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Roots! n.8 ottobre 2020

A Certain Ratio-To Each
Black Flag-Damaged

A Certain Ratio-To Each

by Simone Rossetti

C’è stato un momento nella storia del rock in cui quest’ultimo veniva dato per definitivamente morto (forse per la prima volta), va detto che fu un momento davvero particolare soprattutto in campo musicale; il rock come lo conoscevamo fino ad allora e come eravamo abituati a “sentirlo” stava cambiando davanti ai nostri occhi (e alle nostre orecchie), in realtà non cambiava nulla, il rock continuava ad essere (e ad essere suonato) come era sempre stato e come lo sarebbe stato ancora per i decenni futuri, quello che cambiava (o che entrò prepotentemente come qualcosa di completamente nuovo) fu l’approccio, gli strumenti restavano più o meno gli stessi (anzi, si può dire che erano gli stessi), mutava però il loro uso, a tratti più sperimentale, innovativo, le sonorità si facevano più cupe, decadenti, morbose, la ritmica si destrutturava e si ibridava con nuove macchine post-moderne dando vita a danze tribal-industriali (in realtà delle avvisaglie c’erano già state fin dai primi anni 70 ma non esplosero a fenomeno di massa). Tutto questo accadeva al tramontare degli anni 70; non mi sto riferendo a quel movimento punk (culturale e musicale) che infiammò la scena di quegli anni (e che comunque restò di base ben legato ad una certa “tradizione-rock”), l’interessante fu quel momento subito successivo o quasi parallelo che stava nascendo nel sottobosco più underground, quel post-punk più sperimentale che poi avrebbe dato vita alla prima ondata new wave dei primissimi anni 80. Approcciarsi a questa musica “nuova” voleva dire ascoltare qualcosa di completamente diverso ripetto a quello a cui il rock ci aveva abituati, che poi alla fin fine sempre di rock si trattava ma sul momento fu una cosa abbastanza spiazzante. Tutto questo preambolo per non dire nulla? Anche, in realtà volevamo avvicinarvi all’ascolto di questo lavoro e creare il giusto “climax”, non sappiamo se sia servito ma se continuate la lettura (e poi l’ascolto) ne sarà valsa la pena. Ma chi sono questi A Certain Ratio? Dire una band post-punk sarebbe riduttivo ma non sono nemmeno la classica “rock band”, c’è questo e di più, ed è l’oscuro fascino di questa musica. Gli A Certain Ratio si formarono sul finire degli anni 70 a Manchester (stessa città natale dei Joy Division), il nucleo originale era composto da Peter Terrell (chitarra ed elettroniche) e Simon Topping (voce e tromba) a cui si aggiunsero i pianta più o meno stabile Jez Kerr (basso), Martin Moscrop (tromba e chitarra), Donald Johnson (batteria) e Martha Tilson (voce cori); Manchester quindi, i Joy Division, la Factory Records, Martin Hannett  (produttore e “creativo”), niente è un caso. 1981, To Each, primo album ufficiale dopo un demo pubblicato su “musicassetta” The Graveyard And The Ballroom del 1980; ve lo diciamo subito, è un grande album, un misto fra le sonorità di Miles Davis di On The Corner e le atmosfere più cupe e metalliche dei Joy Division, in particolare la voce scura e distaccata di Topping e le linee di basso sempre in primo piano, alle volte in forma molto libera altre più tipicamente post-punk; è un album da scoprire e da gustare in tutte le sue variazioni tematiche e di profumi (dal funk all’afro al jazz) ma con un humus di base ben preciso; un Inghilterra attraversata da profondi cambiamenti sociali e culturali (Grazie, Signora Thatcher è un ottimo film di riferimento), un nuovo che faceva ancora più paura di un presente ormai segnato, una disillusione e uno spaesamento che interessavano soprattutto le città più industriali e tutti i diversi strati sociali; Felch è la traccia di apertura, un manifesto sonoro che non vogliamo svelarvi ma lasciamo a voi lettori la curiosità e la sorpresa del primo “impatto”, My Spirit è probabilmente la traccia che meglio riassume questa desolazione “esistenziale”, basso sincopato, ritmi afrolatini, suoni metallici e la voce di Topping che sembra provenire direttamente dal fantasma di Ian Curtis; segue la più scura e atmosferica Force Laugh con un giro di basso opprimente e la tromba effettata che apre ad un refrain del tutto spiazzante, mentre più classicamente post-punk è Choir, incedere martellante, chitarre distorte sullo sfondo mentre il cantato distaccato e freddo di  Topping sembra portarci ad un passo dall’abisso; Back To The Start è un funky jazz molto Davisiano ma la voce femminile di Martha Tilson lo estranea completamente da un contesto puramente jazz; nelle ultime tre tracce il suono si fa più oscuro, la ritmica si discosta da pattern tipicamente funky a favore di una metrica più secca, quasi marziale, Loss è una litania destrutturata quasi dance, ma è la bellissima Oceans a fare la differenza, un pezzo secco, atonale, qualcosa che ricorda molto i primissimi New Order di Movement, chiude l’album la strumentale Winter Hill, pulsante di distorsioni industriali e ritmiche surreali mentre su tutto grava l’incombere di un nuovo sistema che inesorabilmente avanza, un brano “avanti” in tutti i sensi. Qui finisce questo To Each ma per gli A Certain Ratio sarà solo l’inizio di un percorso che li porterà a battere strade se non diverse ma sicuramente con una attitudine più ragionata e forse pop, questo è comunque un lascito notevole e di gran valore artistico che sarebbe un peccato lasciare all’oblio del tempo, fidatevi. (qui

