo album, a memoria uno fra i migliori di sempre. I Contain Moltitudes è la traccia di apertura, toni confidenziali e rilassati, l’atmosfera è jazzata stile anni ’40, la voce è calda e “rauca” come si conviene a chi la vita ha regalato un lento e relativamente tranquillo trascorrere, c’è del buono, sarà forse la sua malinconia da “tempo passato” o il suo cambio armonico nel refrain ma cattura fin da subito e lentamente si deposita nell’anima; più marcatamente R&B è la successiva False Prophet, elettrica ed aspra con un incedere accattivante nel suo classico giro blues, niente di nuovo si dirà ma è un gran bel pezzo; c’è la ballata amarissima di My Own Version Of YouI wanna bring someone to life, turn back the years, do it with laughter and do it with tears” un soul avvolgente e carico di tristezza e l’altrettanto malinconico “spiritual” di I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You, un bel brano dai toni sommessi, quasi una preghiera, con un refrain nel più classico stile Dylan, forse un pò appesantita negli arrangiamenti (da non prendere alla lettera, sempre di gusti personali si tratta) comunque di immensa classe. Black Rider ha un testo splendido che vi consigliamo di leggere a parte, una ballata di polveroso folk intrisa di un amarezza difficile da sostenere (e da ascoltare) eppure la sensazione è quella di una bellezza scarna, povera, semplice come quelle vecchie storie di una volta fatte di leggende e fantasmi che venivano raccontate intorno al fuoco; ma ci si immerge subito in un altro indiavolato rhythm and blues con la successiva Goodbye Jimmy Reed, i profumi sono quelli di un sud anni ’50, ritmica secca e accordi su giri blues, atmosfera perfetta da saloon di periferia perso da qualche parte ai confini di questo fottuto mondo, da qui si prosegue con la dolce ballata Mother Of Muses, un gospel tutto incentrato sugli arpeggi di chitarra e la voce di Dylan, testo bellissimo “Take me to the river, release your charms, let me lay down a while in your sweet, loving arms, wake me, shake me, free me from sin, make me invisible, like the wind, got a mind that ramble, got a mind that roam, i’m travelin’ light and I’m a-slow coming home” mentre si cambia di nuovo atmosfera con il blues elettrico di Crossing The Rubicon e qui veramente c’è solo da togliersi il cappello, è solo un blues, si, ma il blues prima di suonarlo bisogna sentirlo e qui non manca nulla, dal suonaccio sporco alla voce “nera e consunta” del buon vecchio Bob, un blues alla Robert Johnson pieno di mistero e magia, la stessa che si ritroverà nella successiva Key West (Philosopher Pirate), una ballata senza tempo morbida e sensuale; ci si avvia così verso l’ultima traccia, una Murder Most Foul di quasi 17 minuti, forse eccessivi ma che li valgono tutti, non soffermatevi solo sulla musica che ha un procedere lento, quasi funereo ma seguitene il testo che è veramente di una bellezza e di una intensità unica, c’è storia e dove c’è storia c’è vita e forse ancora un’ultima possibilità. Non possiamo dirvi che questo Rough And Rowdy Ways sia un album imprescindibile, non sarebbe corretto, ma possiamo dirvi che è un album “ricco” ed insieme onesto, senza abbellimenti, sovraincisioni varie, riletture “post-moderne” od altro; nei solchi della più classica musica tradizionale popolare americana (Roots) con immensa classe, cuore e storie da narrare, storie di ieri e di oggi, storie che ci appartengono, storie che si fanno memoria e futuro. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

 

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