Roots! n.108 febbraio 2021 Aitvaras – Aitvaras

Aitvaras - Aitvaras

Aitvaras – Aitvaras

(2019, Anthrazit Records)

by Simone Rossetti

Niente da fare, ascoltatevi un pezzo come Pestkammer e ve ne innamorerete subito, che sia black- metal, punk o jazz non avrà più alcuna importanza e sapete il perché? Perché è un brano di immenso fascino, potente, violento, malinconico, che ci racconta di un oblio più grande delle nostre umane e misere esistenze, è un perdersi in una purezza devastante. Gli Aitvaras, gruppo autriaco dedito al sacro fuoco di un “melodic” black-metal nella migliore tradizione nordica e qui al loro album di debutto. Un nome che risale ad antiche leggende balcaniche, l’Aitvaras, uno spirito maligno (alle volte benevolo) che vive nelle terre più estreme e remote della Lituania e che può presentarsi sotto diverse sembianze, dal drago alato ad un gatto nero o ad un gallo, questo per la cronaca ma anche perché dietro ad un nome c’è sempre una storia o più storie da raccontare; la classica line-up con due chitarre (Johannes Moser e Thomas Pichler), basso (Patrick Reiter, batteria (Eugen Klammsteiner) e l’intensa voce di Andreas Kaucic, un misto fra scream e growl di grande impatto evocativo; musicalmente un “sentire” estremo, violento e “dolce “ allo stesso tempo che a tratti può ricordare i grandissimi Agalloch (quanto ci mancano). Il brano di apertura è affidato alla strumentale Opus A Aitvaras, a lei spetterà introdurci in questo climax di abbandono dai tratti epici e maliconici, solo un breve assaggio a cui seguirà la splendida Coming From The Abyss con una struggente intro acustica a fare da tema che esploderà poi in potenti riff e doppia cassa a manetta, bella la voce di Kaucic drammatica e lacerante ma sempre controllata, un pezzo dove si vola altissimi e senza timore di cadere; dalla ritmica ancora più serrata e dalle atmosfere di scuola Mayhem è In Times Of War con una prima parte di riff suonati all’unisono dalle due chitarre ed un ponte di drammatica ed umana malinconia poi sarà tutto un crescendo ancora più potente e di rara bellezza (ascoltatevi il dialogo finale fra le due chitarre); a seguire Pestkammer della quale abbiamo già accennato ma lasciamo a voi il piacere di scoprirla in tutta la sua limpida purezza; c’è la più strutturata e complessa Mourning Emptiness, compositivamente notevole ma forse troppo dispersiva (menzione a parte per il ponte strumentale che vi trascinerà l’anima direttamente all’inferno o in paradiso (dipenderà sempre da dove vi sentite più a vostro agio e per quel che ci riguarda non abbiamo dubbi). Stiamo facendo la classica ed inutile lista della spesa e non è da noi, meglio fermarsi qui ma vi assicuriamo che il seguito avrà ancora modo di stupirvi come nelle note oscure e maestose di Verachtung (da brivido) o nella più amara ed eterea Paradise Denied. Un album di debutto che sa di tante cose, che ha respiro, passione, budella, cuore ed ammantato di quella umana tristezza che riesce a ferire e guarire insieme, un’album dal suono non “pompato” come spesso accade per le attuali produzioni ma nemmeno così grezzo da risultare inascoltabile, un suono naturale e terribilmente umano. Lo sapete che non diamo niente per scontato, i gusti sono gusti e giustamente indiscutibili ma niente è immobile, statico (malgrado quello che vogliono farci credere), aprirsi a qualcosa di nuovo vuol dire darsi una possibilità in più che altrimenti non sapreste di avere e credeteci, di questi tempi è tanta roba; il sacro fuoco è più che mai vivo e la via è quella maestra. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

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