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Roots! n.184 maggio 2021

Black Sabbath-Black Sabbath

Black Sabbath-Black Sabbath

by Simone Rossetti

Osservate bene l’artwork di quest’album e il nome del gruppo, pensateci un attimo, se al posto di quell’antica dimora e di quella donna vestita di nero ci fossero stati dei cigni bianchi sotto un cielo azzurro attraversato da un arcobaleno si sarebbero chiamati lo stesso Black Sabbath? E avrebbero suonato questa musica o qualcos’altro? Destino ha voluto che le cose andassero diversamente, ed è qui che verranno gettate le basi di tutto il futuro heavy metal ed in particolare del doom metal o comunque la vogliate mettere di un certo suono oscuro e sinistro che attraverserà le frange più estreme del rock. E’ anche vero che non tutto suona perfetto ma considerate che qui siamo ancora agli albori (registrato nell’ottobre del 1969), nessuno aveva mai osato tanto e probabilmente nessuno aveva mai pensato di ammantare il rock di un aurea “nera” e “maligna”, i Black Sabbath lo hanno fatto. Ozzy Osbourne alla voce, Tony Iommi alla chitarra, Geezer Butler al basso e Bill Ward alla batteria, con loro le tenebre si sono rivelate al rock (e a milioni di appassionati). Due considerazioni personali, la prima è che se una cosa “esiste” (non sto parlando di satanismo che è un invenzione umana a proprio uso e consumo) non serve nasconderla sotto ad un tappeto, la seconda è che sempre di rock si tratta, quindi di business, la musica è solo un aspetto (forse il minore), ha bisogno soprattutto di un immagine, di un messaggio spendibile (non importa quale), di teatralità, di un seguito. Basterebbe da sola la prima traccia omonima per mettere una pietra tombale a futura memoria e chiudere il discorso, dopo, nulla sarà più come prima; detta così sembra facile ma vi assicuriamo che non lo è. Si sente il cadere della pioggia sul terreno, un temporale imminente, il senso di desolazione è totale, opprimente, in lontananza i rintocchi di una campana, a morto, ma badate, non si tratta di un semplice suono ma di una chiamata, a questo punto bisogna fare una scelta, se proseguire o prendere il vinile (il CD o quello che sia), spezzarlo in due e buttarlo nell’indifferenziata ma sarà solo una vostra scelta, i gusti sono gusti, basta non tirare fuori le solite menate sul satanismo, sabba nero e cazzate varie, è Musica, quella con la M maiuscola, e nient’altro; dopo l’intro inizia il brano vero e proprio, uno scorrere estremamente lento, peso, la voce di Ozzy (che non è ovviamente quella di oggi) è una “cantilena” liturgica a momenti straziante, i riff sono granitici, pesissimi, l’incedere è funereo, la sezione ritmica pesta duro ma non come in un qualsiasi altro brano hardrock, sul finale un accelerazione improvvisa, i suoni finalmente si liberano ma non verso “un lassù”, piuttosto verso un “laggiù” e tutto si fa più chiaro (scuro), non stiamo assistendo ad un qualcosa ma ne facciamo parte integrante. Bene, tenete presente che la prima traccia è solo l’input, un intuizione, non tutto l’album è su questi livelli, come ad esempio nella successiva The Wizard, un buon pezzo ma siamo nel più classico hardrock blues (anche se suonato ottimamente), meglio Behind The Wall Of Sleep con le sue variazioni ritmico armoniche e la buona interpretazione di Ozzy, per il resto è un pezzo molto tecnico, ben strutturato ma ci manca quel qualcosina che potrebbe fare la differenza. No, non preoccupatevi (o preoccupatevi), se non ne avete ancora abbastanza il resto si dimostrerà in tutta la sua “malvagità” ed immensità; questa è N.I.B.

Now, i have you with me under my power, our love grows stronger now with every hour look into my eyes, you’ll see who i am, my name is Lucifer, please take my hand, oh yeah, follow me now and you will not regret, leaving the life you led before we met, you are the first to have this love of mine, forever with me till the end of time”.

Intro al basso di Butler, una leggera dissolvenza poi entra un riff di chitarra che farà la storia, ma siamo solo all’inizio, la prima parte del brano con il bellissimo refrain e la voce persa chissà dove di Ozzy sono solo un antipasto, lasciate che tutta la matassa si sdipani fino al bellissimo intermezzo dove la chitarra di Iommi può finalmente farsi strada fra le tenebre, uno squarcio immenso (ma saranno due gli squarci immensi), ecco, qui non ce n’è per nessuno, che si chiamino Led Zeppelin, Deep Purple, Pink Floyd o Nonna Papera, non un capolavoro ma un pezzo di immensa bellezza. Segue Evil Woman, buono ma nel più classico hardrock alla Deep Purple, mentre Sleeping Village è un brano in parte acustico con una bella atmosfera notturna ed un seguito più prog hardrock, tecnicamente notevole, con dei buoni riff ma non abbastanza oscuro (a questo punto non ci si può accontentare), meglio, ma non abbastanza, la conclusiva e più lunga Warning, riff duri e buone aperture melodiche ma si resta sempre in territori hardrock più consoni; precisazione, il ritmo di queste tracce sarà fondamentale per stabilire le coordinate di un intero genere, il doom, che poi siano più o meno riuscite non importa, i riff di Iommi e la voce di Ozzy faranno il resto ma essenziali saranno le linee opprimenti del basso di Butler e l’incedere greve della batteria di Ward, detto questo il rock non sarà più lo stesso. Non male come album di debutto eppure a suo tempo criticato (negativamente) dalle maggiori riviste più o meno patinate, sarà rivalutato solo successivamente (sempre troppo tardi), nel frattempo i Black Sabbath andranno avanti per la loro strada, anzi, per più strade, fra molti alti ed  altrettanto inevitabili bassi. In attesa di una nuova chiamata non ci resta che far risuonare quella campana che apre l’album, c’è la pioggia, il temporale, il vecchio mulino, la donna vestita di nero vicino al lago, i colori sulfurei, la scritta Black Sabbath; di una cosa siamo certi, non saremo soli (mai). Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui o ancora meglio nel vostro più vicino negozio di dischi).

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