Roots! n.325 dicembre 2021 Adele

Adele - 30

Adele – 30

by Alessio Impronta

Eccolo, il nuovo lavoro del fenomeno, forse l’unico vero fenomeno musicale dei nostri tempi moderni. Adele Laurie Blue Adkins, londinese, 33 anni ed ormai nel giro da una vita. I suoi lavori hanno sempre fissato un momento della sua vita. Non è un caso che siano stati titolati per età: 19, 21, 25 ed ora 30. 21 è stato il disco che l’ha lanciata nello stardom. Un concentrato di pop, soul e R’n’B in stile classico che nulla aveva da invidiare ad un qualunque lavoro di Aretha Franklin, Roberta Flack o Carla Thomas. Un sound intriso di Stax, Motown e Memphis come non si sentiva da anni. Non a caso la stessa Queen Aretha le fece un regalo omaggiandola, lei Regina affermata, con una splendida versione di Rolling in the Deep. E chi poi non ha mai sentito pezzi come Set Fire to the Rain o altri estratti da quel secondo lavoro della nostra, si trovava evidentemente in gita premio aziendale su Marte. Quel disco, secondo la nota rivista britannica N.M.E. era entrato in una casa su sei, nella sola Inghilterra, numeri irreali al giorno d’oggi, assai grami come tutti gli appassionati della musica su “supporto fisico” purtroppo sanno fin troppo bene. Ma veniamo a questo 30: un lavoro non facile, secondo gli standard a cui Adele ormai ha abituato il suo pubblico. Qui sicuramente c’è una svolta. Nel tempo che intercorre fra un disco e l’altro, che non è mai poco, segno di una genesi musicale pensata, ragionata, giustificata e non dovuta alla semplice urgenza di mettere sul mercato qualcosa da ascoltare distrattamente su un telefonino, Adele ha avuto un figlio (My Little Love, terza traccia del disco parla proprio di questo, è una canzone in forma di dialogo), si è separata, ha cambiato la sua immagine. La ragazza talentuosa ma decisamente nerd e – mi scuseranno i maniaci del politically correct – sovrappeso, ha lasciato il posto ad una donna matura. La sua voce da mezzosoprano è incredibilmente cresciuta e si sente. Il disco non è il lavoro che il fan abituato alla facile programmazione radiofonica si aspetterebbe. Certo, ci sono i pezzi da mega-hit, quelli che continuano nel solco già tracciato nei precedenti lavori. Easy on me ne è il tipico esempio. Ma ci sono alcuni pezzi che prendono una direzione diversa, deviando sull’Hip Hop di alta qualità e su suoni più moderni, quelli che abbiamo ascoltato, per fare un tipico esempio, su lavori come The Miseducation of Lauryn Hill. Infatti, Adele su questo disco si avvicina molto ad artisti come Frank Ocean, una vita di incisioni con la Def Jam ed in alcuni pezzi collabora il produttore Inflo, a spiegare come ci sia un approccio nuovo e diverso riscontrabile in molte tracce. Insomma, un pop contemporaneo che guarda decisamente a sonorità del passato, un passato molto, molto variegato, che va dai classici di artisti già citati degli anni ’60 fino a sbarcare negli anni ’90 ed in musicalità recentissime. Con un omaggio, in All Night Parking, al pianista americano Erroll Garner, gigante del jazz (credo che in parecchi abbiano presente la sua classica ballad Misty). A livello di testi, il disco parte con una dichiarazione di intenti chiarissima, su Strangers by Nature: “I’ll be taking flowers to the cemetery of my heart/ for all my lovers in the present and in the past/ every anniversary I’ll pay respect and say I’m sorry/ for they never stood a chance as if they could/ when no one knows what it’s like to be us”. Un disco non facile. Il primo ascolto lascia perplessi, abituati a registri più diretti e più radiofonici. Ma come tutti i lavori che hanno intenzione di rimanere nel tempo, va ascoltato ancora ed ancora. A giudizio di chi scrive, Can I get It e Woman Like Me sono i pezzi che più si distinguono, per essere vicini alla tradizione e nuovi al tempo stesso. Questo è un bel disco. Un disco che parla di separazioni. Ma anche di possibilità di rinascita. Di caduta e redenzione. The feelings flood me to the heights of no compromise, in chiusura di Love is a game. Questa è Adele oggi.

Buon ascolto! (qui o qui)     

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