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Roots! n.15 settembre 2020

Aretha Franklin-Spirit In The Dark

Aretha Franklin-Spirit In The Dark

by Simone Rossetti

La vita è fatta di persone e le persone sono fatte di storie; laggiù, da qualche parte nel Tennessee, a Memphis, c’è una casa (quasi una capanna ma sempre casa è) dove è nata la “regina del soul”, termine altisonante e tronfio che a parer nostro non rispecchia la storia di una donna che non ha avuto sicuramente una vita facile (come molte donne e non solo per una questione di colore); successo, fama, riconoscimenti e pochi anni prima di lasciare questo mondo la possibilità di cantare alla cerimonia d’insediamento del primo presidente afroamericano degli Stati Uniti; niente di dovuto o di scontato, poteva, come spesso accade, non farcela, mollare, crollare, ma Aretha Franklin credeva in qualcosa, credeva nella sua musica, nella sua fede (gospel e soul), nella sua voce. Una carriera lunghissima quindi, attraversando periodi e mode, alti e bassi, cadute e risalite; difficile scegliere un album in particolare, gli anni 60 e 70 sono stati sicuramente quelli della maturità e della consapevolezza e proprio da qui abbiamo “pescato” questo Spirit In The Dark (1970, Atlantic), profondamente soul (ma di tradizione gospel) e sinceramente, prima di tutto, un essere “donna” (il colore non ha più importanza). L’album si apre con Don’t Play That Song, cori nella migliore tradizione gospel e una voce irraggiungibile, forse oggi può suonare un pò datata ma stiamo ascoltando qualcosa che è entrato di diritto a far parte della storia, il capolavoro arriva con la successiva The Thrill Is Gone, un pezzo blues fin nel midollo con leggere sfumature soul, un brano “anomalo”, compositivamente non ha un vero e proprio centro tonale ma si muove lambendo territori quasi jazz sebbene sia un brano estremamente lento, comunque da brividi; Pullin è più ritmica con un bel crescendo gospel, un pò come la successiva Honest I Do mentre con la titletrack si raggiunge un altra vetta di rara intensità, gospel e soul si fondono insieme raggiungendo una perfezione che non ha eguali; When The Battle Is Over è un tirato rock blues di buona presa ma spetta a Oh Not My My Baby spiccare il volo verso sonorità più “avanti”, un intro quasi dub e bellissime aperture armonico-melodiche, un brano leggero e sbarazzino che trasmette voglia di vivere, malgrado tutto; a chiudere questo album un altro brano di impostazione più blues, Why I Sing The Blues con una interpretazione vocale tutta di potenza e intensità. Spirit In The Dark è un grande album ma a parte questo (quasi irrilevante) ci racconta di emozioni che il trascorrere del tempo non può intaccare, ed alla fine è quello che conta, quello che resta; laggiù, da qualche parte nel Tennessee, a Memphis, c’è una casa….e una “regina del soul”. (qui)

 

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