 

Black Flag-Damaged

by Simone Rossetti

Mi stavo fasciando la testa nel tantativo di spiegare la necessità di questa musica, in realtà la risposta è quanto di più semplice e banale ci possa essere, perchè ce n’è bisogno; bisogno sia di farla che di ascoltarla, l’hardcore è questo, i Black Flag ti gettano direttamente in faccia la merda di questo sistema, le sue alienazioni, solitudini, mostruosità, frustrazioni e dipendenze personali, ma a differenza del punk, più nichilista, la sua natura è più “esistenziale”, malgrado tutto c’è sempre una richiesta di aiuto, una sottile ironia, il desiderio di cambiare, non tutto è perduto ci dicono; qui risiede la grandezza di questo genere e i Black Flag erano quanto di più “contro” ci potesse essere, anarchici, violenti, grezzi (ma con una tecnica enorme), visionari, incendiari, umani, onesti. Si formano sul finire degli anni ’70 nell’area Californiana di Los Angeles per volere del chitarrista Greg Ginn (fondatore anche della storica etichetta discografica indipendente SST); arrivarono a questo primo album nel 1981 dopo una lunga serie di cambi al loro interno che alla fine si risolsero anche in modo del tutto fortuito con Greg Ginn alla chitarra solista, Dez Cadena seconda chitarra, Charles Dukowski al basso, ROBO alla batteria e come voce solista Henry Rollins, uno che ne aveva (e ne ha ancora) di cose da raccontare (qui non entro nel merito ma se volete leggervi la sua storia sapete dove cercare); la stessa irruenza del punk, quindici tracce tiratissime quasi tutte intorno ai due minuti o poco più, nessuna concessione alla classica forma-canzone, a compiacere le classifiche con ritornelli accattivanti, eppure è una musica non lasciata alla casualità, alcune soluzioni melodico-armoniche denotano l’influenza di stili diversissimi tra loro (dal semplice rock’n roll alle dissonanze più jazz), poi certo, le coordinate stilistiche sono quelle di un hardcore sporco e irriverente ma questa è la sua genetica e sarebbe ingiusto aspettarsi di più (nelle sue evoluzioni e molteplici diramazioni ci sarà anche modo di scoprire questo di più). Quindici tracce, troppe per raccontarle tutte senza scadere nella ripetizione o nella noia, meglio saltare in ordine sparso dall’una all’altra cercando di coglierne i diversi aspetti compositivi e soprattutto sperando di invogliarvi all’ascolto anche se non è il vostro genere preferito (ma davvero vi fidate ancora dei preferiti?). What I See basso velocissimo, non c’è tempo per rifiatare che subentra subito la batteria, chitarra dissonante tanto che è difficile seguirne il percorso, la voce di Rollins è un misto fra il declamatorio e il cantato “I want to live, i wish i was dead, make me close my eyes”, le macerie di un America morente; Gimmie Gimmie Gimmie pesta duro come un macigno, cambi improvvisi di tempo e una storia di alienazione urbana specchio di una società intera “I know the world’s got problems,i’ve got problems of my own,not the kind that can’t be solved with an atom bomb”; c’è Room 13, alienata, disturbante, devastante, eppure vitale; C’è la splendida Six Pack, intro a dir poco maestoso, prima il solo basso, poi l’incalzare lento della batteria, cambio di ritmo quantomeno destabilizzante per poi lanciarsi in un incedere di violenza pura e dura; c’è la più surf-punk TV Party con tanto di battito di mani e cori alla Clash, chiara invettiva contro la stupidità televisiva e il vuoto che riempie le nostre esistenze “I wouldn’t be without my TV for a day or even a minute, i don’t bother to use my brain any more, there’s nothing left in it”; c’è il muro di distorsioni e dissonanze di Life Of Pain, uno stile chitarristico quello di Ginn che farà scuola soprattutto fra i gruppi no-wave anni ’80, si passa alla tiratissima e violenta Thirsty And Miserable, storia di dipendenza che raccontata da un predicatore televisivo ci sarebbe da vomitargli addosso ma raccontata dai Black Flag ci si può credere da quanto sia reale. Chiudiamo questa recensione lasciandoci per ultimo il brano che preferiamo e che è anche quello che apre questo Damaged, Rise Above, un vero e proprio inno per una intera generazione di giovani americani che si affacciavano al mondo sul finire degli anni ’70  primi ’80, riff potenti e veloci che faranno scuola nei decenni a venire (e nei secoli che verranno), un brano che è una dichiarazione d’intenti contro il potere e i suoi organi di controllo (non solo fisico ma anche mentale), c’è un passaggio nel testo di questo brano che la dice lunga sulle motivazioni (si potrebbe anche parlare di ideali) di questo genere, “We are born with a chance, rise above! We’re gonna rise above! I am gonna have my chance, rise above! We’re gonna rise above!”. Non mollare, resistere, perchè la vita è anche questa, ma cambiare si può; ecco cosa ci raccontano questi Black Flag, ecco cosa ci racconta questa musica, e noi, malgrado gli acciacchi le poche vittorie e le molte sconfitte, siamo qui a confermarlo e da Roots! è tutto (qui), buon ascolto.

 

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