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Roots! n.19 settembre 2020

American Music Club-California
Pentagram-Pentagram

American Music Club-California 

by Simone Rossetti

Gli American Music Club sono stati una “piccola” band formatasi in quel di San Francisco (California) nei primi anni ’80; la precisazione “piccola” è dovuta, se infatti  siete alla ricerca del “suonone” o di aggettivi superlativi allora è meglio che guardiate altrove (ma vi assicuriamo che avrete da pentirvene). In effetti gli AMC non hanno fatto né la storia del rock né tantomeno rilasciato pseudo capolavori da scala classifiche ma se non altro nel loro piccolo sono diventati una band di culto nel panorama underground americano e non solo; e alle volte basta questo. Voce e mente creativa della formazione era Mark Eitzel personaggio alquanto solitario e schivo che ancora oggi porta avanti i suoi progetti solisti ma sempre restando ai margini del “mainstream”, con delicatezzza e gentilezza; Questo California è il loro terzo album, qui insieme a Eitzel troviamo Tom Mallon alla batteria, Dan Pearson al basso e Vudi (Mark Pankler) alla chitarra; il suono, per intendersi, è quanto di più lontano ci possa essere dal classico rock, ci si sposta su territori più intimi, introspettivi, malinconici, il rock c’è ma è sempre venato da un morbido e desolato folk, racconti di un America alla ricerca di se stessa, di periferie dimenticate, di deserti da attraversare senza voltarsi, per un ultima volta; su tutto la perizia tecnica di questi musicisti mai sopra le righe e la voce di Eitzel, calda, confidenziale, intensa. Prendete ad esempio Pale And Skinny girl che forse meglio di tutte riassume la poetica degli AMC, una ballata non propriamente folk, quasi desert-rock con momenti più rilassati e morbide accelerazioni con uso di chitarre in distorsione, anche la ritmica ha una sua funzione necessaria, sa accompagnare dolcemente ma anche incresparsi e farsi più potente senza mai però esplodere del tutto, Lonely e Now You’re Defeated sono invece due tipiche ballate acustiche dal sapore folk, fotografie di una California non quella classica da cartolina ma ai margini del suo luccichio, dove i lampioni si fanno desolate presenze e le storie le raccontano volti sfuggenti segnati dal tempo e dalla vita; c’è posto per quella piccola gemma che è Somewhere dall’incedere più rock ma conservando sempre una sfuggente malinconia di colori, è invece di una malinconia quasi tangibile Highway 5 bellissima nel suo crescendo tra feedback e distorsioni, un brano di grande intensità emotiva dove la voce di Eitzel da prova di essere davvero una voce speciale; Western Sky è come promette fin dal titolo, polverosa e assolata ma leggera come quelle nuvole bianche che ci scorrono sopra la testa, uno fra i pezzi migliori dell’album, anche Bad Liquor non tradisce il titolo, una cavalcata elettrica in pieno stile sixties sostenuta da armonica e distorsioni a go-go; si torna su atmosfere più introspettive con la bella Blue And Grey Shirt dal sapore agrodolce come il suo testo “ Where’s the compassion to make your tired heart sing, i’m tired of being a spokesman for every tired thing” mentre più spensierata è Firefly dall’incedere sognante e armonioso con un refrain che vi resterà nella testa e nel cuore; c’è infine il tempo per ricordare la traccia che chiude questo lavoro Last Harbor delicata e malinconica “Falling, hey i don’t see the bottom, are you gonna be my last harbor?”, ci si chiede come andrà a finire ma non lo sapremo mai; sono storie come tante, le stesse in ogni angolo di questo mondo, che si chiami California o Molise cambia solo la geografia, ma le persone, i volti, le storie che si intrecciano sono da sempre le stesse; e questi American Music Club le sanno raccontare bene, con sensibilità, con le giuste sfumature, con una voce che sa come raccontarle perchè le conosce. Alle volte basta davvero poco, cerchiamo l’oro setacciando a testa bassa nel letto di un fiume senza accorgersi di averlo già davanti ai nostri occhi, basterebbe solo alzare lo sguardo. (qui)

