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Roots! n.96 febbraio 2021

Alessandro Stellano-Round Trip

Autore: Alessandro Stellano

Titolo: Round Trip

Anno: 2020

Genere: etno-jazz, fusion, world music

Città: Melbourne (Australia)

 

 

 

Componenti: Alessandro Stellano (basso elettrico, chitarra elettrica e acustica, voci programmazione, fx, sound design),  Luca Mignano (batteria), Tony Guido (pianoforte), Vincenzo Di Girolamo (chitarra elettrica, acustica e classica), Marco Spedaliere (sax soprano e tenore), Alessandro Liccardo (chitarra elettrica), Antonio Caiazzo (fisarmonica)

Etichetta: Blue Mama Records

Formato: digitale

Sito Web: https://www.facebook.com/alessandro.stellano.official/

Alessandro Stellano-Round Trip

by Simone Rossetti

A guardare i vari video postati sul suo profilo Facebook si direbbe che Alessandro Stellano ed il suo basso Dingwall Super J “Ale” (Alder Body Azzurro Napoli, Maple neck) siano una cosa sola, e per arrivare a questi livelli di tecnica (ma non solo) è giusto così. Colore, azzurro Napoli, e non è un caso, napoletano di nascita ma attualmente residente a Melbourne, Australia, 15823,26 Km in linea d’aria, centimetro più centimetro meno (sempre quelli più duri), lontani ma vicini verrebbe da dire. Alessandro Stellano non è l’ultimo arrivato, una carriera artistica ricca di collaborazioni, riconoscimenti e premi vari ma non saremo certo noi di Roots! a parlarvi di questo, qui si bada “a’i lesso”, cioè alla musica e a tutte le sue sfumature; Round Trip esce sul finire del 2020 per la sempre ottima etichetta indipendente italiana Blue Mama Records e segue At Home il suo album di debutto risalente ad un ormai lontanissimo 2012, un lasso di tempo importante ma necessario ed un saper aspettare (crediamo) saggio, oggi siamo abituati ad “ultime ed incredibili” uscite a cadenza tremestrale, se va bene, neanche la peggio mozzarella da supermercato dura così poco. Si, perchè questa è una musica che richiede il suo tempo, il sentirla, il comporla e l’ascoltarla sono tre elementi quasi inscindibili; una premessa, qui su Roots! non diamo mai niente per scontato e sappiamo bene quanto i gusti non siano discutibili ma il nostro “consiglio” è che se anche non amate questo genere (brutta parola), queste sonorità (già meglio), dategli e datevi una possibilità; personalmente potrei dirvi che pur amando il jazz in tutte le sue possibilità questi suoni più etno-fusion e world music non sono proprio nelle mie corde ma gli devo riconoscere una grande qualità e complessità compositiva (nonché strumentale e coraggio), ma non tiriamo subito le somme e procediamo per ordine. L’album è aperto da Dali ed è subito un gran bel sentire per raffinatezza e sviluppi armonici, brano dalle tonalità fusion ma in uno stile jazzato alla Pat Metheny e Jaco Pastorius (regalate alle vostre orecchie il basso elettrico di Alessandro) ed impreziosito da cori vocali in stile Manhattan Transfer (cori dei quali personalmente ne avrei fato anche a meno ma che rendono bene l’idea di “apertura” di questa musica), qualche passaggio ritmico troppo “appesantito” che non ci convince del tutto ma sono considerazioni che comunque lasciano il tempo che trovano; a seguire El Diez con un intro più tipicamente jazz ma senza restarne “ingabbiato”, una musica che tende ad un continuo evolversi verso “altro” ma senza sfuggire di mano al controllo di Alessandro. Back Home invece ci lascia un pò perplessi, potrà anche piacere (è sempre una questione di gusti) ma questo fondere insieme stili e generi disparati ci sa troppo di zuppa mal riuscita e noi siamo più per le zuppe povere ed oneste; meglio One For Cecil dalle atmosfere nord-Sahariane ed un approccio jazz molto libero, niente di imprescindibile ma piacevole ed interessante; c’è la splendida Los Tres Companeros dagli irresistibili ritmi afro-cuban-jazz alla Tito Puente e Mongo Santamaria, perfetti  per alleggerire la pesantezza di questi giorni; molto belle anche le atmosfere più introspettive ed intime di Sol Levante, una ricercatezza (non formale) veramente unica peccato per l’inserimento di una sezione ritmica effettata che mal si amalgama al climax ma si tratta anche in questo caso di scelte artistiche quindi poco discutibili, ed infine a chiudere questo lavoro Desert Wind che profuma di spazi lontani ed antiche litanie perse nel tempo, bellissimo “ambient” carico di pathos che però, a nostro umile e modesto sentire, poco si combina con le sponde più “elettriche” di stampo rock (non con il sax, notevole), anche qui si tratta di scelte artistiche che rispettiamo ma c’è qualcosa in questa chitarra (nel suo suono) che non lega con il resto, poi tutto è discutibile, opinabile e controvertibile, non siamo certo noi ad avere la verità in tasca. Detto questo avrete capito che in questo lavoro c’è tanta “ciccia” al fuoco, il rischio che si corre è che non tutta venga cotta come si deve, capita, l’importante è avere il coraggio di guardarsi intorno e cercare una via maestra; Round Trip è un buon album a prescindere e poteva essere sicuramente “migliore” (stiamo parlando di approccio e non di livello compositivo) ma resta comunque un tassello di quelli che hanno un loro peso e se ne parliamo qui su Roots! come sempre un motivo c’è, ed è quella possibilità in più che altrimenti non avreste (o non saprete di avere). Buon ascolto (qui o qui).

 

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