Roots! n.10 novembre 2020 Agalloch – Otis Redding

Agalloch-The Mantle
Otis Redding-Otis Blue

Agalloch – The Mantle

by Simone Rossetti

Poi un giorno di Maggio del 2016 arrivò la notizia, del tutto inattesa quanto inspiegabile, del loro scioglimento, forse è stato giusto così, non è mai semplice scrivere la parola fine (che si tratti di una relazione o di un progetto nel quale si è creduto) ma conserva in sé un qualcosa di nobile ed onesto. Cosa resta, restano questi album e questa musica di rara, rarissima bellezza; Agalloch (Aquilaria Agallocha) un tipo di legno la cui resina profumata viene usata per creare incensi, e non è un caso perchè gli elementi naurali (fuoco, aria, acqua e terra) saranno parte integrante di questa musica, ciò che la rende “compiuta”. Cinque album e cinque Ep, questo è il loro lascito da quando si formarono nel lontano 1995 a Portland, Oregon, per volontà di John Haughm (voce chitarre percussioni) e Shane Breyer (tastiere, in seguito lasciò la band) ai quali si aggiunsero Don Anderson (chitarre piano) e Jason Walton (basso), in particolare questo The Mantle fu il loro secondo album (2002, The End Records) preceduto da Pale Folklore che ricevette un buon riscontro di critica ma non basta, recensire un album degli Agalloch vuol dire soprattutto parlare della loro musica, sarebbe come voler raccontare il vento estrapolandolo dal contesto degli altri elementi naturali, addentrarsi nell’oscurità di una foresta senza paura ma con il giusto timore e stupore ben sapendo che gli spiriti che vi aleggiano non sono propriamente malvagi ma meritevoli di un doveroso rispetto. Black metal certo, ma anche folk e sopratutto la voglia di addentrarsi in questi luoghi oscuri con la meraviglia di un bambino e raccontarli in tutto ciò che è “bene e male”, perchè questa è l’essenza della vita ed il suo respiro. Si parte con A Celebration For The Death Of  Man, due colpi di tamburo ad introdurre pochi accordi di chitarra acustica, sullo sfondo i riff più cupi di una chitarra elettrica che da contraltare faranno da cornice/sentiero accompagnandoci in questo viaggio di desolazione ed esile speranza; e saranno ancora due colpi di tamburo a prenderci per mano e ad accompagnarci nella bellissima In The Shadow Of Our Pale Companion, la voce di Haughm è uno screaming molto evocativo che a volte si fa sussurro ed altre diventa un clean di grande impatto, meraviglia nel testo dove colui che ha scelto il cammino una volta arrivato ai margini del mondo sembra chiedersi del senso di questa bellezza, un senso opprimente, non salvifico ma siamo solo all’inizio; c’è la strumentale Odal, un temporale che sta volgendo al termine, forse solo in lontananza, un lento arpeggio di chitarra sale in crescendo per poi librarsi in volo risalendo torrenti e montagne, un orizzonte vasto a perdita d’occhio, meraviglia e stupore per poi sul finale chiudere con i malinconici accordi di un pianoforte come se “tutto questo” fosse arrivato ad una sua imminente fine. Di matrice più black sarà la successiva I Am The Wooden Doors, doppia cassa, un canto triste e desolato, un mondo da proteggere dagli umani misfatti ed umani miserie “These great wooden doors shall remain closed”, rovine di un tempo che fu; The Lodge è un altro brano strumentale di gran classe mentre You Were But A Ghost In My Arms torna a spingere su sentieri black, il testo narra di una amata perduta per sempre la cui anima risiede negli spiriti della foresta, il canto di Haughm passa dallo scream al pulito creando una grande atmosfera ma ecco arrivare il primo vero capolavoro, And The Great Cold Death Of The Earth, potente, triste e malinconica dove si respira tutta la desolazione della condizione umana “We are the wounds and the great cold death of the earth,darkness and silence the light shall flicker out”, stiamo percorrendo la strada del ritorno e questo è il dono che gli spiriti abitanti di questo luogo ci consegnano a futura memoria; A desolation Song è l’ultimo capitolo di malinconica bellezza che porterete nel vostro cuore per molto e molto tempo a venire, c’è il destino, c’è la vita ed il suo contario e c’è un percorso da compiere, ”Lost in the desolation of life,this path that we walk,lost in the desolation of love,the sorrows we reap and sow”; un percorso che merita comunque di essere intrapreso con la consapevolezza di quanto questo possa essere solo un momentaneo, fugace e doloroso istante; questi sono gli Agalloch, questa è (era) la loro musica, il respiro di un mondo prossimo al suo oblio e noi parte di esso. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui)

