Roots! n.546 ottobre 2022 Alex Paxton – Ilolli-Pop

Alex Paxton - Ilolli-Pop

Alex Paxton – Ilolli-pop

(2022 – Nonclassical)

by Tommaso Salvini

Quello di cui avremmo tutti bisogno è destrutturazione; svegliarci un mattino e scoprire di aver sempre vissuto in un mondo al contrario. Dopo un attimo di timore, convincersi che, in un modo o in un altro, bisogna pure andare avanti e spingersi oltre perché, spingersi oltre, è il metodo unico per affrontare la nuova realtà: comprendere ciò che prima ci pareva incomprensibile e accettare che ci appariva tale semplicemente perché non ci appariva e basta. Ilolli-Pop di Alex Paxton è un po’ questo: frammenti di un passato ricomposti in un collage che potrebbe apparire assurdo ma che in realtà, data la natura piuttosto orchestrale (violini, trombe, oboe, xilofoni, grancasse , tutti insieme in una rissa a colpi di pugnale), è un’opera che un giorno potrebbe diventare materia di ascolto per programmi di approfondimento musicale a opera di un qualche discendente di Corrado Augias. Un giorno, quello che noi siamo abituati a percepire come musica classica, potrebbe tramutarsi in questo e, in tutta onestà, ce lo auguriamo. Schegge di meteore che si schiantano al suolo e che vengono raccolte in maniera certosina da Paxton; queste schegge son porzioni sonore sfuggite dalle strutture compositive di dischi rubati ad un qualche archivio di musica classica, dischi annoverestici come Head Hunters di Herbie Hancock, Bitches Brew di Miles Davis, il mai abbastanza citato The Shape Of Jazz To Come di Ornette Coleman… e Paxton decompone, ricompone, strappa interi tranci, li maltratta, li rimette insieme facendo convivere Beethoven con Mingus e lo fa con maestria da vero professionista del collage. Il risultato è un arlecchino sonoro il cui abito non si compone di rombi ma di varie figure geometriche differenti e divergenti fra loro; ad un primo ascolto/sguardo l’opera potrà apparire fastidiosa, tanto siamo usi e lisi da un mondo perfettamente simmetrico e in costante cerca di coerenza come acqua nel deserto, magari potrebbe sembrare un semplice e forzato esercizio di stile, ma, se si apre la mente e gli occhi, rinunciando al peso sempre più ingombrante delle sovrastrutture che ci inquinano la vita, si potrà scorgere/cogliere in esso la descrizione per sensazioni/odori/colori di quello che potrebbero essere le nostre vite se solo riuscissimo ad emanciparci dall’attuale condizione di Homo Economicus e divenire semplicemente Umanità: una selvaggia corsa, spogliati di convinzioni, rigidi insegnamenti e visioni guidate a bacchetta del mondo che ci circonda. Molte composizioni classiche, a suo tempo, vennero additate e rinominate come “dissonanti”: poco avvezzo era l’orecchio dell’umano di quel tempo all’innovazione che tali opere apportavano. Con lo scorrere dei decenni, coi cambiamenti dettati dalle innovazioni tecnologiche, dal cambiamento degli assetti sociali e da una rinnovata visione del mondo, tali opere di cui sopra, da dissonanti, vennero promosse a capolavori senza tempo (invece, purtroppo, il tempo era stata una discriminante quando vennero proposte), così, perché i geni ci piace incensarli da morti e giammai da vivi. Con Alex Paxton cerchiamo di non portare avanti questa macabra tradizione e colleghiamo mente e orecchi: più per noi stessi che per altro. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

English Version (??!)

Alex Paxton – Ilolli-pop

(2022 – Nonclassical)

by Tommaso Salvini

What we all need is deconstruction; wake up one morning and discover that you have always lived in an upside-down world. After a moment of fear, convince yourself that, in one way or another, you must also go forward and go further because, going further, is the only method for facing the new reality: understanding what previously seemed incomprehensible to us and accepting that it appeared as such simply because it did not just appear to us. Ilolli-Pop by Alex Paxton is a bit like this: fragments of a past recomposed in a collage that might seem absurd but which in reality, given the rather orchestral nature (violins, trumpets, oboe, xylophones, bass drums, all together in a fight with dagger strokes), is a work that could one day become a listening material for in-depth musical programs by some descendant of Corrado Augias. One day, what we are used to perceiving as classical music, could turn into this and, in all honesty, we hope so. Shards of meteors crashing to the ground and painstakingly collected by Paxton; these splinters are sonic portions escaped from the compositional structures of records stolen from some classical music archive, such as Herbie Hancock’s Head Hunters, Miles Davis’ Bitches Brew, the never-enough-quoted The Shape Of Jazz To Come by Ornette Coleman … and Paxton he decomposes, reassembles, tears whole pieces, mistreats them, puts them back together by making Beethoven coexist with Mingus and he does it with the mastery of a true professional of collage. The result is a sonorous harlequin whose dress is not made up of rhombuses but of various geometric figures that are different and divergent from each other; at first listening / glance the work may appear annoying, so much we are used and worn out by a perfectly symmetrical world and in constant search for coherence like water in the desert, it might seem like a simple and forced exercise of style, but, if it opens up the mind and the eyes, giving up the increasingly cumbersome weight of the superstructures that pollute our life, we will be able to see / grasp in it the description by sensations / smells / colors of what our lives could be if only we could emancipate ourselves from current condition of Homo Economicus and simply becoming Humanity: a wild race, stripped of convictions, rigid teachings and guided visions of the world around us. Many classical compositions, in his time, were pointed out and renamed as “dissonant”: the human ear of that time was not used to the innovation that these works brought. With the passing of the decades, with the changes dictated by technological innovations, by the change of social structures and by a renewed vision of the world, these works mentioned above, from dissonant, were promoted to timeless masterpieces (instead, unfortunately, time had been a discriminating factor when they were proposed), like this, because we like to incense genes when they are dead and never when they are alive. With Alex Paxton we try not to carry on this macabre tradition and connect mind and ears: more for ourselves than for anything else. From Roots! it’s all and as always good listening (here).

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