Roots! n.186 maggio 2021

Ben Webster & The Oscar Peterson Trio-Live In Hannover

Ben Webster & The Oscar Peterson Trio-Live In Hannover

by Simone Rossetti

A scanso di equivoci (e lo diciamo sia per gli appassionati di jazz ma soprattutto per quelli che di jazz ne masticano poco o nulla) questa non è una recensione né tanto meno un tributo-omaggio celebrativo (cosa della quale non ce ne può fregare di meno), è altro. Ben Webster (Benjamin Francis Webster), nato a Kansas City (Missouri) il 27 marzo del 1909 e venuto meno il 20 settembre del 1973 in quel di Amsterdam, sassofonista (tenore) di grandissimo livello eppure, spesso e dai soliti puristi, relegato ad un ruolo secondario nella storia del jazz. Vero, Webster non era un Coltrane od un Coleman (anche per motivi anagrafici), il suo era un jazz standard legato alla tradizione delle grandi big-band degli anni 30 e 40 (quelli del secolo scorso), niente di innovativo e nessuna velleità sperimentale, suonava il “suo” jazz, quello legato alla tradizione classica, il mondo e la musica potevano (e sarebbero) andati avanti ma non lui e non poteva essere diversamente. Dopo aver militato nelle più grandi orchestre, da quelle di Benny Carter, Cab Calloway, Fletcher Henderson fino a Duke Ellington, inizierà una carriera solista ricca di collaborazioni con i migliori musicisti e compositori di scuola jazz (Count Basie, Coleman Hawkins, Art Tatum, solo per citarne alcuni), seguiranno gli anni 60 e la decisione (ultima) di traferirsi in Europa (non quella di oggi, a buon intenditor poche parole); Francia, Inghilterra, Germania, Olanda, Danimarca, le cronache ci narrano di una personalità “doppia”, soggetta all’abuso di alcol e dall’umore imprevedibile, può anche darsi ma avrà avuto i suoi buoni motivi, resta la sua “voce”, profonda, calda, unica, con quel soffiato finale sulle note che era un pò il suo marchio di fabbrica (brutto da dirsi), il suo respiro (già meglio). Al riguardo molti avranno da obiettare, è quello che oggi si definirebbe jazz da “aperitivo”, da sottofondo per fighetti “sempre giovani” in preda a tormenti ormonali, il classico jazz che non disturba e non ha pretese “rivoluzionarie” o di avanguardia ed è la verità, solo che qui non siamo “fighetti” e non abbiamo bisogno di piacere (né di compiacere). A Copenaghen c’è una via intitolata a suo nome, la Ben Webster Vej, e sempre la Danimarca gli ha dedicato una fondazione, la Ben Webster Foundation, un altro mondo ma ci siamo capiti; leggenda narra che Webster abbia suonato sempre lo stesso sassofono dal 1938 fino alla sua morte, scelta, in questi tempi di usa e getta quotidiano, forse incomprensibile ma il jazz è anche questo (o almeno lo era). Live In Hannover non è solo un album registrato live il 14 dicembre del 1972 al Funkhause club (o teatro) di Hannover, è anche un filmato (video) di quella serata ed è proprio il link che vi lasciamo (qui); Ben è seduto sulla sua sedia, suona il sax, è concentrato ma sereno, di fronte a lui c’è il pubblico (prevalentemente “bianco”) che applaude soddisfatto ad ogni solo, c’è Oscar Peterson al piano che “pesta” sui tasti con una disinvoltura estrema e sembra divertirsi come sempre, al basso un ancor giovane Niels-Henning Ørsted Pedersen (un grande) ed alla batteria un attentoTony Inzalaco (anche lui suonerà con tutti i più grandi jazzisti) ma è quell’”omone” distinto e “sobrio”  a catturare l’attenzione, lui ed il suo sassofono, un jazz senza tempo, semplice, sempre uguale a se stesso, fatto di classici e standard ripetuti centinaia e centinaia di volte, un suono “umile” quanto immenso (e di cui molti ne saranno debitori, anche i più innovativi). E qui concludiamo, le frequenze sono quelle giuste, il suono anche, da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto e buona visione.

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