   

Pentagram-Pentagram (Relentless)

by Simone Rossetti

Come avrete capito qui su Roots! non giudichiamo nessuno, quello che ci interessa è la musica, il resto sono scelte personali, discutibili o meno, giustificabili o meno ma che non spetta a noi commentare né tantomeno giudicare; questa breve introduzione perchè stiamo presentando un album dei Pentagram, il che vuol dire parlare anche di Bobby Liebing voce e anima di questo gruppo dedito al doom-metal e alla sua anima più oscura. Bobby Liebling, una vita fra alti, bassi e bassissimi ma sempre con un idea fissa, i Pentagram, la “sua creatura”. Per la serie quando le cose partono male; i Pentagram si formarono nei primi anni 70 ad Alexandria in Virginia ed ebbero subito problemi di formazione, tra uscite, sostituzioni e ritorni si può dire che non trovarono mai più pace, cambi di nome continui fino a questo e definitivo Pentagram ed infine problemi di droga (ai quali poi se ne aggiungeranno altri di diversa natura); sembrano dettagli ma come si sa il treno che porta al “successo” ( o almeno che fa uscire da un ambito propriamente di nicchia) passa una sola volta e quando lo si perde si è perso per sempre, questo più o meno fu quello che accadde ai Pentagram; Pentagram è anche il nome del loro primo album autoprodotto e risalente al 1985 (arrivato quasi quindici anni dopo la nascita della prima line-up), fu ristampato successivamente nel 1993 per la Peaceville Records con il titolo Relentless (quindi non confondetevi, ma sostanzialmente è lo stesso album), un ottimo album e con ottimi musicisti, Bobby Liebling alla voce, Victor Griffin alla chitarra, Martin Swaney al basso e Joe Hasselvander alla batteria; un album oscuro, potente, grezzo, dal procedere ossessivo e inquietante ma anche con grandi aperture armonico-melodiche come nella prima traccia, Relentless, molto primi Black Sabbath ma con un approccio di Liebling del tutto personale, una voce “diversa”, potente ma anche duttile (ascoltatevi il passaggio al refrain), grandi riff scolpiti nella roccia e un ottima sezione ritmica, segue la più sostenuta Sign Of The Wolf  dalle linee più orecchiabili e melodiche ed un grande solo alla chitarra di Griffin mentre la voce di Liebling sostiene il tutto; i tempi si fanno più lenti e cupi in All Your Sins, vero e proprio doom limaccioso e stagnante ma anche qui con grandi aperture melodiche, a seguire Run My Course, una buona cavalcata elettrica tra riff secchi e una batteria che picchia decisa, si passa quindi alla stupenda Death Row dall’intro devastante poi è tutto un crescendo nel lato più oscuro di questa musica (e Griffin non è certo da meno rispetto a nomi ben più blasonati); The Ghoul è un altro pezzo di rara intensità, dalle tinte malinconiche e allo stesso tempo inquietanti, You’re Lost, I’m Free è un classico pezzo hard-rock mentre a tingere nuovamente l’album di nero spetterà a The Deist ma senza svettare, cosa che invece riuscirà a Sinister, cupa e malsana, un inno dai sapori Sabbathiani, un incedere disturbante e solenne con la chitarra di Griffin tenuta su tonalità bassissime, a chiudere 20 Buck Spin, buon pezzo ma che lascia un pò l’amaro in bocca. Questo Pentagram non sarà il classico “capolavoro” ma certo è una fra le pietre miliari del doom-metal, registrato in modo un pò approssimativo ma onesto e sincero, il fatto che non abbiano preso quel treno e siano rimasti solo un gruppo di “nicchia” gli ha permesso se non altro di conservare un proprio stile, sempre fedeli a se stessi fino ad oggi; poteva andare diversamente ma a questo punto credo abbia poca importanza, per noi e per loro, quello che conta è la musica ed i Pentagram resteranno i Pentagram. (qui)

 

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