Crea sito

Roots! n.27 ottobre

AC/DC-Back In Black

AC/DC-Back In Black

by Simone Rossetti

Non solo abbiamo scelto il gruppo “peggiore” ma anche l’album “peggiore”; sia ben chiaro, peggiore nel senso che sugli AC/DC e su questo Back In Black è già stato scritto praticamente di tutto, quindi, a che pro? Se conoscete ed amate questa band probabilmente non troverete niente di interessante in questo articolo che non sappiate già, a parte il fatto che come al solito qui su Roots! recensiamo a modo nostro, molto liberamente, fregandosene delle classifiche, dei generi e degli stili; se poi, in caso contrario, detestate gli AC/DC perchè sono grezzi, “metallari”, ripetitivi fino alla nausea e con testi superficiali allora siete nel posto giusto perchè sappiate che la storia del rock passa (anche) da qui, questo non perchè lo diciamo noi o qualche critico blasonato ma semplicemente perchè è così. Lutti, la vita è fatta anche di questi, alcune volte in modo “naturale” altre un pò meno ma tant’è; il 18 novembre del 2017 se ne andrà Malcom Mitchell Young fondatore nel lontano 1973, assieme al fratello Angus, degli AC/DC, cosa riserverà loro il futuro non lo sappiamo, sono scelte personali legate a molti fattori (speriamo non di mercato, crediamo non di soldi); 19 febbraio 1980, muore (per cause non naturali) Bon Scott, voce e “quasi” anima del loro suono. Per il momento la strada sembrava terminare qui, finché, come manna piovuta dal cielo arrivò Brian Johson e qui cambiò la storia degli AC/DC, se poi cambiò in meglio o in peggio ognuno avrà modo di pensarla come crede ma cambiò e non di poco. Le campane a morto che risuonano nella prima traccia, Hells Bells, la dicono lunga sull’imprinting di questo album, un intro devastante, dall’incedere scuro, cupo, per quanto se ne possa dire un pezzo da storia. Brian Johnson non era certo Bon Scott (malgrado gli acciacchi non è ancora morto per cause “non naturali”) ma aveva un tocco simile, sapeva interpretare il groove forse con un approccio più “moderno”, una voce meno blues di Bon Scott ma sicuramente più professionale, fu così che Johnson si ritrovò nel posto giusto al momento “giusto” (per lui e per gli AC/DC). Back In Black fu registrato fra l’aprile e il maggio del 1980, cinquanta milioni di copie vendute, un successo stratosferico che forse nemmeno loro si immaginavano ma anche che non avrebbero più ripetuto; un album “musicalmente” sopravvalutato? Difficile da dirsi, si va sul gusto personale, diciamo che i due precedenti album Powerage e Highway To Hell con ancora Bon Scott non sono da meno, compositivamente non si discostano molto da questo Back In Black, i riff sono sempre quelli ma qui c’è una strana alchimia che in qualche modo “funziona” e la si percepisce; è il solito roccioso hard-rock’n roll venato di blues, compatto, potente, ossessivo, ma con un “suono” che si può finalmente definire un “grande suono”. Prendete ad esempio Let Me Put My Love Into You, un mid-tempo semplice e banalotto ma con un refrain affascinante (ed elegante) che si  stampa subito in testa, oppure il bellissimo crescendo di Shoot To Thrill, anche questo un pezzo tutto sommato semplice ma di una semplicità perfetta. Ci sono le più blues Have A Drink On Me e Rock And Roll Ain’t Noise Pollution, forse niente di eccezionale ma sincere e con un buon groove; l’intro di You Shook Me All Night Long è da leggenda, il pezzo (nonostante sia ultraconosciuto) un pò meno, siamo nello standard del più classico suono AC/DC, un pò meglio What Do You Do For Money Honey che se non altro verso i due minuti ha un buon ponte solo voce e batteria; ed ecco arrivare la titletrack, Back In Black, imponente, fatta di roccia scura, tutta giocata sui riff delle due chitarre ed una ritmica fissa, pesante, monolitica, c’è poco da dire, è un grande pezzo ed i suoi limiti (che poi sono quelli insiti degli AC/DC) qui funzionano alla grande. Sugli AC/DC come musicisti c’è ben poco da dire e nulla da poter aggiungere, tecnicamente indiscutibili, compositivamente forse ma questo è il loro stile e venisse giù il mondo non lo cambierebbero di una virgola, la sezione ritmica (molto criticata) come fantasia non è certo quella dei Pink Floyd , la differenza è che quella non serviva mentre invece agli AC/DC serviva proprio ed unicamente questa. Diciamo la verità, di album come questo ne esisteranno a vagonate, la differenza è che Back In Black anche con il tracorrere del tempo non vi deluderà mai (anche se non è tutto oro quel che luccica), il perchè non lo sappiamo, è quanto di più semplice rock’n roll ci possa essere ma fatto bene e suonato alla grande. (qui)

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!