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Roots! n.221 luglio 2021

16-17 - Gyatso

16-17 – Gyatso

by Simone Rossetti

Pochi album hanno il dono di questo respiro, quel pulsare vitale necessario perchè devastante, sanguinante vita, quindi disturbante perchè vero; non stiamo parlando del classico “capolavoro” (cosa della quale non ce ne può fregare di meno) ma di una musica “reale”, fatta di carne, di corpi, di suoni che dilaniano e divorano lo spazio circostante per elevarsi a forma d’arte. I 16-17 sono stati un grande gruppo di seminale jazz core formatisi in Svizzera in quel di Basilea agli inizi degli anni 80, una lunga attività live raccolta nei primi loro album, Buffbunker & Hardkore del 1984 (audiocassetta), 16-17 del 1986 (vinile) e When All Else Fails… del 1989 (vinile) mentre questo Gyatso risale al 1994 ed è il loro primo album in studio pubblicato per la Pathological Records (seguirà una seconda ristampa nel 2008 per la Savage Land ed ora disponibile anche in vinile e digitale grazie alla label tedesca Praxis); il titolo, se Gyatso non vi dice nulla sappiate che si tratta del monaco tibetano Palden Gyatso per 33 anni detenuto nelle patrie prigioni cinesi (sul perchè ed il come debba averli trascorsi ci sembra ovvio), poi c’è la musica ma prima ancora ci sono questi ragazzi (oggi ex-ragazzi), Alex Buess ai fiati ed elettroniche, Markus Kneubühler alla chitarra ed elettroniche e Knut Remond alla batteria (come ospiti G.C. Green al basso e Kevin Martin ai samples nonché produttore); e si, c’è anche questa musica, immensa, un jazz hardcore sperimentale che si fonde con elettroniche varie e noise, dura, ostica ma dove niente è lasciato al caso se non quell’urgenza espressiva guidata dall’improvvisazione dei singoli, una musica che ancora a distanza di anni non ha perso nulla della sua vitalità e per questo è quanto mai attuale in questi tempi di nulla “liquido”. Dalla traccia che apre questo lavoro Attack-Impulse passando per Intravenous, Fall Of The West, la bellissima Motor, le più cupe Vertebrae e Black And Blue (con un basso mastodontico) ed ancora l’incedere opprimente e metallico di The Trawler o di Two-Way Mirror è tutto un primitivo e devastante magma sonoro in continuo divenire, violento, drammatico ma anche fragile, destinato ineluttabilmente a perdere (i 16-17 si scioglieranno all’alba di questo nuovo secolo); e se i nostrani Zu potrebbero essere un buon punto di riferimento (ma senza nulla togliere agli Zu qui è tutto un altro sentire, più impulsivo, scarnificato, non codificato) lo è anche il jazz di Ornette Coleman (immaginatevelo a suonare in un gruppo punk) al quale rimanda il sax (la voce) di Alex Buess, un gran bel sentire. Jazz, destrutturato, scomposto, alienante, “inascoltabile” e tutto quello che vi pare ma pur sempre jazz, almeno vivo e non il solito jazz da apericena o per una qualche insulsa pubblicità televisiva, no, i 16-17 prendono un jazz che oramai si era “classicizzato” e non aveva più nulla da dire e lo trasportano oltre, dentro le viscere di questo mondo, nell’abisso delle nostre follie, dentro a un nulla che si farà “tutto”. Liberi come sempre di passare ad altro, liberi di non degnarlo nemmeno di un ascolto, “liberi” di non darvi quella possibilità in più che altrimenti non sapreste di avere, “liberi” di scegliere un più accomodante e sicuro “nulla”, tanto lo sapete bene, qui non consigliamo, né suggeriamo, né tantomeno promuoviamo, per cui fate un pò quello che vi pare (come è giusto che sia). Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui). 

Link: Praxis Records

16-17 – Gyatso

by Simone Rossetti

translated by Queen Lady

Few albums have the gift of this breath, that vital pulse necessary because it is devastating, bloody life, therefore disturbing because it’s true; we aren’t talking about the classic “masterpiece” (which we can not care less about) but a “real” music, made of flesh, bodies, of sounds that tear and devour the surrounding space to rise to an art form. I was 16-17 a large group of seminal jazz core formed in Switzerland in that of Basel at the beginning of the years 80, a long live activity collected in their first albums, Buffbunker & Hardkore from 1984 (audio cassette), 16-17 from 1986 (vinyl) and When All Else Fails … from 1989 (vinyl) while this Gyatso dates back to 1994 and is their first studio album released for Pathological Records (a second reissue will follow in 2008 for Savage Land and now also available on vinyl and digital thanks to the German label Praxis); the title, if Gyatso doesn’t tell you anything, you know it is of the Tibetan monk Palden Gyatso for 33 years detained in Chinese prisons (on the why and the how it must have passed seems obvious to us), then there is the music but before that there are these boys (now ex-boys), Alex Buess on winds and electronics, Markus Kneubühler on guitar and electronics and Knut Remond on drums (as guests G.C. Green on bass and Kevin Martin on samples as well as manufacturer); and yes, there is also this music, immense, an experimental hardcore jazz which blends with various electronics and noise, hard, difficult but where nothing is left to chance if not that expressive urgency guided by the improvisation of individuals, a music that is still at a distance for years it has lost none of its vitality and for this reason it is more relevant than ever in these times of nothing “liquid”. From the track that opens this work Attack-Impulse via Intravenous, Fall Of The West, the beautiful Motor, the darkest Vertebrae and Black And Blue (with a mammoth bass) and yet the oppressive and metallic gait of The Trawler or Two-Way Mirror is all one primitive and devastating sonic magma in continuous evolution, violent, dramatic but also fragile, inevitably destined to lose (16-17 will melt at the dawn of this new century); and if our Zu could be a good point of reference (but without detracting from the Zu here it is a whole other feeling, more impulsive, stripped down, not codified) is also Ornette’s jazz Coleman (imagine him playing in a punk band) to whom Alex’s sax (voice) refers Buess, a great feeling. Jazz, deconstructed, decomposed, alienating, “unlistenable” and all that that you think but still jazz, at least alive and not the usual jazz for an aperitif or for some insipid television advertising, no, 16-17 take a jazz that was now “classicized” and not he had nothing more to say and they carry him further, into the bowels of this world, into the abyss of our follies, inside a nothing that “everything” will be done. Free as always to move on to something else, free to do not even deign to listen, “free” not to give you that more chance than otherwise you would not know that you have “free” to choose a more accommodating and secure “nothing”, you know that much well, here we do not recommend, nor suggest, nor promote, so do that a little bit you think (as it should be). From Roots! it’s all and as always good listening (here).

Link: Praxis Records

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