 

Otis Redding – Otis Blue: Otis Redding Sings Soul

by Simone Rossetti

Per Rolling Stone uno fra i più grandi artisti e cantanti di tutti i tempi, poche parole (troppo poche) per liquidare uno fra i maggiori esponenti della black music, c’è anche dell’altro; perchè questa musica non è solo una questione di “colore”, quanti di voi (noi) almeno una volta nella vita si sono sentiti nella stessa condizione di un “nero” della Georgia? Forse non tutti ma molti (i migliori) si, questo però non basta, è necessario averne la consapevolezza altrimenti si resta nella solita “bolla di stupidità” che questo sistema ci impone. Otis Redding era nato in Georgia, terra di suprematisti bianchi, di ku klux klan, essere “nero” non era facile allora così come non lo è oggi, ma lassù qualcuno gli aveva regalato un dono immenso, una voce unita ad una consapevolezza della propria condizione di “nero” ed Otis li sfruttò entrambi, la voce per cantare, la consapevolezza per scrivere la sua musica. Otis Blue (Volt Records) è un album del 1965 ma è anche un manifesto “interiore” dove alla sua voce prepotentemente soul si uniranno una immensa sezione ritmica, una sezione fiati e testi, per l’epoca, “rivoluzionari”; A Change Is Gonna Come è il brano che meglio rappresenta questa sensibilità interiore, è una cover dell’omonimo brano di Sam Cooke qui rivisitata in una versione più soul, scarna ed amara, nessuna orchestrazione solo la voce di Otis accompagnata dalla sezione fiati ed un organo sullo sfondo “I was born by the river in a little tent, oh and just like the river i’ve been running ever since” canta Otis ed ancora “I’ts been a long, a long time coming, but i know a change gon’ come, oh yes, it will”, in queste parole c’è tutta la storia di un popolo, di solitudine, di speranza, di intimo dolore, un brano che resta una delle massime espressioni della musica “black”. Respect e provate a restare fermi se vi riesce, un refrain senza tempo, un crescendo che chiede solo di poter “rinascere”, questa volta liberi; c’è My Girl con il suo giro di basso semplice quanto immenso, una canzone d’amore senza inutili orpelli o sentimentalismi, perfetta così come il blues di Rock My Baby, la strafamosa I’ve Been Loving You Too Long e la meno conosciuta You Don’t Miss Your Water ma ascoltatele per quello che sono, perdetevi nella vostra anima più nera e forse da lì una possibile redenzione. Otis Blue non sarà il migliore album di tutti i tempi (non il migliore ma in ambito soul sicuramente fra i migliori), una voce, quella di Otis, vera, non artefatta da effetti vari o modificata in fase di produzione come spesso avviene oggi (anche il mio cesso potrebbe cantare ma non mi interessa farci soldi, mi va bene per quello che deve fare, il cesso appunto e nient’altro). Otis Redding morirà prematuramente in un incidente aereo insieme agli altri membri della band nel dicembre del 1967, una nazione (ed un popolo) ancora divisa per colore, questione di poco e le cose sarebbero cambiate (in parte e mai del tutto) ma per Otis e gli altri ragazzi della band il tempo si fermò qui, la storia scriverà il resto. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

 

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