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Roots! n.16 ottobre 2020

Bauhaus-In The Flat Field
Plan 9-Dealing With The Dead

Bauhaus-In The Flat Field

by Simone Rossetti

Andiamo, le crociate ci sono state qualche millennio di anni fa (verosimilmente), stiamo solo parlando di un album uscito nel 1980, quando?! Si, nel 1980; vivendo (per necessità) questi tempi di “modernità preistorica” c’è da chiedersi come sia stato possibile un tempo nel quale venivano pubblicati album come questo, un tempo appunto “tanto tempo fa”; cosa nel frattempo sia accaduto non lo sappiamo ma lascio a voi le conclusioni (anche se sarebbe interessante capire quali condizioni creavano quell’humus ad una cultura musicale ed un urgenza espressiva che si concretizzava in forme diverse a seconda del mezzo artistico e spesso contaminandosi tra di esse); Bauhaus, un nome non a caso, un omaggio alle avanguardie artistiche nate sul finire degli anni 20 nella Weimar pre-guerra, un esperienza vitale conclusasi poi con l’avvento del nazionalsocialismo; siamo quindi nel 1980, i Bauhaus (inglesi nonostante il nome suggerisca il contrario) formatisi nel 1978 avevano alle spalle già tre singoli fra i quali quel Bela Lugosi’s Dead considerato un pò il manifesto post-punk-gothic della scena underground del periodo quando rilasciarono questo In The Flat Field, un capolavoro? Non lo so e non è importante, c’è dell’altro, un oltre, la musica è solo un tramite di uno stato dell’arte; meno analitici  dei Joy Division ma più tribali, più istintivamente selvaggi, una forma canzone più destrutturata ai limiti di uno sperimentalismo metateatrale. Peter Murphy ne sarà la vera mente e alter ego del gruppo, è lui che darà ai Bauhaus uno spazio (nel senso teatrale) fisico e dell’immaginazione, un desiderio di proiettarsi oltre. Ad aprire le danze ci pensa Double Dare, violenta ed ossessiva, la ritmica è propriamente Joy Division (o se preferite tipica di un primissimo post-punk anni 80) ma con un ampio uso di feedback sulle chitarre al limite dell’implosione mentre sopra a tutto c’è il canto allucinato e drammatico di Murphy, meglio non si potrebbe iniziare, si passa quindi alla titletrack In A Flat Field, ritmo sostenuto, distorsioni a tessere trame apocalittiche e il crescendo straziante della voce di Murphy di una bellezza malinconica e abissale, un apice oltre il quale sarà difficile andare; A God In An Alcove ha una struttura più Divisioniana, scheletrica, con linee di basso e batteria ben in evidenza fino al crescendo finale per poi ripiegarsi su se stessa ed annullarsi; a seguire la breve Dive, più punk con influenze quasi “disco” (ascoltarsi la sezione ritmica) e un grande refrain più propriamente dark-wave, si rallenta con la bellissima Spy In The Cab, una litania oscura e glaciale ricamata su chitarra e la voce desolante di Murphy, sarà un futuro? Sarà il nostro presente, un vuoto senza possibilità di uscita. Small Talk Stinks apre il lato B, una quasi filastrocca dissonante e disarmonica mentre a riprendere il filo conduttore ci penserà St. Vitus Dance, ritmica selvaggia e un canto allucinato e straziante immerso in un tappeto di distorsioni ed effetti vari al limite di un punk più sperimentale; Stigmata Martyr apre con un buon giro di basso ed un grande lavoro sui piatti che ricorda moltissimo i Joy Division poi sarà tutta una discesa in un mondo sotterraneo ed oscuro (ma allo stesso tempo affascinante) dal quale non sarà possibile risalire, a chiudere l’album toccherà alla più sperimentale e straniante Nerves, brano anomalo dove a riffoni pesanti come macigni si confondono le note dissonanti di una pianola, non è solo un brano musicale, è una voce che sembra uscire da chissà quale spettacolo berlinese anni 30, è magia, è phatos, è illusione, il tutto mentre il sipario cala e a noi non resta che congedarsi. Cosa sopravvive oggi di questa musica? Nulla, questo vuol dire che è già stato detto e scritto tutto? Noi crediamo di no, a mancare è però quell’urgenza espressiva e creativa al di fuori dei soliti compromessi e reali necessità (delle tristi e brutte copie ce ne sono fin troppe); restano album come questo e chi malgrado tutto continua a scriverci sopra prima che inevitabilmente anche questi ultimi finiscano per appartenere al passato, ma non importa, merita comunque e ve lo assicuriamo. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

 

Plan 9-Dealing With The Dead

by Simone Rossetti

Avete presente il film di fantascienza del 1959 Plan 9 From Outer Space? Bene, toglieteci quel From Outer Space e con quello che resterà avrete il nome di questa “strana” e sottovalutata band; in effetti i Plan 9 più che un gruppo vero e proprio erano una specie di comunità dedita ai “vantaggi psichedelici” formatasi sul finire degli anni 70 (stato di Rhode Island) e capitanati dal folle genio Eric Stumpo (venuto a mancare nel 2019); musica psichedelica quindi ma con forti riferimenti al garage beat anni 60, un pò stile Fuzztones ma più lisergici e meno acidi; prima però un pò di storia, tanto per inquadrare il periodo, i primi anni 80 furono segnati oltre che dalla new wave, dal post punk e dalla nascita dell’hardcore anche da un revival della musica garage-beat anni 60, una scena, quella del Paisley Underground, che annoverava tra le sue fila diverse band che riscossero anche un discreto successo (successo ovviamente all’interno di un circuito di nicchia), i Plan 9 si spostavano più sul versante psichedelico, con ampio uso di fuzz, tappeti Hammond, una sezione ritmica tipicamente beat e la voce di Eric Stumpo di chiara matrice garage; il risultato fu questo primo album Dealing With The Dead del 1983, non tutti i brani sono originali, ci sono anche delle cover ma reinterpretate in modo del tutto personale; sonorità acide, sporche, compositivamente semplici ed al tempo stesso provocanti. Fra le tracce migliori c’è sicuramente l’iniziale I Like Girls, conturbante ed ipnotica, in pieno stile garage, un saliscendi emotivo lisergico di buon impatto ma anche la successiva B-3-11 non è da meno, in White Women si respirano atmosfere più Paisley (che sono anche quelle che preferiamo), pezzo rilassato, sonorità soft che scorrono bene e lasciano il piacere dell’ascolto; I’m Gone ha il tiro giusto per essere un classico, adrenalinica, potente, contorta, non lascia sentire il bisogno di altro, c’è la lunga session lisergica di Looking At You, cover degli MC5 completamente “stravolta” ma che rende bene l’idea sull’approccio di questi ragazzi, c’è la sensuale It’s One Thing To Say dai sapori black fino al crescendo contagioso di Try To Run o la frizzante Keep On Pushin’ con il suo bel refrain che vi si pianterà ben in testa. Diciamolo chiaramente, i Plan 9 non passeranno alla storia per aver inventato qualcosa di nuovo e forse non passeranno alla storia in ogni caso ma non importa, quello che fanno lo fanno bene, che poi si tratti di revival o spinti da una qualche missione divina per divulgare il verbo lisergico poco male, è musica che fa muovere le chiappe anche se le avete inchiodate sopra a una sedia, ed è questo quello che conta. (qui

 

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