Roots! n.487 luglio 2022 Big Mama Thornton – Stronger Than Dirt

Big Mama Thornton - Stronger Than Dirt

Big Mama Thornton – Stronger Than Dirt

(1969, Mercury)

by Simone Rossetti

That girl feels like I do” (Big Mama Thornton). A chi si riferiva? Ci arriveremo.

1952, Apollo Theatre, Harlem, New York City; non male per una “ragazzina” che solo qualche anno prima puliva le sputacchiere di qualche fumoso locale dell’Alabama. Lei “nera” che amava il gospel “prestata” al blues ed al rhythm and blues e che alla sua dipartita (1926 – 1984) verrà ricordata nella Blues Hall Of Fame in quel di Memphis (Tennessee) ma non è tutto oro quel che luccica, non lo è mai. Successo, indubbiamente sì ma non direttamente, in parte grazie alla riscoperta del blues sul finire degli anni ’60 e per molta buona parte grazie a due brani che porteranno sì la sua firma ma che scaleranno le classifiche “per mano” di altri, Hound Dog coverizzata in una miriade di versioni ma la più popolare e venduta resterà quella di Elvis Presley del 1956 e Ball And Chain ripresa da Janis Joplin (meglio sarebbe dire dai Big Brother And The Holding Company) e presente nell’album Cheap Thrills del 1968; riscontri in termini economici non proprio zero ma quasi, poi tutto un resto, quello che “ti forma”, quello che fra demoni ed angeli sarà “spessore” ma che alla fine presenterà un conto, se risolto o meno non avrà più alcuna importanza. Hound Dog, nella versione di Elvis un “successone” ma a ben ascoltare un “totale cesso” almeno rispetto alla versione presente in questo Stronger Than Dirt; meglio, cioè, veramente bella la versione di Ball And Chain a firma Janis Joplin (quel That girl feels like I do sarà riferito proprio a lei che per irruenza vocale e timbrica molto dovrà proprio a Willie Mae “Big Mama” Thornton), sospesa, dolorosa, carne. Stronger Than Dirt non è un “capolavoro”, nessun album blues lo è e mai lo sarà, troppo personale un “sentire”, troppo personali quei demoni che si celano incisi tra i suoi solchi ma è un bell’album, a tratti funereo (ascoltatevi una Summertime che la Joplin ne amplificherà tutta la sua disperazione ma in un contesto “bianco” e qui orgogliosamente “black”), Rollin’ Stone (a firma Muddy Waters…Rollin’ chi??) brano “anomalo” dove per timbrica vocale sembrerà di ascoltare una grandissima Nina Simone; dal respiro più soul Let’s Go Get Stoned ballad senza tempo reinterpretata anche da Ray Charles in una versione più soft, dai The Coasters più doo wop, dai Booker T. & The M.G.’s strumentale e da James Brown…a modo suo (e chi più ne ha più ne metta ma a noi piace così, nuda e cruda), c’è il funky di Funky Brodway pezzo tosto ma non abbastanza (meglio la versione che ne darà Wilson Pickett o Don Bryant). Fermi, è il momento di That Lucky Old Sun (B. Smith, H. Gillespie) e che sentire, quel rinascere od ultimo lasciarsi andare e per quello che ne sappiamo potrete ascoltarla in una qualsiasi altra versione ma qui non ce n’è per nessuno e per concludere la già citata Hound Dog (Leiber, Stoller) altra roba, altra sostanza, altro groove e poi quella voce, potente, senza nessun filtro (fra noi e lei) a ricordarci che da ogni abisso è possibile una risalita, con rabbia, dolore, ostinazione; risalita possibile ma non certa e Big Mama ne sapeva qualcosa “I don’t sing like nobody but myself”. Da Roots! è tutto (nel nostro piccolo) e come sempre buon ascolto (qui o qui).

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