Roots! n.19 settembre 2020 American Music Club (California) – Pentagram (Pentagram)

American Music Club - California
Pentagram - Pentagram

American Music Club – California 

(1988, Frontier Records)

by Simone Rossetti

Gli American Music Club, piccola band formatasi in quel di San Francisco (California) nei primi anni ’80;  “piccola” perché se siete alla ricerca del classico “suonone” o di aggettivi superlativi allora sarà meglio che guardiate altrove ma vi assicuriamo che avrete da pentirvene. Voce e mente creativa della formazione Mark Eitzel personaggio alquanto solitario e schivo che ancora oggi porta avanti i suoi progetti solisti ma sempre restando ai margini del “mainstream”, con delicatezzza e gentilezza; California è il loro terzo album, insieme ad Eitzel (voce e chitarra) Tom Mallon alla batteria, Dan Pearson al basso e Vudi (Mark Pankler) alla chitarra; il suono, per capirsi, è quanto di più lontano ci possa essere dal classico rock, intimo, introspettivo, malinconico, il rock c’è ma sempre venato da un morbido e desolante folk, racconti di un America alla ricerca di se stessa, di periferie dimenticate, di deserti da attraversare senza voltarsi, per un ultima volta e su tutto la perizia tecnica di questi musicisti mai sopra le righe e la voce di Eitzel, calda, confidenziale, intensa. Pale And Skinny girl che forse meglio di tutte riassume la poetica degli AMC, una ballata non propriamente folk, un desert-rock con momenti più rilassati e morbide accelerazioni con uso di chitarre in distorsione, Lonely e Now You’re Defeated due tipiche ballate acustiche dal sapore folk, fotografie di una California non da cartolina ma ai margini del suo luccichio; c’è Somewhere piccola gemma dall’incedere più rock ma conservando sempre una sfuggente malinconia di colori, le sognanti Highway 5 e Western Sky mentre si tornerà su atmosfere più introspettive con la bella Blue And Grey Shirt dal sapore agrodolce come il suo testo “Where’s the compassion to make your tired heart sing, i’m tired of being a spokesman for every tired thing” ed una spensierata Firefly con un refrain che vi resterà nella testa e nel cuore, a concludere la delicata e malinconica Last Harbor Falling, hey i don’t see the bottom, are you gonna be my last harbor?”; ci si chiede come andrà a finire ma non lo sapremo mai, sono storie come tante, le stesse in ogni angolo di questo fottuto mondo. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

Pentagram – Pentagram (Relentless)

(1985, Pentagram Records / Peaceville Records)

by Simone Rossetti

Come avrete capito qui su Roots! non giudichiamo nessuno, quello che ci interessa è la musica, il resto sono scelte personali, discutibili o meno, giustificabili o meno ma che non spetta a noi commentare né tantomeno giudicare; questa breve introduzione perchè stiamo parlando di un album dei Pentagram, il che vuol dire parlare anche di Bobby Liebing voce e anima di questo gruppo dedito al doom-metal ed alla sua anima più oscura. Bobby Liebling, una vita fra alti, bassi e bassissimi ma sempre con un’idea fissa, i Pentagram, la “sua creatura”, per la serie quando le cose partono male; i Pentagram si formarono nei primi anni ’70 ad Alexandria in Virginia ed ebbero subito problemi di formazione, tra uscite, sostituzioni e ritorni si può dire che non trovarono mai più pace, cambi di nome continui fino a questo e “definitivo” Pentagram, problemi di droga (ai quali poi se ne aggiungeranno altri di diversa natura); sembrano dettagli ma come si sa il treno che porta al “successo” passa una sola volta e quando lo si perde si è perso per sempre e questo più o meno fu quello che accadde ai Pentagram; Pentagram è anche il nome del loro primo album autoprodotto e risalente al 1985 (arrivato quasi quindici anni dopo la nascita della prima line-up), ristampato successivamente nel 1993 per la Peaceville Records con il titolo Relentless (quindi non confondetevi, ma sostanzialmente è lo stesso album). Bobby Liebling alla voce, Victor Griffin alla chitarra, Martin Swaney al basso e Joe Hasselvander alla batteria; un album oscuro, potente, grezzo, dal procedere ossessivo ed inquietante ma anche con grandi aperture armonico-melodiche come nella prima traccia, Relentless, molto primi Black Sabbath ma con un approccio di Liebling del tutto personale, una voce “diversa”, potente, duttile (ascoltatevi il passaggio nel refrain), grandi riff scolpiti nella roccia ed un’ottima sezione ritmica, a seguire la più sostenuta Sign Of The Wolf  dalle linee sempre orecchiabili ed un grande solo alla chitarra di Griffin; tempi che si faranno più lenti e cupi in All Your Sins, vero e proprio doom limaccioso e stagnante, una stupenda Death Row dall’intro devastante e con un crescendo nel lato più oscuro di questa musica, The Ghoul altro pezzo di rara intensità e You’re Lost, I’m Free classico pezzo più hard-rock mentre a tingere nuovamente l’album di nero spetterà a Sinister, cupa e malsana, un inno dai sapori Sabbathiani, un incedere disturbante e solenne con la chitarra di Griffin tenuta su tonalità bassissime. Questo Pentagram non sarà il classico “capolavoro” ma certo è una fra le pietre miliari del doom-metal (registrato in modo un po’ approssimativo ma onesto e sincero), il fatto che non abbiano preso quel treno e siano rimasti solo un gruppo di “nicchia” gli ha permesso se non altro di conservare un proprio stile, sempre fedeli a se stessi fino ad oggi, nel bene e nel male; poteva andare diversamente ma a questo punto crediamo abbia poca importanza, per noi e per loro, resta questa musica, nera e profonda come le nostre anime. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui)

 

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