Roots! n.395 marzo 2022 – Bass Tone Trap – Trapping

Bass Tone Trap - Trapping

Bass Tone Trap – Trapping

(1983, ristampa del 2013, Music à la Coque)

by Tommaso Salvini

La New York degli anni ’80, quella sempre e doverosamente anticipata da un secco NO! a preannunciare l’avvio di spigolose e dissonanti avventure soniche scandite al ritmo di Free Jazz, aperture all’appena nato Noise Rock, alle spigolosità di funky sghembi ed alieni: i DNA, Arto Lindsay, i Contortions, Teenage Jesus And The Jerks…Questo è quel che risuona prepotente nello svolgimento di questo debutto, datato 1983 e reso di nuovo disponibile, dal 2013, dalla Musique À La Coque di Bari, dei Bass Tone Trap. Inglesi, vera mosca bianca in un’isola che, nello stesso periodo e nel suo sottobosco, si dilettava più volentieri nella pratica e nell’ascolto di musica più dritta (ma non meno valida, si intende): free Jazz dai toni trionfali e al limite del circense, sempre e comunque squadrato, spigoloso e vitalmente aggressivo. Unico punto fermo, che accumunava questi Bass Tone Trap ai loro coevi e connazionali, è quella continua ricerca nel passato per riscrivere il futuro: esattamente come la cinematografia, in quegli anni, riscopriva la letteratura fantascientifica dei decenni precedenti per comprendere il futuro (Blade Runner, 1984, Dune…) così anche in Inghilterra si tentava una riscrittura del movimento Hippie, dei messaggeri cosmici tedeschi (esportati in terra d’Albione dalle note prodotte dal periodo berlinese di Bowie di poco distante) e dei Velvet Underground più oscuri e malati di vite marginali. Questi folli jazzisti fecero lo stesso ma con altri spunti e riferimenti: parimenti ai loro colleghi della NoNewYork si riallacciarono agli Zappa di Rats, ai Captain Beefheart di Trout Mask Replica, agli Ornette Coleman, agli Herbie Hancock più elettrici e sfrontati; presero questo, i Bass Tone Trap, e ne fecero felice summa in questo Trapping: spigliata rimessa in atto con giochi di Free Jazz scatenato, cantato al limite col Punk Rock e occasionali fughe in una psichedelia resa da una chitarra utilizzata in modalità post punk: usata con parsimonia e come parte integrante dell’insieme. Un’opera che segue quindi più le dinamiche di un’orchestra che di un gruppo rock; per quanto la forma Jazz suggerisca un continuo alternarsi di solipsismi e soliloqui, in realtà qui ogni parte è funzionale all’altra, creando un insieme dove il rigore da vita ad una scrittura che risulta compatta, asservits al solo risultato finale e non alla semplice, e forse anche inutile, esibizione delle bontà tecniche individuali. Siamo quindi di fronte ad un disco Punk? Nello spirito e nell’approccio senz’altro. Tuttavia, nel loro delirio, i Bass Tone Trap riuscivano in un’operazione di vero e proprio crossover: un metodo matematico nella follia più creativa, una linea artistica che lascia emergere, da caotici rituali Jazz, tratti distintivi da altri generi, magari alieni a quello di riferimento principale, ma che qui si fondono trovando linfa vitale e nuova genesi. Ecco quindi Sanctified, marcia funky in odore di Talking Heads interrotta, ma non di certo disturbata, da sezioni di fiati impazziti; ma, per quanto verace, questa marcia ci conduce per mano nelle paranoie cavillose di Safe In The Inner Core: brano lungo, minato da una tessitura armonica continuamente interrotta e dissonante. Stay There è quasi un ragtime che si risolve in armonie vocali orientaleggianti: forse uno dei pezzi più quadrati dell’intero album e incredibilmente “pop”nel senso buono del termine: qui si ostenta, a buon diritto, anche una capacità indiscutibile di fabbricare brani da mandare facilmente a memoria. Pur tuttavia Afraid of Paper torna su un’atmosfera più cupa, dove i musicisti si mettono ad esplorare le possibilità dei loro strumenti, possibilità che vanno ben oltre l’utilizzo canonico: qui ci si getta nella ricerca di sonorità ostili e, mi si lasci dire, più ostiche. In fin dei conti un po’ il brano manifesto dell’intero album: incredibile come qui l’ensemble riesca a risultare imperioso nonostante le dissonanze e i lamenti di strumenti a corda sfasciati…Magnetic North è una rilettura psichedelica ad opera di menti turbate: un pezzo senza ritmica né direzione, dove è l’atmosfera di insieme a farla da padrone. La psichedelia chitarristica di Intruder In The Dust diverte e fa quasi abbandonare alle ritmiche serrate del pezzo, in un piacevole sciogliersi distratto e rilassato. La cosa divertente è che, di fatto, il brano, di rilassato, non ha proprio un bel niente: un caotico cordiale, verrebbe quasi da affermare. AAK è uno dei miei pezzi preferiti del disco: vuoi l’incedere punk rock del pezzo, vuoi il cantato rabbioso, vuoi le soluzioni country western da metà pezzo in poi, ma è la prova alla quale rimango più affezionato. Mi piace molto quando non riesco a capire come, degli artisti, possano avere delle idee così brillanti e così distanti fra loro e, in più, siano riusciti a condensarle e riassumerle in nemmeno tre minuti di svolgimento. Si riaffonda nel delirio con The Complex Aesthetic Of John Jasnoch, sempre esplorazioni strumentali volte alla ricerca e alla sperimentazione e che servono anche come introduzione al pezzo più lungo dell’intero disco: Sleep Lights è genialità allo stato puro; sonorità interrotte in un esercizio che pare quasi affiancarsi a certe pratiche di modifica di nastri e che poi aprono ad un funky figlio della colonna sonora di un film Blaxploitation, dove però la sensualità tipica viene castrata da un’atmosfera arresa e cupa. Il pezzo poi riesplode, pur rimanendo funky nella struttura: un funky che grida a mezzo dei fiati, si scompone nella ritmica e cade a pezzinsul finale: più che 10 minuti da ascoltare, dieci minuti da vivere. Un po’ di sensualità funky ci viene restituita in Rare & Racy, ma è solo una pia illusione: il pezzo si apre all’ennesima partitura per fiati stridenti e spietati. È poi la volta di un pezzo altamente ballabile: Africa Calling una Disco Inferno cosmica continuamente sospesa tra ritmiche tribali e ossessioni voodoo (in un minutaggio di nemmeno 5 minuti, giusto per rendere la cifra di un pezzo geniale nel suo ermetismo e nelle sue armonie Pop). Una voce femminile e dagli accenti Cockney ci saluta in Radio Slot, raccontandoci un’esperienza da ascoltatrice soddisfatta; soddisfatta quanto noi che in, questo disco, son riuscito a trovare nuovi stimoli e spunti, in un continuo emergere di dati e input dalla confusione di perfette geometrie Free Jazz che si aprono ai generi più disparati: una sorta di Bitches’ Brew, con vent’anni di ascolti in più sulle spalle…Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

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